Oggi, 8 giugno 2017
Diana, l’ultima sconvolgente verità sulla sua morte
La morte di Lady Diana, avvenuta il 31 agosto di ventanni fa, è stata una tragedia solo per poche ore, il tempo di piangere la principessa più fotogenica del mondo e di commuoversi per i suoi due figli neppure adolescenti (Carlo pareva essersi calato nei panni del vedovo ben prima di indossarli sul serio). Poi ha cambiato colore, é diventata una specie di blockbuster a metà tra il giallo e l’intrigo internazionale, con generoso contorno di spie, auto fantasma e, in filigrana, lo scontro di civiltà tra Occidente e Islam. La pietà è evaporata e al suo posto si è insediato il furore: bisognava trovare i colpevoli di un dramma che non poteva essere un semplice incidente.
Nel corso degli anni, davanti all’opinione pubblica é sfilata una mezza dozzina di sospetti. I paparazzi, l’autista Henry Paul, una misteriosa Uno bianca, perfino i tipacci del MI6, l’agenzia di spionaggio ansiosa di rendere un servizio a Sua Maestà Elisabetta: togliere di mezzo Lady Di, che era incinta del fidanzato Dodi AlFayed e, orrore!, le avrebbe dato un nipote musulmano.
Tutte queste tesi hanno avuto il loro quarto d’ora di credibilità, sono state vagliate dalle polizie francese e inglese, hanno resistito nell’immaginario collettivo ben oltre la loro “emivita” processuale.
Ma nel 2008, quando Scotland Yard ha dichiarato concluse le indagini (il sigillo della Gendarmerie transalpina era arrivato nove anni prima), il caso è rimasto irrisolto: i paparazzi sono stati scagionati quasi subito; Henry Paul portava nel sangue un miscuglio di alcol e antidepressivi che però non saziava la sete di giustizia degli “orfani“di Diana; la Uno bianca esisteva davvero e venne pure trovata, ma aveva un alibi di acciaio (e infatti venne “promossa“vittima collaterale); il delirio complottista galleggia ancora solo nella mente di Mohamed Al-Fayed, il padre di Dodi, e tra i bytes di qualche sito votato alle cospirazioni. Tutto pareva ormai afflosciato su un finale insulso: uno chaffeur ubriaco che andava troppo veloce e tre passeggeri che si erano “dimenticati” di allacciare le cinture.
Ora, ed è uno scoop che vi anticipiamo in esclusiva mondiale, tre giornalisti francesi hanno trovato il vero “assassino”. Ha quattro ruote e tiene male la strada: è la Mercedes S280 nera su cui viaggiava la principessa del Galles. Se fosse stata in ordine, se fosse stata quella “ufficiale”, forse Paul l’avrebbe domata e condotta fuori dal tunnel. Forse Diana si sarebbe salvata. Ma andiamo con ordine.
SEI FOTOGRAFI MESSI ALLA GOGNA
I primi a finire sotto il torchio de: media e degli ispettori parigini furono i paparazzi. Sono stati loro, gride la stampa inglese a tabloid unificati a far schiantare contro il tredicesime pilastro del tunnel de l’Alma la limousine che, a mezzanotte passata, ospitava Diana, il fidanzato egiziano Dodi Al-Fayed, la guardia del corpc Trevor Rees-Jones (l’unico a sopravvivere) e l’autista Henry Paul. I Cranberries ci fecero addirittura una canzone: Paparazzi on mopeds (Paparazzi sui motorini). Non la prendevi larga: «Perché se la sono presa e hanno schiacciato la sua vita? Cattivi cattivi, l’hanno pure guardata morire». Sei fotografi deposero al Quai des Orfévres, il commissariato reso celebre da Simenon e dal suo Maigret. Giurarono di esser stati bruciati al semaforo (rosso) di Place de la irhotel RitzConcorde da una sgasata della Mercedes e di aver imboccato il tunnel quando lo schianto era avvenuto da una quarantina di secondi. Il giudice Hervé Stefan li prosciolse. A loro carico, rimase solo una macchia “etica”: aver crivellato di foto Diana che sfioriva tra le lamiere.
HENRY PAUL, L’AUTISTA EBBRO E DEPRESSO
Henry Paul fu il secondo “cattivo” a finire sotto ai riflettori. Nel suo sangue venne trovato un tasso alcolemico di 1,74 grammi per litro, il triplo del limite consentito in Francia. In più, tracce di fluoxetina e sereprile. Logico: Henry prendeva robuste dosi di Prozac, di Noctamid (un ipnotico benzodiazepinico) e di neurolettici per smaltire una delusione sentimentale. Gli investigatori ricostruirono minuto per minuto il suo ultimo giorno di vita: il lavoro fino al tardo pomeriggio, molta noia, qualche lacrima d’amor perduto e due bicchieri di pastis (marca Ricard) bevuti con un paio di guardie del corpo incontrate per caso al bar del Ritz.
