31 maggio 2017
APPUNTI CONTRACTOR PER LA VERITA’
Il mercenario, il (secondo) mestiere più antico del mondo
Michele Magno, Formiche.net 11/4/2017
Sono attive in Siria e nei principali teatri di guerra del globo. Basta digitare su Google due parole chiave, recruitment contractors, per scorrere un lungo elenco di private security companies americane e inglesi. Sono Inghilterra e Stati Uniti, infatti, dove la professione del “soldato privato” è legale, a detenere il suo monopolio attraverso accordi stipulati direttamente con i governi locali dei Paesi dove i contractors sono inviati (ma anche la Russia di Putin ha fornito al regime di Assad contingenti “privati” di ex veterani, provenienti dai corpi d’élite dell’esercito e della marina). Nessuna sorpresa. Infatti, se il primo non sembra opinabile, il secondo mestiere più antico del mondo è proprio quello del mercenario. Per Anthony Mockler, suo autorevole studioso, è più di un’ipotesi (Storia dei mercenari, Odoya).
Già nel secondo millennio avanti Cristo, mercenari erano i shardana, predoni sardi al servizio del faraone Ramses II. Gli Hittiti arruolavano i pirati lici e gli Assiri i montanari dello Zagros mesopotamico. Di mercenari si servivano il tiranno ateniese Pisistrato e il tiranno di Samo Policrate. Mercenari erano i diecimila greci al soldo del satrapo persiano Ciro il Giovane, le cui gesta sono narrate da Senofonte nella Anabasi. Mercenari erano anche i celti, i numidi e gli iberici impiegati da Cartagine nelle tre guerre puniche contro Roma. Le stesse legioni romane erano affiancate da frombolieri delle Baleari e da arcieri cretesi. Prima dell’anno Mille, gli imperatori bizantini utilizzavano guerrieri longobardi e dalmati, alamanni germanici e variaghi scandinavi, come guardia personale o per scortare i catafratti, cavalieri muniti di pesanti corazze.
Soldat qui sert à prix d’argent un gouvernement étranger: è la definizione di mercenario che si trova nel dizionario Larousse. È appropriata per i condottieri medievali, i lanzichenecchi e le “Lance” svizzere, i legionari francesi e i gurkha indiani, gli ufficiali britannici della Legione araba in Giodania o per le bande degli Affreux (Atroci) nell’Africa nera. Ma non si non si addice ai sikh o ai rajput della dominazione inglese in India, perché – diversamente dai gurkha – erano sudditi di Sua Maestà. In altri termini, se un mercenario è sempre un soldato professionista, un soldato professionista non è necessariamente un mercenario. Si tratta di una sfumatura, ma di una sfumatura delicata sul piano etico. La conclusione si impone da sé: è difficile definire con precisione cosa è un mercenario, poiché la sua figura è stata storicamente mutevole.
Nella realtà feudale, il termine mercenario aveva un significato meramente descrittivo: il cavaliere aveva l’obbligo di servire, ma il sovrano non aveva l’obbligo di pagare. Con la formazione degli Stati nazionali, che tenderanno a esaltare le virtù patriottiche, il termine diventa spregiativo. E tuttavia si esporrà ugualmente a qualche confusione semantica, soprattutto quando entreranno in scena gli ideali umanitari e le “guerre giuste”. Seppure con una certa sfrontatezza, i mercenari che combattevano in Katanga negli anni Sessanta del secolo scorso si sentiranno legittimati a chiamare i caschi blu dell’Onu Les super-mercenaires.
