ItaliaOggi, 2 giugno 2017
Nuovo record: il fisco al 72%
«Ma mi faccia il piacere». Scherza, ma non tanto, Cinzia Barbieri, che dirige la Cna, confederazione nazionale dell’artigianato, di Bologna. Ha in mano il dossier che la sua organizzazione ha puntigliosamente realizzato sulle tasse che mediamente un artigiano deve pagare e che risultano cresciute, alla faccia delle tante promesse di riduzione che i politici di tutti i colori hanno fatto in questi anni. È vero che a volte viene limato il livello di un’imposta poi però se ne aggiunge un’altra, per non parlare delle tariffe delle ex-municipalizzate, le multiutility, quasi fuori controllo e diventate a loro volta tasse sui rifiuti, sull’acqua, sull’energia.
Perché i Comuni, che sono gli azionisti, pretendono di riscuotere i dividendi ed essi si realizzano cavalcando le tariffe. Si paga di più la raccolta dei rifiuti e il Comune, attraverso la multiutility, incassa. Non è forse una tassa nascosta?
Nel dossier della Barbieri ci sono numeri che se non fossero stati più volte verificati e non provenissero da una fonte autorevole farebbero venire il dubbio di una fake news. Invece è tutto vero e documentato. E questo spiega (anche se non giustifica) la spinta all’evasione: chi è onesto rischia di ritrovarsi espulso dal mercato.
Un artigiano che guadagna 50 mila euro l’anno ne versa il 72% in tasse e balzelli. Quindi gliene rimangono 14 mila. Gli altri finiscono nel buco nero della finanza pubblica, statale e locale, che per altro non riesce a ripianare i propri debiti, la più grave palla al piede del nostro Paese. «Quando sento qualcuno che sostiene che le tasse stanno calando... Guardi qui», dice Cinzia Barbieri, «conti alla mano negli ultimi cinque anni un artigianato ha pagato (su un reddito di 50 mila euro) 3,6 mila euro di tasse in più».
Non avete capito male. I 50 mila euro sono gli utili, non l’incasso. Infatti il nostro artigiano-tipo ha un laboratorio di 350 metri quadrati, quattro operai e un impiegato, incassa 431 mila euro e ne spende (in stipendi, macchinari ecc) 381 mila. I 50 mila euro che gli rimangono, cioè il suo guadagno, sono quelli tassati al 72%, sommando Imu-Tasi, Tari, Irap, Irpef, Ivs (invalidità, vecchiaia, superstiti), addizionali locali. In più c’è la burocrazia. La Cna calcola che per raccapezzarsi sulle continue modifiche e per pagare le tasse l’artigiano ha sprecato lo scorso anno 263 giorni (rispetto ai 236 del 2011). E la semplificazione? Stessa storia della riduzione. Qualche exploit verbale dei politici ma la realtà per chi ogni mattina alza la saracinesca è ben diversa.
In questa situazione non c’è da sorprendersi se anche l’artigianato non attrae più i giovani. In Lombardia le imprese artigiane under 30 sono calate di 1.577 unità in un anno, record storico negativo. Erano 26.634 nel 2016, oggi sono 25.057. «Questo dato riguardante i giovani», commenta Marco Accornero, segretario dell’Unione artigiani della Brianza, «rappresenta un grave turbamento per chi si occupa di artigianato».
A Rovigo, per esempio, è stato appena annunciato un aumento del 3% della tariffa di raccolta dei rifiuti. «Una beffa», dice David Gazzieri, presidente della locale Cna. «Il Comune ha sbandierato che la Tari è rimasta invariata poi surrettiziamente ha deciso un aumento generalizzato della tassa sui rifiuti, che rappresenta per molte aziende un balzello che pesa in maniera significativa sui loro bilanci».
La tassa sui rifiuti (ma non solo) ha fatto insorgere anche gli artigiani senesi, già investiti dal tifone del Montepaschi. Qui hanno calcolato che il 40.9% delle imposte sono pagate allo Stato, il 6.1% alla Regione, il 13.4% al Comune, più balzelli vari per un altro 10%. Dice il presidente Cna di Siena, Fabio Petri: «È impensabile che la ripresa economica possa avere maggiore velocità con un fisco così vorace. Le imprese lavorano quasi otto mesi all’anno solo per pagare le imposte. Ovvio che si riducono in modo drastico anche le risorse per gli investimenti e per la ricerca. È tempo di dare una svolta a questo corto circuito, iniziando con un taglio netto delle imposte locali come l’Imu sugli immobili aziendali, rendendola fin da subito deducibile, e delle tariffe sui servizi come i rifiuti. Lo Stato deve poi rivedere l’intero sistema di tassazione, rendendolo più equo. I nostri colleghi europei hanno mediamente il 19.4% di minori imposte sul reddito di impresa rispetto agli italiani».
Gli fa eco Lorena Fantozzi, presidente Cna di Forlì: «Invece dell’annunciata semplificazione è aumentato il carico degli adempimenti e così chi fa il proprio mestiere è impegnato in una corsa ad ostacoli per lo stillicidio di scadenze fiscali e burocratiche a cui far fronte: sette mila euro di costi l’anno con più 30 adempimenti fiscali per chi non ha dipendenti e fino a 90 per le aziende più strutturate».
Un altro calcolo lo ha realizzato Confartigianato: il cuneo fiscale sul costo del lavoro dipendente è pari al 49%, di 13,1 punti superiore al 35,9% della media Ocse. Dice il presidente di Confartigianato, Giorgio Meletti: «Un peso insopportabile. Inoltre per ricostruire la fiducia incrinata dagli anni di crisi, le tasse dovrebbero almeno essere restituite a imprenditori e cittadini sotto forma di qualità dei servizi pubblici. Invece l’Italia deve ancora scalare la classifica che la pone al 45° posto nel mondo per capacità di favorire l’attività produttiva».
Certo, le organizzazioni di categoria potrebbero fare di più per sensibilizzare e arginare l’evasione fiscale. Chi evade fa concorrenza sleale a chi si comporta secondo le regole. Un’immersione nella legalità sarebbe auspicabile. Ma non è neppure giusto che si torchi chi paga e non si scovi chi non emette fattura. Gli artigiani giustamente chiedono di pagare come i loro colleghi europei ma loro stessi dovrebbero reclamare le stesse regole di controllo secondo l’assioma, che di tanto in tanto riemerge: pagare meno e pagare tutti.
Infine c’è da aggiungere che il carico fiscale non è un problema solo degli artigiani. Lo scorso anno gli italiani hanno pagato 28 miliardi di euro in più di tasse rispetto alla media dei cittadini dell’Ue, quindi 461 euro in più pro-capite.