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 2017  giugno 02 Venerdì calendario

Il geranio, anzi il pelargonium non è solo un fiore pret-à-porter

L’estate sta arrivando e ritornano i gerani sui balconi, con i loro colori spesso violenti e le foglie profumate (o odorose?) e rotonde. Sono un vero leitmotiv per una parte d’Italia che alla botanica non ha mai voluto né saputo chiedere di più, insensibile a maggiori prodezze giardiniere ma appagata nelle sue basiche aspirazioni di ordine e di decoro. Tutto sotto controllo dunque, con i gerani il rischio è davvero ridotto al minimo e anche la fatica: facili e robusti ogni anno sopportano con pazienza e vero altruismo i capricci e i debutti di chi s’improvvisa giardiniere per un giorno. E rinuncia ad esserlo in tutti i restanti...
Fiori pop
E pensare che, se non fossero diventati il simbolo evidente di un’Italia disinteressata e dozzinale, che pensa alle piante come ad arredi prêt-à-porter e che macina e divora perenni come fossero annuali (o ancor meno), i gerani sarebbero per me assolutamente i benvenuti. Perché in fondo, con i loro colori accesi e pop, con quelle foglie tutte disegnate, macchiate e spesso variegate, con il loro aspetto così familiare e usuale, possono diventare davvero gradevolissimi in giardino, sui terrazzi o sui balconi, specialmente se coltivati in grandi gruppi o disposti, ciascuno nel suo vasetto, su qualche vecchio portavaso a piramide. A mio giudizio è comunque più piacevole, quando si tratti di gerani, un vaso tondo con una o più piante a seconda delle dimensioni..
Ad essere corretti di gerani propriamente non si tratta, anche se tutti li chiamano così: la famiglia è la stessa, ma il genere è un altro, quello dei Pelargonium, che ha fiori con i due petali superiori più grandi e spesso anche diversi per forma e colore. Quanto al seme si dice poi, seguendo l’etimologia, che quello del geranio assomiglierebbero al becco di una gru, mentre quello del pelargonio al becco di una cicogna. Le mie conoscenze ornitologiche non mi consentono di apprezzare a pieno questa differenza, ma di certo entrambi hanno una sorta di coda fatta a spirale, che a contatto con l’umidità del terreno si apre e permette al seme di entrare nella terra. Per meglio capire consiglio la visione di un affascinante video che ha pubblicato Filippo Figuera sul sito del suo vivaio Malvarosa, specializzato in pelargoni e soprattutto in quelli a foglia profumata.
Poca acqua
Di pelargoni ne esistono infatti moltissime specie, oltre al P. zonale, quello dei nostri balconi, quasi tutte provenienti dal Sud Africa e quindi ben abituate a brevi periodi di siccità. L’eccesso di acqua in questi casi può essere ben più pericoloso di qualche giorno di forzata astinenza. Arrivati per la prima volta in Europa, in Olanda per la precisione, agli inizi del Seicento, i pelargoni divennero di gran moda in Inghilterra e specialmente durante il periodo vittoriano. Gli ibridi si moltiplicarono presto a dismisura, soprattutto quelli di P. macranthum, detto non per nulla «pelargonio imperiale»: è il più grande di tutti, soprattutto nel fiore, che in alcune cultivar assomiglia a quello di un’azalea, bicolore, tricolore e spesso screziato e sgargiante. A Torino (e proprio a Torino, con un immenso lavoro per proteggerla durante i mesi più freddi) esiste una collezione privata tra le più importanti d’Italia e non solo: nel suo terrazzo dietro Corso Francia, in piena città, Annalisa Ardizzone coltiva ben 550 cultivar di P. macranthum, in questi giorni una vera e costipatissima esplosione di colori. Per ognuna, a garanzia di un futuro purtroppo sempre incerto, sono state fatte tante piccole talee, dentro centinaia di bicchierini di plastica: il botanico «affamato» non può che rimanere colpito da tanta sistematica intraprendenza...
Ormai da anni questi come molti altri pelargoni (soprattutto se lo stelo è succoso e poco lignificato) sono vittime del temibile Cacyreus marshalli, una piccola farfalla che dal Sud Africa è arrivata grazie ai famigerati effetti serra fino a noi, per il tramite pare delle Baleari. Le minuscole larve forano lo stelo e si nutrono indisturbate, causando la piegatura e quindi la morte della pianta. Gli antagonisti naturali da noi non esistono: un trattamento con insetticidi, sistemici per lo più, risulta a questo punto l’extrema ratio...