Nella Anabasi, Senofonte descrive così Clearco, il capo mercenario dei greci al soldo di Ciro il Giovane: “Avrebbe potuto vivere in pace senza subire alcun biasimo o offesa, ma scelse di fare la guerra. […] Avrebbe potuto avere denaro e sicurezza, ma volle guadagnarne di meno impegnandosi in una guerra. E poi gli piaceva spendere i soldi in guerra come un altro li può spendere in donne o in qualsiasi piacere. Tutto questo mostra quanto fosse devoto alla guerra”. I greci vedevano proprio in questa devozione alla guerra il tratto distintivo e moralmente non riprovevole del mercenario. Si rendevano però anche conto delle sue miserie, e non gli tributavano l’ammirazione che avrebbe ricevuto nell’antica Scandinavia o nel Giappone feudale. Nel Medioevo cristiano, solo Bertrand de Bon, poeta occitano duecentesco amato da Nietzsche e Ezra Pound, ne tesserà un fervido elogio. Ma Dante, pur apprezzando i suoi versi, lo sistemerà all’Inferno tra i seminatori di discordia.
Dopo la fine del Secondo conflitto mondiale, i Paesi belligeranti erano pieni di soldati disoccupati, di sradicati, di avventurieri. Come sottolinea Marco Guidi nella postfazione al libro di Mockler, presto per loro si spalancherà un intero continente, l’Africa. L’Africa delle lotte per l’indipendenza, delle guerriglie tribali, degli interessi delle grandi compagnie minerarie, dello scontro tra Usa e Urss. In questo contesto, il Congo ex belga – con le sue immense ricchezze – diventa il teatro principale delle imprese mercenarie di Jean Schramme, Bob Denard, Mike Hoare, Siegfred Müller (che aveva combattuto con Hitler). Poi verrà il tempo degli “aiuti fraterni” dei paesi comunisti, Cuba in prima fila.
Le ultime guerre che vedono in azione gruppi mercenari saranno quelle dei Balcani. Spariscono i mercenari e appaiono i contractor, frutto del crollo del potere bianco in Rhodesia e in Sud Africa. Migliaia di appartenenti alle forze armate e ai corpi speciali di polizia si ritrovano senza lavoro e cominciano a infoltire i ranghi delle compagnie militari private. Negli anni Novanta queste compagnie nasceranno come funghi. I servizi resi al Pentagono dalla più nota, la Blackwater, ha rappresentato una delle voci più cospicue nel bilancio della Difesa statunitense, oltre ad essere stata negli anni passati al centro di numerosi scandali per il suo lucroso connubio con la Cia e per i suoi metodi spicci in Iraq e in Afghanistan). I moderni contractors, tuttavia, vedono raramente un campo di battaglia. Sono soprattutto addestratori, piloti, esperti di tecnologie belliche, e sono richiestissimi in tutte le aree più a rischio del pianeta. È un mestiere che tira, insomma. Per convincersene, basta sfogliare ogni tanto il mensile Soldier of Fortune.
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CONTRACTOR, IL MESTIERE DELLE ARMI –
AZZURRA NOEMI BARBUTO, LIBERO 13 MAGGIO 2017
Persino il sedicente Stato islamico si serve dei suoi propri contractor, come ci spiega Gianpiero Spinelli, già contractor dello US. DoD, oggi intelligence advisor di Stam Strategic & Partners Group ltd di Londra nonché autore del libro «Contractor», edito da Mursia. «I terroristi jihadisti hanno i propri contractor e le proprie PMS’C (Private Military & Security Company), basti pensare che oggi Malhama Tactical addestra jihadisti di al-Qaeda in Siria, come ha già fatto in Cina. Non si tratta di un semplice gruppo di scappati di casa, ma di una vera e propria agenzia, finanziata da fondi di investimento legati agli Emirati Arabi», dichiara Spinelli, che ci ha narrato anche la sua personale esperienza come contractor in Iraq. Nel quadro della progressiva privatizzazione di tutti i settori un tempo di competenza esclusiva dello Stato, incluso quello della difesa, nonché di quel processo di globalizzazione che esporta insieme ai consumi anche le strategie, si inserisce questa nuova professione, resa indispensabile dall’affermarsi di un nuovo tipo di guerra, ossia quella terroristica, non localizzabile e con un nemico invisibile. «Procediamo verso un’evoluzione aziendale delle forze armate che comporta la riduzione al minimo degli eserciti e l’affermazione del contractor, fulcro del futuro assetto strategico