Il Sole 24 Ore, 31 maggio 2017
Tedeschi non così «cattivi» in America con 250 miliardi di investimenti diretti
Sono i numeri a dare torto a Trump nei rapporti transatlantici. Conti alla mano, la Germania non è affatto “cattiva” per gli Stati Uniti e la loro economia. Nè lo sta diventando, anzi. Nel 2015, stando allo stesso Dipartimento di Stato, gli investimenti diretti tedeschi sono arrivati a 255 miliardi di dollari. Vale a dire più del doppio di quelli statunitensi nell’opposta direzione e in aumento di quasi 30 miliardi dall’anno prima, quando erano già lievitati di 19 miliardi. Berlino è il quinto partner commerciale americano ed è in posizione simile nelle graduatorie degli investimenti. Certo, ha un surplus nell’interscambio bilaterale, 65 miliardi nell’ultimo anno alla pari con Giappone e Messico. Ma questo si traduce, in tutta evidenza, in capitali reinvestiti proprio negli Stati Uniti, letteralmente triplicati tra il 2012 e il 2014. Merito di ben 4.000 aziende che danno oggi lavoro a 670.000 dipendenti, per il 40% nell’invocato e strategico settore manifatturiero pur senza trascurare i servizi: il retailer a basso costo Lidl sta spendendo ben un miliardo per aprire cento negozi l’anno prossimo.
Questa realtà è evidente nel comparto scottante dell’auto, più volte preso di mira esplicitamente dal Presidente con i suoi tweet ispirati al nazionalismo economico. Le case automobilistiche tedesche vendono sì centinaia di migliaia di vetture sul mercato americano, ma le producono sul posto e spesso le esportano, facendosi motore di crescita e a volte di salvataggio di intere regioni del Paese oltre che contribuendo semmai a ridurre il deprecato disavanzo commerciale statunitense. Gli addetti americani nell’auto tedesca sono almeno 110.000, 33.000 in impianti di progettazione e produzione e altri 77.000 in indotto e componentistica. E sono impianti sovente in espansione. Matthias Wissmann, presidente dell’associazione tedesca dell’Automotive, ha di recente indicato da Detroit come tra il 2009 e il 2016 la produzione targata Germania sia quadruplicata a 850.000 veicoli l’anno, risultato di stabilimenti triplicati in vent’anni – un boom da record mondiale – a 430. Assumendo, oltretutto, ruoli d’avanguardia: un quinto delle auto elettriche oggi vendute negli Usa arrivano da questi impianti. E il 41% delle vetture made in Usa da produttori tedeschi è venduto sul mercato domestico, mentre un quarto è esportato in Europa e un quarto in Asia.
I casi degli impianti di Greenville-Spartanburg in South Carolina e di Vance in Alabama sono rivelatori, nati da flessibilità nel costo del lavoro e incentivi nel Sud del Paese ma portatori di sviluppo. Bmw dà adesso lavoro a 8.800 dipendenti nella sua unica e colossale struttura statunitense nella contea di Spartanburg, dove la cittadina più vicina, Greer, ha appena 25.000 abitanti. Frutto di un investimento da quasi otto miliardi, è il maggior stabilimento Bmw in assoluto e il re indiscusso nell’export di veicoli costruiti negli Usa, con una produzione di 411.000 vetture l’anno per il 70% vendute all’estero. Un ulteriore investimento da un miliardo è in programma per aumentare la capacità a 450.000 veicoli. È diventato negli anni una delle ancore di un’intera regione metropolitana e industriale al confine tra South Carolina e Georgia che conta 1,3 milioni di residenti. Una regione che aveva sofferto in passato la diserzione di settori tradizionali del made in Usa quali il tessile e che adesso è invece tra le aree americane a maggior crescita demografica.
In Alabama, Mercedes-Benz non è da meno. Ha da ormai vent’anni un impianto nella contea di Tuscaloosa che i vertici nordamericani dell’azienda hanno di recente celebrato come cuore di una rete di oltre duecento fornitori, spesso imprese attirate dalla presenza tedesca, ed è impegnata a sua volta in un piano di ulteriore espansione da 1,3 miliardi per una nuova generazione di Suv. Dal 1995 la casa tedesca ha iniettato oltre 4,5 miliardi in uno stabilimento che sforna 300.000 vetture l’anno. Jason Hoff, chief executive delle attività statunitensi, ha stimato che accanto ai 3.600 dipendenti l’impianto sostiene diecimila impieghi indiretti.
La South Carolina è però un polo significativo dell’impegno e del successo tedesco negli Stati Uniti al di là del caso Bmw. Lo stato vanta oltre 160 aziende di Berlino sul suo territorio, sparse in 200 località. Una imponente calamita di investimenti diretti che lo trasformano in un termometro particolarmente sensibile alle tensioni transatlantiche, nonostante abbia votato per Trump nelle primarie repubblicane e poi alle elezioni generali. Negli ultimi sei anni, almeno cinque imprese tedesche hanno deciso nuove assunzioni e piani di crescita nello stato. Bmw guida ancora questa classifica con 1,9 miliardi di dollari e 1.800 nuovi impieghi. Ma segue un’altra casa, la Daimler che controlla Mercedes, con 500 milioni per creare 1.300 buste paga a North Charleston in uno stabilimento per l’assemblaggio di furgoni. Altrettanto ha iniettato Continental Tire the Americas nella contea di Sumter per aggiungere 1.620 posti di lavoro, mentre 175 milioni sono giunti da Robert Bosch a Dorchester per 150 impieghi e 22,5 milioni da ZF Transmission a Laurens per 545 buste paga.