Wired, 26 maggio 2017
Il senso del noi
Recentemente ho letto questa frase: «La maturità comincia a manifestarsi quando sentiamo che è più grande la nostra preoccupazione per gli altri che non per noi stessi». Mi ha stupito scoprire che sia attribuita ad Albert Einstein. Non so se l’abbia detta veramente ma mi piace pensare che l’abbia fatto. Mi piace pensare che uno dei più grandi scienziati della storia abbia sentito l’esigenza di esprimersi su quello che io amo definire il “senso del noi”. Quel passaggio, naturale ma non automatico e scontato, che separa la giovinezza dall’età adulta, l’egocentrismo dall’altruismo, la ricerca della propria identità dalla scoperta della propria identità, il fuoriclasse dal campione, il leader dalla bandiera.
Avevo 12 anni quando ho indossato i guanti per la prima volta. Fino a quel giorno il portiere era, nel mio immaginario, un giocatore atipico: vestito in maniera diversa, fermo tra due pali mentre tutti gli altri si affannano a correre, ultimo e unico uomo in campo a cui è concesso usare le mani. Mi ero fatto l’idea che a lui, e solo a lui, fosse concesso tempo per riflettere, meditare, studiare, per poi reagire all’improvviso, ma solo dopo averci pensato a dovere. E poi c’era quell’uno sulla schiena. Per me rappresentava il numero della vittoria, del primo classificato, del gradino più alto del podio... un numero epico nel significato ma, avrei scoperto in seguito, pesante nella responsabilità.
Dopo aver scelto quel numero, però, ho scoperto e realizzato che il portiere, un po’ come tutti i difensori, è semplicemente un altruista. Quando decidi, o la vita decide per te, di interpretare quel ruolo, lo fai a salvaguardia degli altri, del risultato, della squadra. L’attaccante deve sferrare i colpi, il portiere (lo dice la parola stessa) pararli. La punta deve avere una sana dose di egoismo, il numero uno deve sacrificare il proprio egoismo sull’altare del bene comune, anteponendo gli obiettivi del gruppo ai propri.
L’io cede il passo al noi. Spirito di sacrificio, generosità, abnegazione: queste le caratteristiche che definiscono l’identità di un portiere. 0 quanto meno la mia.
Sono sempre stato una persona leale, trasparente e coraggiosa. Non mi sono mai risparmiato. Non ho mai fatto calcoli. Sono stato istintivo, in gioventù. Ho sbagliato anche, tutti i giovani hanno diritto di sbagliare. Come padre mi viene da dire: lasciate sbagliare i ragazzi: Non è un superficiale invito ad abbandonare le nuove generazioni ai loro problemi o a responsabilizzarle eccessivamente: le guide sono fondamentali, a tutte le età. Il mio è solo un tentativo di rassicurazione: non abbiate paura di veder cadere i vostri figli perché gli errori insegnano più delle conquiste. Il vero problema semmai è quando si cresce e ci si siede su quegli errori. Si diventa pigri. Ci si accontenta. Subentra il terrore del fallimento. E la paura porta inevitabilmente alla sconfitta. Questo vuol dire buttare via la propria vita.
Io mi sento felice e pieno della mia esistenza proprio perché credo di non aver mai perso la voglia di migliorarmi, di sfidarmi, di fissare nuovi obiettivi. Questo spirito è un po’ il mio motore immobile. Io sono fatto così. Ma non giudico chi è diverso da me. Penso di essere una persona empatica. Cerco sempre di mettermi nei panni degli altri. Nei panni di chi fallisce o cade, evitando di dare giudizi che il più delle volte poi si rivelano affrettati, sommari e superficiali. Credo che oggi sia sempre più difficile tracciare una linea netta tra bene e male, giusto e ingiusto. Bisogna sempre avere la capacità di mettersi in discussione, di porsi domande, di sollevare dubbi: i dubbi ti permettono di tenere sempre acceso il cervello, di ragionare, di non smettere di pensare. Questo genere di approccio è indispensabile quando si gioca nella Juventus e nella Nazionale. Lo è ancora di più quando si indossa la fascia di capitano, quando vestire i panni degli altri diventa necessario per leggere le situazioni nel proprio insieme e con la giusta distanza.
