ItaliaOggi, 31 maggio 2017
Aborigeni australiani in rivolta
Gli aborigeni, popolazione autoctona australiana, sono in rivolta perchè vogliono essere riconosciuti. A distanza di mezzo secolo dall’aver ottenuto la cittadinanza, i primi abitanti dell’isola-continente si sentono emarginati, cittadini di serie B. La settimana scorsa, dal 23 al 26 maggio, si sono dati appuntamento a Uluru, nel centro del paese, 250 rappresentanti della comunità aborigena, per un summit sul loro riconoscimento costituzionale.
Mai prima d’ora si era vista una simile riunione. Il dibattito si è concluso con l’idea di organizzare un referendum per sancire nella Costituzione che la storia del paese non comincia con l’arrivo dei colonizzatori inglesi all’inizio del XVIII secolo.
Gli aborigeni si sono riuniti 50 anni dopo il referendum del 27 maggio 1967, una delle date più importanti della storia dell’Australia moderna. Quel giorno storico gli aborigeni sono diventati cittadini australiani in tutto e per tutto. Sono stati inseriti nel censimento, che fino ad allora li aveva ignorati, ed è stato modificato l’articolo della Costituzione che riguardava il potere del governo federale di fare le leggi valide per tutti tranne che per loro.
Gli autoctoni sono soltanto il 3% dei 24 milioni di australiani. Ma nella regione del Nord, il 30% sono aborigeni. È li che si trovano Uluru e a 300 chilometri a nord-est la piccola città di Alice-Spring capitale al centro dell’Australia dove risiedono 28 mila persone. Qui l’isolamento non è una parola senza senso. Le città più vicine, Darwin a nord, e Adelaide a Sud, si trovano a 1.500 chilometri. È un’altra Australia. L’inglese qui non è la prima lingua, che, invece, è fatta di decine di dialetti autoctoni. Dal rapporto 2015 del governo è emerso che il 73% degli autoctoni di Alice Sping ricevono un aiuto al reddito, contro il 6% della restante popolazione. Alcune migliaia di aborigeni vivono nelle 18 camp town intorno alla città. In queste aeree desolate, le case, spartane, convivono con le carcasse delle auto abbandonate. Le persone sono molto povere. Pochi hanno qualifiche e c’è molta disoccupazione, secondo quanto ha raccontato al quotidiano francese Le Monde, Geoff Shaw, leader della comunità di 72 anni, vecchio militare di carriera che ha combattuto in Vietnam. Alcune comunità che vivono nelle remote zone desertiche australiane hanno condizioni di vita simili a quelle dei paesi del terzo mondo, molto lontane dall’Australia ricca che conosce una crescita ininterrotta da 25 anni.
Avvicinandosi alle camp town alcuni cartelli invitano alla non violenza, soprattutto fra le mura domestiche (fino al 2007 erano numerosi i casi di abusi sessuali sui minori) e altri ricordano che è vietato bere alcolici. Un divieto che indispettisce gli aborigeni. Tuttavia, alcolismo, droga, violenze familiari: le statistiche sono impietose nei confronti degli aborigeni di tutto il paese. Il tasso di suicidi è cinque volte più elevato tra le donne indigene dai 20 ai 24 anni rispetto alle altre australiane. La speranza di vita per un ragazzo nato in queste comunità tra il 2010 e il 2012 è di 10 anni inferiore a un altro bambino. Per un giovane aborigeno il rischio di finire in prigione è 24 volte superiore rispetto agli altri australiani. Inoltre, è molto elevato il tasso di bambini aborigeni tolti dai servizi sociali alla loro famiglia d’origine per garantirgli sicurezza: il 35% circa dei bambini piazzati nelle famiglie disposte ad accoglierli sono aborigeni.
Un rapporto speciale delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli pubblicato ad aprile scorso ha denunciato un livello di razzismo particolarmente preoccupante in Australia.
Nel 1992 l’Alta Corte, riconobbe per la prima volta i diritti fondiari degli autoctoni, anche se le terre gli vengono ancora sottratte.
La cultura aborigena è forte nelle regioni centrali dell’Australia e motivo di fierezza. Viene esportata in tutto il mondo. Le cerimonie tradizionali perdurano e si trasmettono di generazione in generazione. La Costituzione, è la richiesta, deve sottolineare questa cultura unica.