mondiale», sostiene Spinelli. Questo particolare soldato, ausilio delle forze armate regolari, svolge innumerevoli mansioni. Egli non si occupa soltanto di lotta al terrorismo, ma provvede anche alla sicurezza di tutti coloro che sono impegnati nei processi di ricostruzione post-bellica, ossia funzionari internazionali, personale delle imprese, tecnici, volontari. Ecco perché il suo ruolo è cruciale e determinante nel ripristino della democrazia e dell’ordine pubblico: se non esistesse il contractor, nessuno accetterebbe di lavorare in zone estremamente pericolose. Un lavoro molto rischioso, dunque, quello del contractor, che spesso proviene dalle forze speciali ma che non sempre dipende dal proprio governo nazionale, dato che risulta essere impiegato presso multinazionali. Ed è questo il caso di Spinelli, assunto da una compagnia americana e inviato in Iraq nel momento più caldo, quello del 2004-2005, quando, dopo la caduta del regime di Saddam Hussein, la guerra assunse una dimensione anche civile, diventando una lotta di tutti contro tutti. «Anche l’Italia si serve dei contractor per la sicurezza non solo di alcuni interessi strategici all’estero, ma anche di consolati», assicura Spinelli, che fa alcuni esempi: l’ingaggio della PMS’C inglese Aegis Defense Ltd da parte del governo italiano, che decise di stanziare circa 3.498.000 euro per garantire la sicurezza di Eni in Iraq; l’ingaggio della PMS’C irachena Falcon Security per garantire la sicurezza del console e del consolato italiano ad Erbil nel Kurdistan. Tuttavia, spiega Spinelli, «l’Italia non è ancora pronta a compiere un passo tanto audace, come quello di affidare a PMS’C compiti complessi legati al settore delle operazioni speciali antiterrorismo». «Il contractor rappresenta il futuro della difesa. L’esperienza militare da sola non è più sufficiente, l’uomo con il fucile non basta più, oggi si cercano esperti specializzati. Gli standard sono sempre più alti. Inoltre, ormai abbiamo superato il concetto che la sicurezza sia interna che internazionale debba essere un’esclusiva degli Stati. Nei conflitti moderni le forze militari terrestri resteranno insostituibili, ma saranno sempre accompagnate e supportate dai contractor», conclude l’esperto.
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Erik Prince, da contractor a uomo ombra di The Donald
Roberta Zunini, il Fatto Quotidiano 27/4/2017
Lo scandalo dei contatti segreti tra il team di transizione del neo presidente americano e il Cremlino, che già ha fatto cadere in disgrazia il generale Michael Flynn, avrebbe un nuovo protagonista, secondo il Washington Post.
Si tratta di Erik Prince, fondatore della società americana di sicurezza Blackwater a cui l’amministrazione Bush-Cheney aveva assegnato alcuni appalti per la sicurezza sul suolo iracheno dopo la caduta di Saddam. Blackwater, che oggi ha un altro nome e proprietà, è diventata tristemente nota per una sparatoria in cui morirono 17 civili in una piazza di Baghdad.
Il quotidiano americano sostiene che Prince si sia presentato come intermediario di Trump durante un incontro alle isole Seychelles nel gennaio scorso con rappresentanti del governo russo. Il meeting sarebbe stato organizzato dagli Emirati Arabi Uniti, alleati Usa, per offrire un canale di comunicazione meno facile da scoprire allo scopo di mettere in contatto la Casa Bianca con il Cremlino e quindi gestire una mediazione con il regime di Damasco e l’Iran, sostenitore con Mosca del presidente Assad. La rivelazione non è stata confermata né dalla Casa Bianca né dal governo degli Emirati, ma è noto che Prince ha donato più di 250 mila dollari a Trump in campagna elettorale ed è anche un amico del consigliere più potente di Trump, quello Stephen Bannon sostenitore della nuova corsa agli armamenti americana. Prince inoltre è fratello della miliardaria Betsy DeVos nominata da Trump ministra dell’Istruzione. L’azione giudiziaria contro la Blackwater per il massacro di Baghdad era finita con quattro condanne, un maxi-risarcimento e il cambio del nome della società: ora figura come Academi. Erik Prince, ex militare dei Navy Seals, vendette la compagnia 7 anni fa e da allora risiede a Dubai, per l’appunto negli Emirati.
