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 1976  settembre 29 Mercoledì calendario

Celerino ma a sinistra

«Presidente, dia lettura del telegramma!». Il grido viene dal pubblico che di colpo frastornato ondeggia attorno all’alta elegante figura dell’intemperante, che è naturalmente Marco Pannella. Sono le nove e pochi minuti, l’imputato Salvatore Margherito non c’è perché è andato a recuperare le stellette della divisa dimenticate. I giudici, un generale, due colonnelli, un tenente colonnello, un magistrato civile, il pubblico ministero generale, il cancelliere, restano un attimo con il braccio piegato nel saluto militare, impietriti: il presidente, generale dell’esercito Maggiora, è il primo a riprendersi e a sua volta grida: «Lei non ha nessun diritto di parlare qui, se ne vada!», e poi con decisione forse intempestiva dichiara: «La seduta e sospesa!».
In un tintinnare di sciabole e svolazzare di toghe, la corte del tribunale militare fa ressa verso la minuscola porta della minuscola aula, spostando sedie contro la parete su cui è appeso solo un piccolo crocifisso. «Accompagnate fuori il signore», ordina senza convinzione il presidente.
È quel che ci vuole per dare grande soddisfazione al deputato radicale che col suo solito aspetto da angelo sterminatore ha ormai in pugno la sceneggiata: «Questo non è un processo, è una esecuzione pubblica. Non fuggite signori giudici, fate il vostro dovere! Questo tribunale è una associazione per delinquere contro la Costituzione, state rapinando la giustizia. Avanti, leggete il mio telegramma».
Il telegramma Pannella lo ha inviato ieri sera, tuttavia i giudici non ne sanno niente per cui non sanno come reagire. È di quei testi carichi di enfasi che equivalgono ad una serie di bastonate. Tra l’altro infatti dice: «Voi non state compiendo un atto di giustizia ma perfezionando una violenza gravissima e anticostituzionale, con dolo e con la perfetta consapevolezza di tradire la Patria e la Costituzione. Se chi vìola la legge delinque, i giudici del tribunale militare di Padova sono, qui e oggi, dei delinquenti di cui è necessario interrompere la flagranza del delitto».
Davanti a Pannella i protagonisti del processo diventano comparse, la sensazione per tutti è quella di prestarsi, senza potersi difendere, alla violenza del ridicolo. Un maggiore dei carabinieri in borghese, Ennio Cassella, comandante del gruppo investigativo, ha il coraggio di fare da spalla al deputato, ormai raggiante, occhi lucenti, capelli al vento, sorriso vittorioso, che lo sfida crudelmente: «Posso essere arrestato in flagranza di reato anche se sono deputato!».
Sarà vero? Pannella ha il potere di far girare la testa, è irresistibile nella sua capacità di creare confusioni: cosicché il maggiore cade nella diabolica trappola. «Venga in caserma con me!» e gli dà l’atteso spintone. «Non mi faccia violenza, posso venirci da me. Lei tuttavia non ha diritto di portarmici. A meno che io sia in arresto. Sono in arresto?» lo minaccia il deputato. «Sì, lo è», dichiara sprovvedutamente il maggiore. «Allora andiamo!», risponde soddisfatto finalmente il deputato che ha solo un attimo di disappunto per l’assenza di manette.
Lo caricano su una Alfetta che parte a sirene spiegate, lo portano nella caserma Prato della Valle dove, accertata la sua identità, viene rilasciato in pochi minuti: purtroppo non ha fatto niente di abbastanza grave che giustifichi l’arresto di un deputato in flagranza di reato. Sicché non sono ancora le dieci e Pannella riporta confusione sotto le finestre del tribunale militare, in mezzo a masse di carabinieri, curiosi, giornalisti, ammiratori, camionette, tascapani militari e fucili, poggiati al muro.
Riprende ad entusiasmare, a indignare, a spaventare: «Sono dieci anni che i tribunali militari si ostinano a non rimettere alla Corte Costituzionale tutte le istanze per riconoscere l’illegittimità dei loro codici. I giudici dei tribunali militari sono mentitori specifici oltre che delinquenti. In particolare il tribunale di Padova si è sempre distinto per non aver mai denunciato i fascisti né le violenze del II Celere che coi suoi morti e feriti di piazza è stato uno stumento principe della strategia della tensione».
E poi prevede: «Naturalmente i giornali borghesi mi definiranno il solito rompiscatole: invece queste azioni sono necessarie e abbiamo il coraggio di farle solo noi radicali, non certo la sinistra per bene, quella a cui piace seguire i funerali». Marco Pannella guarda l’orologio, sono quasi le undici, saluta tutti e in un attimo scompare. Lo aspettano a Milano, a Roma.
Il suo raid è durato meno di due ore, è stato un colpo di scena che ha scosso il torpore di un processo di gravissimo significato politico, una avventura clamorosa che non aggiunge nulla alla difesa del capitano Margherito (e infatti uno dei suoi difensori, l’avvocato comunista Malagugini, è rimasto sconvolto per un bel po’). «Si è già stancato della routine del deputato, ci aveva detto che aveva bisogno di fare qualcosa di vivo», dice un amico di Padova. E Mauro Mellini, radicale, l’altro difensore di Margherito dice «comunque finisca il processo, Pannella ha paura che passata la vampata di generica diffidenza verso i tribunali militari, non resti che il ricordo del caso Margherito. Non bisogna invece dimenticare che cosa sono i tribunali militari, i lori sistemi, le collusioni che hanno con le alte gerarchie militari, con i ministeri che li manovrano come burattini. Nei programmi del partito radicale c’è il referendum abrogativo dell’ordinamento giudiziario militare e il progetto di modifica del codice penale militare, che tra l’altro prevede la sostituzione dei giudici militari con magistrati civili e con rappresentanze di ufficiali di carriera e di soldati».
A Marco Pannella per la sua veloce e vistosa improvvisazione potrebbero essere contestati i reati di resistenza a pubblico ufficiale, rifiuto di declinare le generalità, mancata osservazione dell’ordine dell’autorità, oltraggio a magistrato in udienza. Nessuna di queste accuse prevede mandato di cattura obbligatorio: un deputato, sia pure in flagranza di reato, non può essere arrestato.