Bicchieri “innocenti”: non poteva prevedere che, attorno alle 23.30, Dodi gli avrebbe chiesto di scarrozzarlo per la Ville Lumière con Diana. Anche perché Henry Paul non era un autista: era il capo della sicurezza del Ritz e non aveva nemmeno la patente per guidare le macchine di grande remise, le auto blu. L’idea fatale di piazzarlo al volante di quella che sarebbe diventata la tomba di Lady Di, venne proprio a Dodi. Per depistare i paparazzi, Al-Fayed fece sfilare davanti alPingresso principale del Ritz il suo vero autista e la sua vera Mercedes. Lui, Diana e la guardia del corpo partirono da un’uscita secondaria, in rue Cambon, con uno chaffeur improvvisato e una Mercedes “taroccata”. Non poteva immaginare, però, quanto fosse “taroccata”.
Prima di occuparci dell’assassino, conviene esaminare la posizione di un presunto complice: la Uno bianca che, nella ricostruzione di Mohamed Al-Fayed, venne indicata come «preziosa alleata» dei servizi segreti britannici neH’omicidio di Diana e Dodi. Gli investigatori francesi scoprirono la sua esistenza partendo dalla testimonianza di una coppia (George e Sabine Dauzonne), da qualche frammento di plastica rossa trovato nel tunnel de l’Alma (i resti del faro posteriore sinistro) e da tracce di vernice bianca rinvenute sulla fiancata destra della Mercedes. Conclusero che c’era stato un incidente tra le due auto e stabilirono che il modello della Fiat “incriminata” era stato immatricolato tra il 1982 e l’agosto del 1987. Trovarla pareva un’impresa disperata: almeno 5 mila vetture rispondevano a quel sommario identikit. Ma il 13 novembre del 1997, venne fermato il vietnamita Le Van Thahn, idraulico e guardia notturna di un parcheggio di Gennevilliers. Sabine Dauzonne lo riconobbe come l’uomo al volante della Uno bianca e la polizia scoprì che aveva fatto dare tre frettolose mani di rosso alla carrozzeria della sua Fiat. Le indagini, però, finirono per credere più alla balistica che al complotto: Van Thahn, che andava molto piano, era stato tamponato all’ingresso del tunnel da Henry Paul, che “volava“e oltre 120 chilometri all’ora e che proprio per via di quella collisione aveva perso il controllo della Mercedes e si era schiantato contro il pilastro. La vernice rossa servì a camuffare il panico per un caso che montava su: media di tutto il mondo, non a coprire un omicidio.
È STATO TRASCURATO UN DETTAGLIO ESSENZIALE
In questi ventanni, tre inchieste (quella francese, quella inglese e quella finanziata da Mohammed AlFayed), decine di poliziotti e centinaia di giornalisti hanno passato al setaccio ogni singola voce e il più piccolo degli indizi che potessero fai luce sulla fine di Diana Spencer. Me hanno tralasciato un dettaglio: le macchina su cui la principessa de. popolo ha trovato la morte. All’indomani della tragedia, Jean-Frangois Musa, il direttore di Etoiles Limousine, una piccola società di noleggio auto che lavora solo per il Ritz, disse alla polizia di «averla comprata d’occasione da un concessionario di Austerlitz nell’agos, sto del 1996: apparteneva al direttore di Mercedes Francia e aveva solo 11 mila chilometri Ss sul tachimetro». Gli agenti parigini si accontentarono di questa versione. Pascal Rostain, Bruno Mouron e Jean-Michel Caradec’h, tre reporter francesi, no. E hanno scoperto almeno due fatti clamorosi, che “riscrivono” con un inchiostro ancor più inquietante la tragedia di Lady Di e sono spremuti nel libro Qui a tué Diana? (Chi ha ucciso Diana?), appena uscito in Francia per i tipi delle Editions Grasset.
Il primo, Karim Kazi, un autista del Ritz, aveva notato e segnalato più volte che la Mercedes, specie se lanciata ad alta velocità e specie in frenata (e furono proprio la velocità e la frenata a “condannare” Diana), faticava a tenere la strada. Musa la spedì due volte in un’officina di Saint Ouen, a nord di Parigi, perché fossero controllati ammortizzatori, allineamento e convergenza. Ma i difetti di stabilità non svanirono, neppure dopo che la limousine, rubata (ed era, come vedremo, la seconda volta!) e “spogliata” di tutti gli accessori, passò un mese dal meccanico. Musa, allora, scrisse una raccomandata alla Mercedes, segnalando «la pericolosità della macchina» e pretendendo che venisse nuovamente riparata. Correva la fine di giugno, anno 1997: due mesi prima del dramma.
Il secondo, il vero proprietario della S280 non era il direttore della Mercedes, ma il pubblicitario Eric Bousquet. Che ai tre giornalisti d’Oltralpe ha raccontato una storia da brividi. Nell’ottobre del 1994, un mese dopo l’acquisto, la macchina venne rubata. La polizia la trovò due settimane più tardi, in mezzo a un campo dalle parti di Roissy, piena di terra, coi vetri in frantumi e la carrozzeria tutta schiacciata: segno che i ladri erano finiti fuori strada (la sua instabilità era forse “congenita”?), cappottandosi più volte. L’assicurazione insistette per farla aggiustare, ma Bousquet si rifiutò e chiese di essere rimborsato. La pratica, sulla carta, seguì il solito iter: l’auto venne dichiarata épave, rottame, il generale della Gendarmerie Jacques Ebrarb ordinò che fosse mandata allo sfasciacarrozze. Sulla carta. Perché nella realtà, quella Mercedes sarebbe diventata rottame solo tre anni dopo. Con dentro la principessa più bella del mondo.