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IL RE DEI MERCENARI
Guido Olimpio e Guido Santevecchi, Corriere della Sera 5/4/2017
A volte ritornano. O magari non erano mai andati via e hanno lavorato sotto altre sigle. È il caso di Erik Prince, l’ex commando dei Navy Seal americani che nel 1997 fondò la Blackwater, la società di sicurezza militare privata diventata famosa (famigerata) con i suoi contractor in Iraq coinvolti in incidenti sanguinosi. Prince, che oggi ha 47 anni, è stato segnalato in Cina e alle Seychelles. Ha ceduto la Blackwater e ora guida Frontier Services Group, agenzia basata a Hong Kong «che aiuta le imprese impegnate in mercati di frontiera a superare sfide operative complesse dal punto della sicurezza e della logistica». Insomma, una missione non troppo diversa da quella che fu della Blackwater, magari con qualche fucile d’assalto in meno.
La base nello Xinjiang
Frontier Services si prepara ad aprire due basi in Cina, nello Xinjiang, la regione degli uiguri musulmani, e nello Yunnan, provincia meridionale che confina con Myanmar, Laos e Vietnam. Scopo dello sbarco è di sostenere il progetto «Una cintura, una strada», le nuove Vie della seta che sono la grande idea geopolitica del presidente Xi Jinping.
La notizia non è segreta: è stata pubblicata in prima pagina dalla stampa di Pechino che ha riferito di come Frontier Services stia già collaborando con le aziende cinesi in Africa. Nello Xinjiang è in corso una lotta tra il governo cinese e gruppi terroristici uiguri e da quella zona strategica e tormentata deve passare il corridoio nordoccidentale della Via della seta, destinato ad attraversare anche Afghanistan e Pakistan, regioni ad alto rischio per la presenza dei talebani. Lo Yunnan è la porta del corridoio sudoccidentale che passa per il Myanmar, dove pulsano diversi conflitti etnici. Prince però ha assicurato alla stampa di Pechino che i suoi dipendenti «non imbracciano le armi e quindi non forniscono servizi militari», a differenza della Blackwater. Solo collaborazione pacifica tra Prince e i cinesi e un solido rapporto finanziario: Frontier Services è partecipata al 20 per cento da China International Trust and Investment Corporation (Citic) grande società di investimento statale; è quotata in Borsa a Hong Kong; ha quartier generale a Pechino e uffici a Dubai, Nairobi e Johannesburg.
La missione nel resort di lusso
Il Global Times, giornale comunista del gruppo del Quotidiano del Popolo ha riferito anche del possibile rischio che Prince agisca in contrasto con le leggi americane, aiutando i cinesi sulla Via della seta. Ma questo non è un problema per Pechino. L’importante è che l’asse funzioni, portando dei frutti su un fronte quanto mai importante.
D’altra parte, è possibile che Prince si sia impegnato anche ad aiutare Donald Trump. Un lungo articolo del Washington Post ha rivelato di una missione riservata condotta dall’imprenditore, l’11 gennaio, alle Seychelles. Con la mediazione del principe ereditario degli Emirati ha incontrato un emissario russo. Scopo del colloquio creare un canale parallelo ed esplorare la possibilità che Mosca allenti i legami con l’Iran. Il tutto si sarebbe svolto in un resort di lusso sull’isola, lontano da occhi indiscreti, negli stessi giorni in cui uscivano nuovi particolari sui rapporti tra l’entourage presidenziale e il Cremlino. Attività tenute d’occhio dall’intelligence Usa preoccupata dalle implicazioni legate alla sicurezza così come alle presunte intromissioni russe nelle elezioni statunitensi.
