Corriere della Sera, 2 giugno 2017
«Venete, la soluzione c’è può nascere una nuova banca»
MILANO Fabrizio Viola dal 6 dicembre 2016 è amministratore delegato della Popolare di Vicenza e consigliere di Veneto Banca, i due ex istituti popolari sull’orlo del fallimento.
Viola, iniziamo dal rischio bail-in. Le parole del ministro Padoan sono una buona linea del Piave.
«Mi sento molto rassicurato dalla volontà del governo, più volte dichiarata, di evitare il bail-in delle due banche venete. Dire che “il bail in è escluso” dal novero delle possibili conclusioni della vicenda è un’assunzione di responsabilità forte. La quale, a mio avviso, deriva dalla consapevolezza che, sia pur all’interno di regole nuove, più stringenti, vi è la concreta possibilità di far nascere una nuova banca con un’adeguata dotazione di capitale. E dall’altrettanto fondata consapevolezza che il danno sistemico di una risoluzione sarebbe ben più grave del prezzo da pagare per assumere decisioni risolute. Chi predica il verbo “meglio che falliscano” veste i panni del boia».
La vicenda Mps si avvia a chiusura. Quindi, più spazio e più attenzione per voi.
«Confido che la chiusura del dossier Mps, di cui sono contento per i sentimenti che nutro verso quella banca, si traduca in maggiore spazio, probabilità e velocità di chiusura del nostro caso».
Ma i rischi permangono gravi. Cosa significherebbe una eventuale risoluzione?
«Gli effetti di una crisi non risolta delle due banche venete non sarebbero molto inferiori a quelli generati dal default della Grecia. Per essere più chiari: la procedura di bail-in impone il rientro forzoso degli impieghi a tutela dei depositi. Si pensi che BpVi e Veneto Banca hanno concesso prestiti “buoni”, cioè al netto da sofferenze e incagli, per circa 30 miliardi. In gran parte concentrati nel Nordest, cioè nel territorio più importante per l’economia nazionale. Doverli richiamare da un momento all’altro creerebbe uno sconquasso tremendo, non senza conseguenze anche sul piano politico. Anche per questo faccio appello al senso di responsabilità delle autorità europee: le dimensioni in gioco non possono essere sottovalutate».
Com’è la quotidianità? Il rapporto con i clienti?
«Ai clienti che ci hanno temporaneamente lasciati e a quelli che continuano a darci fiducia dico che il nostro non è un piano di mero salvataggio, che pure è necessario, ma anche e soprattutto di rinascita. Abbiamo un piano industriale serio, solido, discusso negli ultimi due mesi con le autorità europee, basato su tre pilastri: recupero dei ricavi, massiccio intervento di riduzione dei costi, significativa riduzione dei rischi, primo fra tutti quello creditizio. Rispetto al fabbisogno di capitale quantificato autonomamente dal management delle due banche all’inizio di febbraio non ci sono nuovi buchi da coprire. A conferma che la situazione è sotto controllo dal punto di vista dei rischi da presidiare e del capitale necessario. Un piano che ci consentirà di ripartire, recuperando clienti, volumi intermediati, quote di mercato, capacità di generare ricavi. In un contesto come questo anche la richiesta di nuovi capitali privati, formulata dalla commissione europea per coprire il fabbisogno non finanziabile con capitali pubblici, assume il significato di un investimento fruttifero, e non di un versamento a fondo perduto».
E con i dipendenti?
«Ai dipendenti dico che è arrivato il momento di essere totalmente consapevoli dell’insostenibilità del contesto aziendale nel quale hanno operato negli ultimi anni. Questa consapevolezza deve tradursi in senso di responsabilità nel sostenere importanti sacrifici economici, che sono già stati sostenuti a partire dal vertice della banca, in comportamenti coerenti con un nuovo sistema di valori aziendali tra cui la trasparenza è uno dei più rilevanti, in un convinto e concreto spirito di squadra, non meno importante del capitale necessario per funzionare. Confermo comunque l’obiettivo di evitare procedure di licenziamento».
Molti clienti, molti dipendenti, sono vostri azionisti, una categoria truffata dalla precedente gestione.
«Agli azionisti, così pesantemente colpiti, dico che il percorso iniziato in modo volontario dalla banca, è volto a segnare la discontinuità con il passato. Il successo dell’offerta transattiva e l’azione di responsabilità nei confronti degli ex vertici della banca ne sono una prova tangibile».
Il nodo è la trattativa con l’Europa. A che punto siete?
«Le due banche hanno presentato alla Bce fin dal 9 febbraio scorso il piano industriale, incluso il progetto di fusione. L’ingente fabbisogno di capitale di 4,7 miliardi da noi determinato, purtroppo ben superiore a quanto previsto prima del mio arrivo, è reso indispensabile dalla pesante situazione in cui sono state lasciate le due banche e per creare una nuova banca, solida, efficiente, innovativa, in grado di servire le famiglie e le pmi, con forte orientamento al Nordest, non si può prescinderne. In assenza di capitali privati abbiamo attivato la procedura per la ricapitalizzazione precauzionale. A questo punto sono iniziate le interlocuzioni intensissime con le autorità europee, alle quali abbiamo fornito un set molto ampio, direi quasi granulare di dati, informazioni, valutazioni per supportare la validità del piano. L’accesso al precautionary dipende dal test di accessibilità, dalla quantificazione dell’ammontare massimo della ricapitalizzazione, dalla valutazione del piano. I tempi di soluzione della crisi si sono allungati in misura insostenibile: quello che era sostenibile un mese fa rischia di non esserlo tra un mese. Quindi quello che posso dire alle autorità europee è che noi abbiamo collaborato e collaboreremo con la massima trasparenza e dedizione ma chiedo una sola cosa: fate presto, o perderemo tutto».
Se arriva lo Stato, Atlante andrà fuori gioco.
«Mi dispiace molto che Atlante finisca qui la sua avventura come azionista delle due banche, considerando che se sono qui è perché ho ritenuto accogliere la sua chiamata, purtroppo sulla base di presupposti che si sono rivelati non realistici. Sono convinto che lo Stato non perderà i soldi del precauzionale e credo che anche Atlante, a tutela del suo capitale generosamente già investito, avrebbe dovuto rimanere della partita».