ItaliaOggi, 31 maggio 2017
Camusso, caccia alla poltrona
La Cgil è la Cgil. Per decenni e per milioni di lavoratori è stata «il sindacato». Una vera e propria istituzione. I partiti, anche di sinistra, potevano essere discussi, criticati, abbandonati, ma la Cgil no. Era il presidio dei lavoratori: tanto nelle grandi fabbriche del nord quanto fra i braccianti del sud. È stata, con i suoi militanti, il bersaglio dei terroristi durante la lunga notte delle Br, ma non ha mai ceduto di un solo millimetro.
Adesso non si usa più, ma, fino a qualche tempo fa, non c’era manifestazione di sinistra (o anche solo civile) in cui non arrivasse il mitico servizio d’ordine della Fiom, i metalmeccanici. Ragazzi tosti, disciplinati, volontari, con la fascia rossa al braccio. Bastava la loro presenza a scoraggiare azioni di disturbo, provocazioni.
La Cgil è stata tutto questo. Non solo un sindacato che cercava paghe più alte, ma una componente importante della nostra vita democratica. Certo era tutta di sinistra e ha anche commesso molti sbagli. Si muoveva, questo va detto, un po’ come un carro armato, non era molto flessibile e apprendeva le cose con lentezza spesso eccessiva. A volte ha dato l’impressione di seguire più l’ideologia (la lotta padroni-operai) che il mondo. Ha fatto battaglie senza senso, come quella contro l’abolizione della scala mobile. Ma, nonostante tutto ciò, è sempre stata nel cuore dei lavoratori.
Da qualche tempo, però, la Cgil dà l’impressione di un carro armato che sbanda, che non sa più dove andare, che confonde le pagliuzze con le travi. E c’è una spiegazione. Con il passaggio della grande fabbrica fordista (65 mila operai a Mirafiori) alle medie fabbriche post-fordiste il mondo del lavoro si spezzetta e si disintegra. Cambia. E le nuove tecnologie spingono anche loro nella direzione del cambiamento.
Di fronte a tutto questo nuovo che arriva, c’è solo confusione. Così nella Fiom, emerge Maurizio Landini (che probabilmente diventerà segretario generale della Cgil al posto di Susanna Camusso). Landini è un tipo curioso. Buon parlatore, demagogo di razza, vive come se l’ultimo mezzo secolo sulla terra non ci fosse mai stato. Urla, vuole mobilitare le masse contro i padroni affamatori, schiavisti, sogna la rivolta, forse addirittura la rivoluzione. E infatti marcia con lo spadone in mano contro il capo della Fiat, Sergio Marchionne, accusandolo di qualsiasi nefandezza. Gli operai non lo seguono e perde sempre. Allora ricorre ai tribunali. È una guerra senza quartiere. Ma perde sempre.
Marchionne salva la Fiat, acquista la Chrysler e fa del gruppo torinese una multinazionale moderna. La Fiat va bene e le sue fabbriche, oggi, sono quelle disegnate da Marchionne, non da Landini. Non dico che gli operai siano felici (in una fabbrica d’auto è difficile essere felici), ma lavorano, prendono regolarmente la loro paga, e portano le famiglie in vacanza. In tutta questa vicenda la Fiom appare appunto come chi non ha voluto capire che il mondo è cambiato. E infatti viene spesso battuta dalla Fim-Cisl, sindacato dei metalmeccanici molto più moderno e aperto alle novità.
Su questo scenario, già abbastanza complicato, si abbatte lo tsunami Camusso. Se Landini è un combattente di tipo ottocentesco, la Camusso è decisamente pop. Spara battaglie a caso. Scende anche lei in guerra contro il famoso articolo 18 (che impone la riassunzione del lavoratore licenziato), cancellato dalla legislazione. Vuole fare un referendum per reintrodurlo. La Corte costituzionale glielo boccia. Poco male: l’articolo 18, fino a quando è esistito, comportava qualche centinaio di cause all’anno in Italia, su 20 milioni di lavoratori. Difficile trovare un senso in tutto ciò, se non la voglia di fare un po’ di casino.
Ma la deriva pop della segretaria della Cgil prosegue e in questi giorni, fra una sbandata e l’altra. Una volta c’erano i voucher (strumenti per regolare i lavoretti occasionali).
La Camusso tenta la strada del referendum per abolirli. La Corte, questa volta, l’autorizza a fare il referendum. Il governo Gentiloni, con una mossa semplice e abile, le taglia l’erba sotto i piedi: con un decreto abolisce i voucher (di cui la stessa Cgil è stata grande utilizzatrice, forse la più grande). Dopo di che, poiché i lavoretti occasionali, fanno patte comunque della nostra vita, il governo presenta una nuova regolamentazione, molto più severa della precedente. Camusso-pop riprende a urlare e a minacciare il ricorso a un altro referendum. Di nuovo sulle barricate. Ebbene, questi benedetti lavoretti occasionali rappresentano lo 0,1 per cento del mondo del lavoro. Una cosa assolutamente marginale, di nessuna importanza.
Perché la Camusso si imbarca in queste battaglie inutili? Due sono le spiegazioni. La prima sostiene che non sa che cosa fare e quindi si lancia nella prima cosa che le viene in mente. Il casino per il casino. Se facciamo casino significa che siamo vivi. La seconda, molto più grave, sostiene invece che vuole arrivare di corsa alla crisi del governo Gentiloni e a nuove elezioni prima che venga approvata la nuova legge elettorale, che con la soglia del 5% manderebbe a casa i suoi amici di Articolo 1, cioè D’Alema, Bersani e tutta la compagnia. Compagnia con la quale anche lei conta di farsi eleggere. Quindi non confusionaria pop, ma piccola stratega interessata a trovarsi una poltrona nel prossimo parlamento, per una confortevole vecchiaia.. In altri tempi il benemerito servizio d’ordine della Fiom le avrebbe gettato la scrivania in strada.