La sorella ministra a Washington
Prince, che ha negato di aver agito in coordinamento con la Casa Bianca, è considerato una sorta di consigliere occulto, molto vicino a Steve Bannon, l’eminenza grigia di Trump. Però visto il suo passato ha dovuto mantenere un profilo defilato anche se importante. Nel corso degli anni ha stretto un vincolo speciale con gli Emirati, dove si è trasferito nel 2011. Sono tra l’altro i dipendenti della ex Blackwater ad assistere il piccolo Stato nel settore della sicurezza: hanno arruolato dei piloti poi inviati in Libia ad aiutare la milizia del generale Haftar nella conquista della Cirenaica. Un intreccio interessante con il quale la società ha ampliato il suo raggio d’azione dal Medio Oriente all’Africa. Tattica aggressiva simile a quella sviluppata con i partner cinesi. Gli affari sono affari, però – quando serve – si mescolano alla politica. In tutta questa storia non mancano interrogativi etici. Prince è fratello di Betty DeVoos, miliardaria e ministra dell’Istruzione di Donald Trump. Anche la signora, personaggio controverso, ha una passione per le armi: ha detto che le scuole americane dovrebbero avere fucili «per difendersi dagli orsi». Ma questo riporta alle frequentazioni di Erik con il team presidenziale e ai colloqui alle Seychelles, dove non è andato a prendere il sole.
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Contractors, l’esercito dei mercenari italiani tra amor di patria, guadagno e croci celticheArianna Giunti, l’Espresso 13/3/2015
Si allenano all’estero, soprattutto negli Stati Uniti e in Israele, dove imparano ad usare fucili da guerra e mitragliatrici. Alcuni hanno un passato nelle élite delle forze armate: paracadutisti della Folgore, Gis, Tuscania, San Marco. Ma alla bandiera italiana preferiscono garantire la propria fedeltà - mai eterna - a clienti privati e molto generosi. Altri, invece, sono ex buttafuori, ex vigilanti, ex istruttori o autentici profani del mestiere che, attratti dal miraggio di uno stipendio da capogiro e di una vita avventurosa, si iscrivono a costosissimi corsi di formazione sperando di ottenere un ingaggio all’estero.
Si fanno chiamare “contractor”, ma il termine inglese non rende l’idea. Sono moderni mercenari che vengono assoldati come liberi professionisti da compagnie private, navi, multinazionali, manager d’azienda e faccendieri miliardari. Soldati privati e armati arruolati persino dai governi stranieri, che traggono vantaggio affidando ai contractor ruoli paramilitari senza essere costretti ad assumerli per la vita. Dal canto loro, i mercenari ottengono guadagni più che allettanti per impieghi a breve termine: stipendi che vanno dai 150 euro al giorno ai diecimila euro al mese.
Un esercito parallelo che si colloca in una zona grigia fra il lecito e l’illecito (in Italia il reclutamento è vietato per legge) che ultimamente - anche per effetto della crisi economica - sta aumentando a dismisura: parallelamente all’emergenza terrorismo islamico un’impennata di richieste di contractor da tutto il mondo sta infatti arrivando negli ultimi mesi da compagnie petrolifere e multinazionali in Iraq, Siria, Afghanistan, Libia, Egitto e Nigeria. Con il risultato che anche centinaia di italiani si stanno mobilitando per partire. Fra di loro anche molte donne. Le società del settore confermano: riceviamo più di cento curriculum di aspiranti mercenari ogni mese.
Reclutamento su web
Per capire la portata del fenomeno basta digitare su Google due parole chiave: “recruitment contractors”. I risultati ottenuti sono migliaia in pochi secondi, e rimandano soprattutto a “private security companies” americane o inglese. Sono Inghilterra e Stati Uniti, infatti, dove la professione del “soldato privato” è perfettamente legale, a detenere il monopolio del business e a gestire la fetta d’affari più grossa, stringendo accordi direttamente con i governi locali dei Paesi dove i contractors sono inviati. Alcuni di loro sono assunti con il ruolo di bodyguard e addetti alla sicurezza direttamente dalle compagnie, che sui loro siti internet espongono le offerte di lavoro e i rispettivi compensi come fosse un lavoro qualunque, ai quali l’aspirante mercenario può inviare la propria candidatura spontanea. La maggior parte dei contractor, però, lavora attraverso agenzie di reclutamento, che dispongono di un database dove sono contenuti i nominativi dei soldati “freelance”.
