La Gazzetta dello Sport, 2 giugno 2017
Alle radici di Cristiano Ronaldo. Valeva 600 euro: quella rondinella è diventata CR7
Una rondine non fa primavera. Ma un’andorinha ha fatto storia. La «rondinella» che è volata in alto è cresciuta qui, a São Antonio, la zona più popolata di Funchal, Madeira, a oltre 500 chilometri dalle coste africane e 800 da quelle portoghesi, cui appartiene. La «rondinella» (andorinha in portoghese) Cristiano Ronaldo è vissuto fino a 12 anni nella Quinta do Falcao, stradina in salita a São Antonio, zona molto popolare di 28 mila anime, a 800 metri d’altitudine. Da anni la vecchia casa dei dos Santos Aveiro non c’è più. Allora si giocava sui campi in terra della scuola Sant’Amaro. «Signora, questo bimbo ha piedi da calciatore, le porterà tanta felicità…», disse il 5 febbraio 1985 l’ostetrica dell‘Hospital Cruz de Carvalho, alla signora Maria Dolores, mamma di Cris. Che, anni fa, confessò: «La dottoressa ci aveva visto giusto. Non l’ho mai visto senza palla».
CAPITANO Papà Dinis, giardiniere (morto a 51 anni, nel 2005), in quel piccolo club faceva da magazziniere. Cris a 7 anni era già lì, anche se piccolo per essere tesserato. «Sono stato il suo primo capitano a 11 anni: facemmo giocare Cris che ne aveva solo 8», ci racconta il cugino Nuno Santos, davanti alla statua di Cristiano in Praça do Mar, all’ingresso del Museo Ronaldo. Nuno, 35 anni, lavora al Museo: «Cris era già velocissimo e abile con la palla fra i piedi tanto che non si notava la differenza di età». Francisco Afonso, 77 anni, ex professore di educazione fisica alle elementari, è stato il responsabile delle giovanili dell’Andorinha. Ci dice: «Cris era giocherellone, ma se perdevamo piangeva a dirotto. Amava divertirsi con la palla, inventare nuovi colpi, giocava con quelli più grandi, anche perché era più alto e sviluppato dei suoi coetanei. Quelli di 12-13 anni lo chiamavano a giocare con loro. E lui non aveva timore». Lo ricorda «piagnone» nei k.o. pure José Fernão Barros de Sousa, 60 anni, padrino di battesimo di CR7. «Pure nelle giovanili del Nacional quando perdeva finiva per litigare coi compagni, non capiva come i compagni non sapessero giocare al suo livello».
600 EURO Nel 1995 de Sousa, diventato d.t. all’Andorinha, ricevette un’offerta per Cristiano dal capo dei tecnici delle giovanili del Nacional, Antonio Mendonça. E a 10 anni Cris passò nel club di B. «Il Nacional donò all’Andorinha due mute di divise nuove, dal valore di 600 euro», dice de Sousa. «Ma era già troppo bravo per le giovanili dell’isola. Aveva una grinta, una forza e il carattere da leader. Lo provarono anche da difensore centrale, ma il meglio lo dava da regista». Dice Mendonça, allora al Nacional: «Cris mi impressionò: qualità tecnica incredibile, con la palla si destreggiava come un grande. Aveva il feeling per il gol, capiva subito dove sarebbe finita la palla, era di un’intelligenza superiore e sapeva come eludere l’avversario, con finte e dribbling». Col Nacional Cris impara a vincere: nel 1995-96 è campione regionale Under 12.
COLLETTIVO? Nel 1997 il padrino de Sousa è diventato responsabile delle giovanili al Nacional: «Portai Cristiano allo Sporting per un test. A Osvaldo Silva, capo delle giovanili, bastò un allenamento per prenderlo. Anche perché il Nacional aveva un debito con lo Sporting di 25 mila euro, estinto con questo trasferimento di Ronaldo. Che divenne il ragazzino più pagato del Paese». «Aveva tecnica e personalità – ci spiega Luis Martins, 53 anni, oggi coordinatore delle giovanili Sporting –. Cris con me è stato a 14 e 15 anni e poi passò nel 2002 in una stagione da junior alla squadra B e alla A. Ma già a 14 anni si vedeva che era una stella. Giocava ala, versatile, tecnico, con alta capacità di finalizzazione o dribbling, ma era da formare. Era uno splendido solista, ammetto che non fu facile insegnargli il gioco collettivo».
CHE VITA Dura la vita per Cris nella capitale. «Un 12enne di Madeira che arriva a Lisbona, spaesato – dice Martins –. Era introverso, triste, soffriva di saudade. Lo portavo a volte pure a casa a pranzo la domenica con la mia famiglia per non lasciarlo solo. All’inizio la famiglia di Cris non veniva a trovarlo di frequente, non poteva, poi si fecero vedere più spesso». Aggiunge de Sousa: «A Lisbona lo prendevano in giro per l’accento isolano. Un giorno l’insegnante fece l’appello. E come Cris aprì bocca tutti scoppiarono a ridere. Lui prese una sedia e li minacciò». Un’altra volta, a 15 anni, rischiò di chiudere con lo Sporting. Dice Martins: «Dovevamo andare a giocare a Madeira, a casa sua. Ma la settimana prima, a cena, a Cris non piaceva uno yogurt o un frutto e litigò con un compagno. Un addetto al catering lo rimproverò e lui rispose male. Intervenne la psicologa e lui rispose peggio. Così lo tagliammo dai convocati, come provvedimento disciplinare. Lui si mise a piangere, si scusò. Ma non venne a Madeira. Lì la madre mi disse: “Avete fatto bene a punirlo”. Che mamma! L’ha educato benissimo». Da allora mai più uno sgarro. E l’andorinha spiccò il volo.