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 2017  maggio 26 Venerdì calendario

Ma quali giornali, io volevo essere cantautore. Intervista Gianni Mura

MILANO. I cantautori e gli chansonniers, la Milano della musica engagée, ma anche dei poetici cazzeggi di Jannacci e Beppe Viola, i maxi-concerti e la fisarmonica da osteria, senza contare la segreta passione di Bearzot per Charlie Parker... Se volete scoprire che cosa si nasconde dietro il Mura del suono abbandonatevi a Confesso che ho stonato (Skira), da pochi giorni in libreria.
Quindi sei stonato, Gianni.

«Irrimediabilmente».
Però una volta sentendoti cantare Giovanna Marini ti defini «diatonico».
«Sì, ma poi un esperto mi spiegò che diatonico significa stonato».
Sei cresciuto nelle caserme. Sbarbandosi, tuo padre carabiniere canticchiava “Granadaaa...”.
«Prediligeva le canzoni allegre, spagnoleggianti».
Quando ti sei autonomizzato dai gusti familiari?
«Al ginnasio. Con i primi cantautori dichiarati: Paoli, Enclrigo,Tenco. Anche se li prendevano per il culo. A Paoli davano del cieco, pervia degli occhialoni scuri...».
Mentre per un periodo il povero Endrigo lottò – e vinse – contro una nomea da menagramo.
«Colpa di Noschese che gli faceva l’imitazione vestito di nero e circondato da ballerine piangenti. Una volta che Noschese stava per esibirsi alla Bussola, Sergio mandò a dire: “Fategli sapere che se continua u dipingermi come il protagonista della Patente di Pirandello gli spacco la faccia”. Le imitazioni funebri finirono lì».
Grande Endrigo.
«In Italia i tipi seri diventano immediatamente sospetti. Ho iniziato il libro pensando a lui. Mi sembrava un indennizzo doveroso. Oltreché molto sentito».
Ti sarebbe piaciuto fare il cantautore. Di quelli con la chitarra. Ma non hai mai imparato a suonarla.
«A che cosa sarebbe servito lo strumento se non sapevo cantare? A soffrire di più? Non volevo accompagnare qualcun altro. Volevo esprimere quello che sentivo io. Forse m’è nata così la vocazione del giornalismo. Magari è stato un ripiego».
Finché scrivevi a macchina toccavi comunque una tastiera.
«La macchina un suono o un rumore ce l’ha. I computer no».
Te la porti ancora dietro.
«Solo al Tour e nelle trasferte lunghe. Un po’ per affetto e un po’ come rete di salvataggio. Se gli attrezzi moderni mi tradiscono, ho sempre la mia vecchia pianola. Mi rassicura».
Come la fisarmonica. Nel libro le rendi omaggio.
«Anche se può esserlo, non riesco a vederla come uno strumento triste. È l’anguria della musica. Richiede compagnia. L’hai mai visto uno che la suona da solo? Dev’essere terribile».
Piaf, Brassens, Brel... Hai anche la fissa dei francesi.
«Perché è la lingua che ho imparato a scuola. Inglesi e americani li ha portati te»in casa mia moglie che parla inglese e l’ha anche insegnato. La musica non basta: se non capisco le parole non posso innamorarmi del tutto di una canzone».
Una volta, da special guest, cantasti a una serata di Ricky Gianco.
«Feci La rosa bianca di José Marti, perché è poco rischiosa. La puoi quasi recitare. Alla fine, applausi di prammatica. Una signora venne ad abbracciarmi: “Mi ha dato una gioia immensa. Ora so che a Milano c’è qualcuno più stonato di me“».
Ma in macchina continui a cantare. Fuori la tua playlist.
«Innanzitutto il Canto dei partigiani francesi. Versione Yves Montand. Ce l’ho sulla suoneria del cellulare. Vuoi sentire?».
Volentieri.
(Si chiama dal fisso). Montez de la mine, descendez des collines, camarades! Sortez de la paille les fusils, la mitraille, les grenades...
Altre hit autostradali?
«In dialetto, El pover Luisin. Poi sempre qualcosa di Endrigo, Aria di neve o Adesso si.Tra quelle che mi vengono meglio La gatta di Paoli e Buonanotte fiorellino. La donna cannone non è peri miei mezzi».
Di canzoni ne hai scritte?
«Qualcuna da piano bar. E II valzer delle montagne per iTètes de Bois. Dentro ci sono i nomi di tutte le salite del Tour de France, ma messi metricamente corretti».
Quando in una gara senti l’inno di Mameli ti emozioni o sei troppo internazionalista per commuoverti?
«Non mi piace. Però è l’inno del mio Paese e me lo tengo. Pref erirei Vìva ritalia di De Gregori. Ma mi rendo conto che con tutte quelle cornamuse potrebbero scambiarlo per l’inno della Scozia».
Vexata quaestio: le grandi canzoni sono poesia?
«Tanto i poeti di professione che i cantanti-autori dicono di no. Invece per me lo sono. In Francia, nella collana dell’editore Seghers Poètes d’aujourd’hui, Brassens, Brel, Ferrò o Aznavour stavano accanto a Verlaine, Apollinaire, Rilke...».
Questo non è un Paese per poeti.
«Fino a quarantanni fa “Sei poetico“era tra i massimi complimenti. Adesso e diventato sinonimo di mollaccione, sfigato».
Ai concerti non vai più.
«No, basta. Troppi scassaminchia. So che la mia invettiva contro i Uve non mi renderà popolare, però non se ne può piu dei coretti. Un tempo andavi ai concerti per sentire uno che cantava, non per sor birti quelli dietro di te. Fare in coro Buo nanotte fiorellino è una f orma di stupro. Non è La canzone del Piave».
Te la prendi pure con la spettacolarizzazione dei concerti.
«Più spettacolarizzi e meno valuti il cervello del pubblico. Brassenso Brel mica sparavano razzi dal palco, mica si f acevano appendere un’altalena su cui dondola re. Con gli effetti speciali è come se la canzone non bastasse più a se stessa»
La gente va coinvolta.
«Vogliono spettatori interattivi. Spettattori.’lipi che cantano sotto il palco non tanto per sentirsi uniti, ma per scai tarsi dei selfie o farsi riprendere dalla tv durante il concerto del Primo maggio, che peraltro non ha più alcun senso. Quanto a me, io resto invece un rispetiatore: a ognuno il suo ruolo».
Dai negozi ai trasporti pubblici: che ne pensi della musica ubiqua?
«Penso che mi sta sul cazzo».