Esattamente quello che succede in Italia, dove il reclutamento di mercenari e l’arruolamento non autorizzato al servizio di uno Stato straniero sono puniti dal codice penale. E così le agenzie del settore possono occuparsi solamente di consulenza, offrire esperti di sicurezza e analisti. Unica eccezione, l’anti pirateria. Dal 2012, infatti, è consentito reclutare guardie giurate private nelle navi mercantili.
12 giorni per diventare mercenario
Le Procure, però, non indagano sul fenomeno. E aggirare la legge diventa estremamente facile.
A cominciare, appunto, dai corsi di formazione, aperti anche alle donne. Che si tengono rigorosamente all’estero, soprattutto in Russia, Israele e Stati Uniti, e hanno costi che vanno dai 2mila ai 4mila euro, per una decina di giorni di allenamento.
Sul web, le società (tutte con sede all’estero) rivolte agli italiani che offrono “training” per diventare mercenari sono centinaia. Fra queste, c’è per esempio la FS Security contractor, che ha i suoi uffici in Francia, e che si offre come addestramento PSD (Personal Security Detail) e “si prefigge come obiettivo quello di perfezionare le abilità o iniziare una persona che vuole lavorare come agente di sicurezza o guardia del corpo in zone ostili o semi ostili a livello internazionale o chi si vuole offrire come protezione di proprietà o persone in zone di guerra pericolose (Iraq, Afghanistan, Africa)”. I corsi - recita il sito - sono tenuti da personale che parla italiano.
Per candidarsi non servono grandi doti, né precedenti esperienze in campo militare. Basta avere compiuto 18 anni, essere in possesso di un passaporto valido e mostrare un certificato medico di sana e robusta costituzione.
Per dodici giorni di allenamento in un campo di Houston, Texas, la cifra richiesta è 2.600 euro.
“Ogni anno circa 70-90 guardie del corpo-contractor partecipano a missioni all’estero in ambienti ostili dopo aver preso parte ai nostri corsi di protezione di proprietà e persone”, promettono gli organizzatori del corso.
Dilettanti allo sbaraglio
In realtà non va esattamente così. Mette in guardia Carlo Biffani, direttore generale della romana Security Consulting Group, società che ogni anno invia una decina di uomini (fra analisti e bodyguard) in Paesi a rischio dell’Africa e del Medio Oriente: “Il 95% dei corsi di formazioni per contractor può essere considerato alla stregua di truffe, promettono di preparare uomini fino a quel momento senza esperienza e invece non offrono nulla, quelle persone rimangono senza ingaggio dopo aver pagato diverse migliaia di euro. Oppure, se partono, mettono a repentaglio la propria vita e quella degli altri”.
Perché l’interesse per questo mestiere è altissimo: “Ogni mese riceviamo più di cento curriculum - spiega ancora a l’Espresso - Però il 95% delle richieste viene scartato, perché si tratta di appunto persone che non hanno una preparazione adeguata. Noi non possiamo permetterci di rischiare. Così facciamo lavorare in tutto solo una ventina di persone, selezionatissime”.
In effetti, basta fare un giro sulle pagine web delle varie società e si nota come le richieste di informazioni siano continue. Ci sono anche ex agenti radiati dalla polizia di Stato, che cercano un impiego per poter continuare a impugnare un’arma ottenendo stipendi nettamente superiori rispetto a quello di un comune poliziotto. A smuoverli, a volte, non è solo il miraggio di un cospicuo guadagno, ma anche un ideale politico.
Patria e croci celtiche
Nei forum militari e nelle pagine Facebook di alcune di queste società tutto si fa più chiaro. Gli aspiranti contractor si scambiano dati, consigli e informazioni. Sono tutti protetti da nickname ma il loro orientamento è molto chiaro: dal patriottismo più sfrenato all’estrema destra il passo è breve. Fanno sfoggio di immagini con il fascio littorio, pubblicano fotografie storiche di Mussolini, inneggiano slogan del ventennio fascista. I comuni denominatori sono l’esaltazione della patria, la difesa del cattolicesimo e l’odio verso l’Islam, senza distinzioni. L’avanzata delle milizie dell’Isis e il bombardamento mediatico degli atroci video diffusi dagli jihadisti sono la benzina con la quale accendere il fuoco: “Fermiamoli prima che arrivino nel nostro Paese e ci schiavizzino. Fuori tutti i musulmani dall’Italia!”.
