La Stampa, 31 maggio 2017
Quando i colori fanno festa con i neuroni
Il laboratorio va al museo. Si trasferisce al Castello di Rivoli-Museo d’Arte Contemporanea e recluta volontari per un esperimento che aiuterà a scoprire in che modo cambia l’esperienza di un‘opera d’arte pittorica, quando questa viene trasferita nell’universo digitale. Sarà in particolare il colore, elemento principe dell’opera d’arte, ad essere analizzato in un progetto-pilota realizzato nell’ambito della mostra «L’emozione dei colori nell’arte», in corso proprio al Castello di Rivoli e alla Gam, la Galleria d’Arte Moderna di Torino.
Il progetto, condotto dai ricercatori dell’Università di Parma, Vittorio Gallese, Martina Ardizzi e Maria Alessandra Umiltà, si inserisce in un filone di ricerca interdisciplinare che vuole investigare la creazione e la percezione delle opere d’arte – figurative e astratte – attraverso la metodologia delle scienze cognitive. Già 30 anni fa il padre riconosciuto della neuroestetica, il neurobiologo britannico Semir Zeki, era intenzionato a stabilire i fondamenti biologici e neurobiologici dell’esperienza estetica: in questo studio, che in sei giorni ambisce a reclutare 60 visitatori, i ricercatori studieranno le reazioni spontanee all’opera artistica.
Risposte fisiologiche
«Vogliamo capire in che modo la componente cromatica nelle sue diverse modalità può riflettersi in differenti risposte fisiologiche e anche nei giudizi soggettivi di valutazione dell’esperienza degli stessi visitatori», spiega il responsabile della ricerca, Vittorio Gallese. In altre parole, il colore verrà utilizzato come cartina di tornasole per vedere se il mezzo di presentazione dell’opera ha o meno un diverso impatto fisico-corporeo sui fruitori. I ricercatori proporranno ai partecipanti – 60 uomini e donne dai 18 ai 55 anni – alcuni test per conoscerne il carattere, la familiarità con l’arte e con i musei. Con semplici strumenti non invasivi misureranno la cosiddetta «conduttanza galvanica cutanea» – vale a dire le variazioni elettriche della pelle – e la frequenza cardiaca per valutare la reazione emotiva viscerale, il «gut feeling», di chi sta osservando opere d’arte reali e altre, invece, su uno schermo. L’esperienza ne risulterà modificata? E, se sì, in che modo?
Senza svelare troppi particolari per non inficiare lo svolgimento dell’esperimento, gli autori della ricerca – intitolata «L’arte del colore nell’era digitale» – si aspettano che alcune opere, in particolare quelle con quoziente materico maggiore, risulteranno più coinvolgenti dal vivo che sullo schermo. Inoltre, nonostante il non amplissimo campione di soggetti (60 è, infatti, un compromesso tra le necessità della scienza e la logistica del museo), potrebbero già emergere gli effetti della maggiore consuetudine dei giovani a vedere il mondo nella sua versione virtuale. «Tuttavia – puntualizza Gallese – non credo che ciò significhi, o perlomeno non ancora, che quest’abitudine percettiva abbia davvero modificato il modo in cui vedono il colore». È possibile, comunque, che «la differenza tra le due presentazioni (reale-digitale) delle opere d’arte – astratte a prevalente contenuto cromatico – diventerà più accentuata al crescere dell’età dei soggetti».
L’influenza della digitalizzazione delle opere, d’altra parte, è diventata una questione ancora più attuale con la diffusione, proprio nei contesti museali, dei supporti digitali. Per quanto tendiamo a percepire il mondo virtuale come qualcosa di distante dalla realtà, «le neuroscienze ci dicono sommessamente che tra i due mondi non c’è, in realtà, una differenza assoluta», spiega Gallese, esperto del dialogo tra le diverse forme d’arte e le neuroscienze. Pensiamo al cinema dove, di fronte ad una artificiosa riproduzione della realtà, ridiamo, ci indigniamo oppure piangiamo. Accade perché mettiamo in campo molte delle risorse che utilizziamo nella realtà quotidiana e nella sua elaborazione.
Quello della riproducibilità dell’opera, di cui la digitalizzazione è la forma più recente, non è comunque un tema nuovo. Come scriveva già 80 anni fa Walter Benjamin nel suo «L’opera d’arte nell’epoca della riproducibilità tecnica», «anche nel caso di una riproduzione altamente perfezionata, manca un elemento: l’hic et nunc dell’opera d’arte – la sua esistenza unica è irripetibile nel luogo in cui si trova». L’effetto-contesto, e quindi la sacralità dell’ambiente museale, sulla percezione dell’arte e sulle emozioni provate è fondamentale. Anche sotto questo aspetto sfogliare un catalogo è certamente un’esperienza impoverita rispetto al trovarsi di fronte all’opera autentica, pur nel disagio della folla e della stanchezza per l’attesa in fila.
Detto questo, però, quello che «vediamo» quando «guardiamo» un dipinto non dipende unicamente dai meccanismi neurofisiologici della visione, ma ha a che fare anche con una serie di elementi storico-culturali legati a quella specifica produzione che viene chiamata artistica e che continua ininterrotta da almeno 60 mila anni. E anche nel caso del colore, elemento molto studiato dall’estetica sperimentale ma sul quale non esistono ancora, secondo Gallese, «dati ultimativi», la componente culturale è fondamentale.
Confini sfumati
Tuttavia, scoprire l’influenza che i supporti digitali hanno nella percezione del colore, e quindi nella fruizione dell’arte, è particolarmente importante in un’epoca in cui la realtà virtuale è sempre più pervasiva e tende – anche con l’affermazione dell’Intelligenza Artificiale – a sfumare e a confondere i confini tra percezione fisica e percezione immateriale. E non solo. Così potrà diventare più autentica l’esperienza per quel pubblico sempre più vasto che visita i musei online. Per partecipare a «L’arte del colore nell’era digitale» le iscrizioni vanno inviate a educa@castellodirivoli.org.