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 2017  giugno 02 Venerdì calendario

L’Italia e il rebus afghano

Una strage nel quartiere più «occidentale» e più protetto di Kabul ci ha improvvisamente ricordato quel che non avremmo dovuto dimenticare. Che in Afghanistan, dove infuria la guerra da sedici anni, ci sono ancora 950 militari italiani impegnati nell’addestramento delle forze locali. Che in quella guerra, prima che la Nato mettesse fine alla fase «combat» della sua presenza, abbiamo avuto 53 morti. Che in Italia il consenso alla permanenza delle nostre truppe in Afghanistan si è molto assottigliato, e questo proprio mentre Donald Trump pensa di inviare nuove forze Usa e chiede agli alleati di fare altrettanto.
Quanto basta per capire che l’Afghanistan, assieme all’ineludibile «che fare?» in Libia, sarà (o dovrebbe essere) uno dei temi centrali nella campagna elettorale che è di fatto già partita. Il Movimento 5 Stelle, che si candida a governare il Paese, ha fatto sapere di essere favorevole al ritiro dei nostri militari, perché la guerra afghana non ha più sbocchi e anche perché gli alti costi della missione appaiono ingiustificati. Questa posizione potrebbe essere modificata nelle settimane o nei mesi che porteranno alle urne, ma di ciò non si ha per ora alcun segnale.
Molto simili anche se non egemoni sono le propensioni che emergono nella Lega e nelle formazioni alla sinistra del Pd, mentre Berlusconi, che a suo tempo scelse la linea lealista e solidale nei confronti dell’America e della Nato, non ha ancora confermato o corretto questa posizione nelle nuove circostanze.
S offerta più di tutte promette di essere la scelta del governo e del Pd: meglio andare incontro alla stanchezza e al pessimismo che circondano la guerra afghana anche a costo di dispiacere a Donald Trump, oppure, come è stato finora, si riterrà che l’Italia non possa senza gravi conseguenze di credibilità generale sottrarsi alla solidarietà atlantica?
In realtà da questo punto di vista l’Italia ha le carte più che in regola. In Iraq il nostro contingente è il secondo dopo quello americano, anche se di norma non viene impiegato in azioni di combattimento. E anche in Afghanistan siamo secondi dietro gli americani e davanti ai tedeschi, e abbiamo già prolungato la nostra permanenza oltre il previsto. Dunque, ed è questa la speranza negli ambienti governativi, le nuove richieste Nato potrebbero non riguardare noi, e diventerebbe allora più facile, elettoralmente parlando, limitarsi a confermare quanto già esiste. Riuscendo magari a contenere l’entusiasmo che i generali americani manifestano, nel ruolo di addestratori come in quello di tutori dell’ordine, nei confronti dei nostri Carabinieri.
All’Afghanistan, peraltro, la nostra politica dovrebbe mostrarsi capace di guardare anche al di là dell’avvicinarsi delle urne e delle conseguenti convenienze elettorali. Tanto più che il destino prossimo di quella che viene chiamata la tomba degli imperi (britannico, sovietico, e ora americano?) investe direttamente il ruolo internazionale degli Stati Uniti e promette di diventare presto una ennesima spina nel fianco dei rapporti transatlantici. Donald Trump ha ricevuto da Obama una eredità avvelenata, con il contingente Usa in Afghanistan ridotto a meno di diecimila uomini (oggi sono 8.600, ma erano arrivati ad essere centomila), con i negoziati tra governativi e talebani votati al fallimento, con un aumento costante delle perdite civili e una altrettanto costante espansione della produzione di oppio in una economia locale gestita in buona parte dalla malavita. Certo, erano stati ottenuti anche miglioramenti: nella condizione delle donne, nell’istruzione, negli investimenti di utilità pubblica. Ma la guerra minacciava di travolgere tutto, e così difatti sta accadendo secondo i rapporti dell’Onu e della stessa intelligence americana.
La sindrome vietnamita bussa alla porta della Casa Bianca ora abitata da Trump, e il presidente non sembra aver voglia di incassare lui una sconfitta costruita negli anni precedenti la sua elezione. Tanto più che in Afghanistan non si tratta più soltanto di battere i talebani, ma anche di distruggere per tempo le formazioni dell’Isis che rafforzano la loro presa sul territorio, anche a scapito dei talebani, man mano che le cose si mettono male a Mosul (in Iraq) e a Raqqa (in Siria). All’Isis afghano, non a caso, è stato dedicato il 13 aprile scorso il lancio-esibizione della «madre di tutte le bombe», e benché il messaggio fosse diretto a vari interlocutori (come la Corea del Nord e l’Iran) appare improbabile che Trump voglia tirare i remi in barca dopo essersi tanto esposto. I generali americani avvertono che per stabilizzare la situazione, senza migliorarla, servono diverse migliaia di soldati e una revisione delle regole di ingaggio che renda più frequente l’impegno in combattimento. Trump non ha ancora deciso, ma in sede Nato nessuno ha dubbi su quel che farà. E sull’appello che di fatto ha già rivolto agli alleati.
L’Italia non deve aspettare altre stragi, e nemmeno i solleciti di Trump, per ricordarsi dell’Afghanistan e dei suoi 950 militari. Restare fedeli alla Nato e ribadire l’alleanza con l’America sono scelte strategiche che non muteranno dopo le elezioni. Ma capire che quella dell’Afghanistan è ormai una guerra persa non può esserci vietato.