Sul web esiste anche una pagina Facebook, “Reclutamento contractors italiani”, che promette di arruolare soldati e vanta quasi 4mila contatti.
Un capitolo a parte è riservato agli aspiranti contractors che partono in missione all’estero per “la causa”, come la guerra in Ucraina. Spesso volontari, si accontentano di un “rimborso spese” una volta raggiunti i campi di battaglia. La Farnesina non lo smentisce: a combattere a fianco dei soldati ucraini ci sarebbero già una ventina di italiani, alcuni di questi molto vicini a Casa Pound. Come il 59enne Francesco Saverio Fontana, ora al fianco dei soldati di Kiev, che vanta una lunga militanza nel movimento.
Vite sospese
In Italia le agenzie del settore che si contendono il mercato con i giganti anglosassoni sono in tutto una trentina. La maggior parte di queste - doveroso precisarlo - è lontana da ambienti politici, opera nei limiti delle normative e non ha mai avuto problemi di alcun genere. Ma il mestiere di contractor, appunto, non è per tutti. “Occorrono preparazione fisica, psicologica, conoscenze geopolitiche e un’ottima capacità di cogliere segnali - spiega ancora Biffani - gli italiani in questo campo arrancano, se pensiamo che anche i più grandi gruppi del nostro Paese, come l’Eni, quando si tratta di scegliere una società di sicurezza si affidano a un colosso inglese o americano”.
Gli fa eco il presidente del “Ce.S.I - Centro Studi Internazionali”, Andrea Margelletti, ex consigliere strategico del ministero della Difesa: “Gli italiani che lavorano per i “big” anglosassoni si contano sulle dita di una mano, perché l’ostacolo fondamentale è soprattutto uno: devono conoscere perfettamente l’inglese, e i nostri connazionali in questo sono notoriamente un po’ carenti”.
Fra i requisiti fondamentali per ottenere un contratto con inglesi e americani c’è anche quello di aver trascorso almeno cinque anni nelle forze armate speciali. Niente dilettanti, insomma. E questo perché ai soldati privati quasi sempre sono riservati ruoli paramilitari delicatissimi, commissionati anche da parte dei governi. Che non possono permettersi di fallire.
Anche se l’amara realtà è che la vita di un contractor vale meno di quella di un soldato regolare. Conferma Margelletti: “Non giriamoci intorno: i governi spesso preferiscono i mercenari perché quando muore uno di loro l’impatto emotivo sull’opinione pubblica è sicuramente minore. Quando muore un soldato è come se, per quel Paese, morisse un proprio figlio. Quando muore un contractor le lacrime versate sono molte di meno”.
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È di moda il contractorDifesaonline.it, Denise Serangelo 08/09/2015
Sotto il concetto di contractor per non cadere nei classici luoghi comuni bisogna scavare e parecchio.
Quasi fuori dal mondo, l’idea che abbiamo dell’operatore della sicurezza privata è quella di un soggetto senza regole che corre dietro all’odore dei soldi, privo di morale e senza scrupoli. Il classico cattivo dei film che alla fine cade vittima degli inganni inventati dall’eroe.
"Soggetti con licenza di uccidere" li chiama qualche collega.
Ecco, i luoghi comuni mi hanno un pò stufato e alla fine decido di fare due chiacchiere con Giampiero Spinelli, uno dei volti dei contractors italiani nel mondo.
Ex militare dell’Esercito Italiano, paracadutista - come da protocollo - passa nelle fila della sicurezza privata perché ha trovato il coraggio di lasciare una realtà che gli stava un stretta.
Ha intrapreso una strada complessa quando ancora non era nata la moda del contractor, quando per fare carriera tra i militari la via era una e una soltanto.