E quel senso del noi di cui parlavo prima, il pronome personale delle bandiere calcistiche. Alessandro Del Piero, Francesco Totti, Paolo Maldini hanno sempre parlato usando il noi: loro erano (o sono) la squadra che rappresentano. Perché una bandiera non è solo un giocatore che veste un’unica maglia per tutta la carriera o che trascorre tantissimi anni in una sola società. Il fattore temporale è importante, certo. Ma la discriminante è il senso di appartenenza, l’identificazione con il gruppo, la condivisione profonda dei valori. Non posso certo dirlo io se sono o meno una bandiera della Juventus o della Nazionale, la bandiera è comunque qualcosa che può essere sventolata solo dai tifosi. Quello che posso affermare con certezza è di aver dato tutto per queste due realtà, di essermi speso in maniera disinteressata, di non aver mai agito per interesse. In cambio ho ricevuto molto più di quello che ho dato: nessun singolo potrà mai pensare di essere in credito con una società come la Juve o con la maglia della Nazionale.
Non saprei individuare un momento preciso in cui ho sentito di appartenere alla Juventus. È stato più un cammino, un percorso. Non credo che siano i momenti eclatanti a legarti a qualcuno o a qualcosa. Sono le piccole cose, le sfumature a creare una relazione, a stringere un patto affettivo. Non voglio sembrare ripetitivo, ma quando si comincia spontaneamente a usare la prima persona plurale al posto del singolare, in quel momento scatta qualcosa. Significa che cominci davvero a voler bene, nel senso etimologico del termine: volere il bene dell’altro. Io ho provato questo profondo sentimento nei confronti della Juve quando siamo finiti in serie B: vincere i mondiali del 2006 e scegliere di “cadere e rialzarsi” insieme a tutti i miei compagni è stato un momento decisivo per la mia storia, di calciatore e di uomo. Ma il momento il cui il termometro della mia juventinità è salito alle stelle è stato al primo scudetto dell’era Conte: una riscossa sportiva emotivamente senza precedenti.
Forse con me e Totti si chiuderà un po’ una stagione. Lo scrivo con dispiacere. Mi rendo conto che oggi è difficile per un top player restare in una squadra per tutta la propria carriera. Troppi interessi, troppe pressioni, troppo business: non è un giudizio, ma una semplice constatazione. Inutile vivere in un presente di rimpianti o di “ma una volta era diverso”. Bisogna essere realisti e protagonisti del proprio tempo. Per questo credo però che un giocatore come Totti vada esaltato: lui ha scelto Roma e la Roma, anche quando gli obiettivi della squadra sono andati al di sotto della sua classe e del suo talento.
Proprio perché odio vivere nel passato, penso spesso al futuro. Un giorno sì e l’altro pure mi chiedono: cosa farai dopo? Sicuramente qualcosa nel mondo del calcio. Vorrei portare i miei valori e le mie idee in un progetto concreto. Sgombro subito il campo da equivoci: so di non essere il più furbo e intelligente nell’universo. E sono consapevole che a certi livelli la volontà non basta, perché ti ritrovi ad operare in situazioni di equilibrio talmente precario da non poter decidere o incidere liberamente. Io credo nel cambiamento, una parola inflazionatissima che quasi mai dipende da una singola persona. Può essere ispirato da un individuo. Ma il cambiamento è un processo che coinvolge un sistema, una comunità e quindi, di nuovo, un noi. Ogni individuo deve essere disponibile a perdere qualcosa per far vincere il collettivo. Non ci sono alternative. Questo è l’unico modo per crescere ed evolversi.