Dieci anni di Repubblica, 23 novembre 1976
Tutto un popolo contro i quattro
«Annusavano la scoreggia di uno straniero e la trovavano profumata». Colpevoli di un tale misfatto, che fuori di metafora significa «quelli adoravano qualsiasi cosa venisse dall’estero», sono naturalmente i quattro «radicali» con in testa Ciang Cing. La fantasia popolare cinese non ha limiti, ed in occasione della campagna contro la vedova di Mao si è scatenata. Se anche non venisse la sperata liberalizzazione della vita artistica e culturale, questo periodo di libera espressione popolare contro «la gang dei quattro» è un gran godimento per tutti, e la gente si sbizzarrisce. I manifesti che ora compaiono in Cina non sono più solo quelli ispirati dal partito, le poesie non sono quelle d’occasione compilate dagli scrittori di regime.
Ormai ogni fabbrica, ogni scuola, ogni villaggio produce i suoi tazebao, disegna le sue caricature, scrive i propri versi di accusa contro la gang dei quattro in quella che certamente è la prima autentica manifestazione di spirito popolare in tanti anni di imbavagliamento culturale imposto dalla signora Ciang Cing.
La gente della famosa Comune di Ta-chai scrive sui muri che quando Ciang Cing venne in visita si portò dietro uno stuolo di servi, quattro cavalli, cibi e bevande speciali, perché non voleva mangiare quello che passava la Comune. Nella casa in cui fu ospite fece spruzzare le pareti di profumi e volle che nel giardino fossero piantati i suoi fiori preferiti. La gente di Tachai rifiutò questa corvée e Ciang Cing fece venire i fiori da un’altra parte del paese.
La polizia di Canton racconta ora nei suoi tazebao che quando Ciang Cing venne nella loro città fece chiudere i cantieri navali perché il rumore degli operai al lavoro non la faceva dormire. Gli abitanti dell’isola di Hainan descrivono come Ciang fece tagliare qualche dozzina di alberi perché le impedivano la vista da una finestra, e come un giorno fece andare via la gente di un intero villaggio perché lei voleva fare il bagno nuda in uno stagno.
Quello che sorprende non è tanto che la popolazione di un paese contadino cui viene dato un personaggio, in partenza antipatico, da mettere in berlina si sbizzarrisca in questo modo, ma che queste accuse, questi pettegolezzi siano ripresi dalle radio provinciali, siano stampati nei giornali e vengano diffusi dall’agenzia di stampa ufficiale, conferendo loro una sorta di avallo ufficiale.
I quattro ormai sono, come li definisce un articolo di ieri, «merda di cane», ed a loro vengono attribuiti tutti i delitti e malanni avvenuti più quelli che avrebbero potuto avvenire, senza grande rispetto per la verità e la verosimiglianza. I quattro sono politicamente finiti, personalmente umiliati, e se la campagna continua non è per uccidere un uomo morto, ma per tagliare le radici di tutto ciò che i quattro rappresentavano: vale a dire combattere la posizione radicale che, pur minoritaria, aveva suoi esponenti in ogni organizzazione ed unità del paese.
Più sono le accuse contro i quattro, più sarà difficile d’ora innanzi per altri, in Cina, spendere una parola in difesa di ciò che i quattro rappresentavano. Perché non dimentichiamolo: i quattro possono essere stati, sì, dei «carrieristi opportunisti» che sfruttavano certi slogan per farsi avanti e raggiungere il potere, ma i quattro, con quello che dicevano, rappresentavano una linea politica che aveva seguaci e sostenitori in tutta una schiera di giovani nati e cresciuti nel dibattito della rivoluzione culturale.
La lotta contro la burocrazia, la rapida promozione dei giovani, la gestione operaia del potere, la lotta contro l’educazione elitistica etc., sono questioni reali e sulle quali i «radicali» avevano preso posizione. Se capi di questa linea politica erano personaggi impopolari e carrieristi come Ciang Cing e gli altri, può essere stato un grande svantaggio della causa radicale come ora è provato, ma il problema di quelle posizioni politiche resta. Nonostante la campagna di accuse contro la gang antipartito tenda a presentare i quattro come isolati dalle masse, come dei semplici intriganti di palazzo, è un fatto che i «quattro» avevano un seguito in alcuni settori operai e fra la gioventù. Che ne è ora di questi «radicali»? «Sono entrati nella clandestinità» mi ha risposto un diplomatico occidentale con una lunga esperienza a Pechino. Alcuni si camuffano politicamente, altri lasciano i loro luoghi di lavoro e di residenza e vanno a perdersi nelle campagne, ma il loro problema resta. Se il nuovo sviluppo del paese porterà con sé una maggiore burocratizzazione del potere, non è detto che fra dieci anni la causa radicale rifiorisca e provochi una nuova esplosione.
Secondo altre fonti diplomatiche almeno un milione di persone oggi in Cina sono nei guai per essersi esposte in passato come radicali, per essere oggi complici di quei tanti misfatti commessi dai «quattro». Che cosa significhi essere nei guai non è chiaro. Poco dopo l’arresto di Ciang Cing e degli altri, vennero da Pechino chiare indicazioni che l’epurazione dei radicali doveva essere limitata e che doveva avere più il carattere di rieducazione che quello di punizione.
Queste indicazioni o non vengono accettate dalle autorità regionali del paese, o la politica di Hua Kuo-feng a questo proposito è mutata: a Ciangsha, nella provincia di Hunan, ad esempio, i manifesti parlano di quattro persone che sono state fucilate «per delitti commessi contro lo stato ed il partito» (è una delle espressioni usate anche contro i quattro). Una delle vittime avrebbe semplicemente fatto una croce di disapprovazione sul nome di Hua Kuo-feng in un manifesto che lo acclamava nuovo Presidente del Partito. «Assemblee di lotta», come vengono chiamati i tribunali popolari che giudicano gli avversari politici, vengono tenute in varie parti del paese.
Intervista di Fausto De Luca a Giorgio Napolitano, membro della segreteria del Pci
Come giudicate i commenti dedicati dal Pcus a Mao, definito il grande traditore? Non spingono ad un ulteriore peggioramento dei rapporti generali pregiudicando anche le vostre buone intenzioni?
«Le nostre non sono semplicemente buone intenzioni, ma prese di posizioni tendenti a riaprire un confronto innanzitutto tra il nostro Partito e il partito cinese. I commenti del Pcus sono un’altra cosa. Per quel che riguarda più in generale la situazione del movimento comunista, e, in questo quadro, i rapporti tra Pcus e Pcc, non vediamo certo segni di miglioramento».
La rigidità cinese non rende sterile lo sforzo che avete fatto su Rinascita di entrare in modo più problematico nella vicenda dei rapporti con i cinesi?
«Lo sforzo in cui siamo impegnati va bene al di là di episodi, pur negativi, come può essere quello di una reazione di rigetto al nostro messaggio. Continueremo a lavorare su problemi del rapporto con la Cina, nella convinzione che si tratti di problemi di grandissima importanza, che vanno da noi ripensati e approfonditi nel modo più aperto e in piena autonomia».
Non è curioso che su una cosa sola i comunisti sovietici e quelli cinesi siano d’accordo: nel definire revisionisti gli eurocomunisti, Pci in testa?
«Il Pci non è mai stato definito revisionista dal Pcus. Non si possono confondere degli articoli di polemica generica sull’eurocomunismo con una definizione che da parte del Pcus non è mai stata data a proposito del nostro Partito. Quella di «partito revisionista» è comunque un’etichettatura davvero convenzionale o obsoleta, da chiunque venga».