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 2017  maggio 31 Mercoledì calendario

Tassare i patrimoni, ridurre l’Irpef e l’Iva

La recente pagella rilasciata dalla Commissione Europea sui conti pubblici vede per l’Italia approvare sostanzialmente le misure fino al momento adottate. Da Bruxelles arrivano comunque delle “raccomandazioni” rilevanti, soprattutto in vista della prossima manovra autunnale che dovrà aggiustare il bilancio statale per il triennio 2018-2020. In particolare, l’attenzione della Commissione si è focalizzata sul tema del rispetto della regola del debito, che prevede un graduale e costante avvicinamento verso il livello del 60% del Pil, obiettivo eventualmente da raggiungere secondo la Commissione, insieme a quello del pareggio strutturale di bilancio, anche reintroducendo la tassazione sulla prima casa.
Sul tema del debito pubblico, vero tallone d´Achille del paese, abbiamo assistito in questi ultimi anni a una fioritura di ipotesi fantasiose su modalità di difficile attuazione per ridurne il carico. Per far fronte agli oneri da interessi la pressione fiscale ha raggiunto livelli estremamente elevati, a cui si associa una bassa qualità della spesa pubblica su cui pesano le spese correnti non comprimibili.
L’Italia in realtà è tra i paesi europei quello che mostra uno dei migliori avanzi primari, ovvero il saldo tra entrate e uscite al netto degli interessi: nel 2016 è stato pari all’1,5% del Pil. Senza il peso degli interessi sul debito pubblico il bilancio pubblico italiano potrebbe essere quindi ben più espansivo e consentire di riprendere a fare investimenti. Nel tempo si sono affacciate nel dibattito diverse proposte per affrontare il problema. Molto spesso tali proposte implicano la valorizzazione del patrimonio pubblico, operazione di difficile attivazione stante l’asfittico mercato immobiliare, soprattutto al di fuori dei grandi centri urbani.
Inoltre anche gli interventi proposti non potrebbero alla fine che ricadere sul risparmio privato, che dovrebbe acquistare quote di fondi di immobili pubblici di valore e liquidità incerte. Allora tanto vale essere più diretti e trasparenti. A rischio di sembrare poco allineati, riteniamo infatti che la soluzione più semplice, e tutto sommato preferibile nel nostro contesto socio-economico, passi per l’applicazione di una tassa patrimoniale straordinaria “soggettiva”, in una misura orientativa del 5%, accompagnata da una immediata e contemporanea riduzione corrispondente della tassazione su reddito e/o consumi.
Sulla base di alcune nostre simulazioni, basate su dati micro e macroeconomici (una nota più di dettaglio è disponibile sul sito di BEM Research), stimiamo in circa 220 miliardi di euro il gettito derivante da un’imposta del 5% applicata sul patrimonio immobiliare e finanziario delle famiglie italiane. Osservando la distribuzione per decile di ricchezza, si rileva che per il 10% delle famiglie meno facoltose l’uscita sarebbe complessivamente di 37 milioni di euro, ovvero lo 0,02% del gettito totale per un ammontare di 14 euro medio per famiglia (tabella 1). Considerando invece le famiglie con una ricchezza mediana, il gettito stimato sarebbe pari a 11 miliardi, pari a 4,3 mila euro per nucleo. Il carico di gettito più elevato, pari a 92,6 miliardi, il 42,7% del totale, verterebbe sulle famiglie più facoltose, che dovrebbero sborsare 36 mila euro per nucleo familiare.