Lo contatto per fare chiarezza, perché chi meglio di un contractor può spiegarmi cosa fanno e come lavorano.
Spinelli, cosa sono oggi i contractors e perché non è più possibile definirli "mercenari"?
La questione è molto semplice, i contractors sono soggetti che fanno parte di una struttura legale e legislativa. Il loro lavoro è inquadrato in un contesto contrattuale autorizzato da entità statuali e non. I contractors hanno un regolare contratto di lavoro con il soggetto che li ingaggia e sono obbligati ad adempiere a quel che viene loro richiesto ovviamente in un contesto di legalità e buon senso.
Il mercenario è un soggetto venduto al miglior offerente che non ha vincoli di nessun tipo e non è legalmente autorizzato da nessuno.
La distinzione tra i due termini è fondamentale perché in una parola vi è un lavoro onesto e perfettamente legale, nella seconda invece lo status in cui ci si trova è illegale.
Un importante chiave di lettura può essere facilmente dedotta tramite un’analisi del diritto internazionale dei conflitti armati che regolano in qualche modo la disciplina e la condotta delle ostilità. Praticamente da una legittimità a coloro che possono parteciparvi classificandolo come legittimo combattente. I mercenari sono identificati secondo condizioni definite dall’articolo 47 del Protocollo aggiuntivo del 1977 e alle quattro convenzioni di Ginevra del 1949. Per la convenzione di Ginevra del 1949 il mercenario è :
Colui che è reclutato per combattere in uno specifico conflitto.
Colui che prende parte diretta alle ostilità.
Colui che è essenzialmente motivato da essenziali motivi di lucro.
Chiunque è cittadino di una parte del conflitto o residente nel territorio controllato da detta parte; membro delle forze armate di una parte in conflitto, membro delle forze armate di un terzo stato e sia inviato in missione ufficiale NON PUO’ ESSERE CONSIDERATO MERCENARIO.
In questa categoria sono inseriti i ‘’Contractor’’ e le PMS’C ( Private Military & Security Company ) cioè quelle imprese specializzate nei servizi di sicurezza a governi, grandi aziende. I Contractors sono considerati civili e possono essere considerati legittimi combattenti ai sensi dell’Art.43 Comma 3 del I Protocollo aggiuntivo del 1977. Questo indica che i membri di un’organizzazione che svolge servizi armati incaricata di far rispettare l’ordine hanno titolo a partecipare legittimamente alle operazioni belliche qualora siano al seguito delle Forze Armate di una delle parti in conflitto.
Nella fase post-conflict il Contractor rimane nello status di ‘’Civile’’perciò sottoposto a legislazione comune, sia sotto la giurisdizione del paese dove lo stesso opera sia nel caso accompagni forze armate quella emanata dal paese occupante.
Questo è facilmente deducibile dal fatto che l’autorizzazione legittima al porto e uso delle armi da fuoco per i contractors è regolamentata unicamente dal governo locale o da eventuali Forze d’occupazione.
Noi operiamo nel primo contesto, checché se ne dica!
E in Italia? Quale sarebbe la situazione nel nostro paese?
La situazione in Italia è migliorata molto negli ultimi anni.
In termini legislativi la svolta si è avuta quando la Cassazione - dopo il caso Quattrocchi - ha ritenuto opportuno l’applicazione della disposizione del codice penale n◦ 288 del 1930.
Questa disposizione fu applicata una sola volta prima dell’entrata in guerra dell’Italia, nel 1938, ma è tornata di attualità nel 2004. In quel caso fu contestata la sua violazione ad un soggetto il quale in concorso con altre persone, procedeva nel territorio dello Stato iracheno senza l’approvazione del governo all’arruolamento di tre cittadini italiani “affinché militassero in territorio italiano in favore di forze armate straniere (angloamericane, per la precisione), in concerto ed in cooperazione con le medesime, in contrapposizione a gruppi armati stranieri”.
La ratio dell’incriminazione è quella di impedire l’usurpazione di due speciali poteri che spettano esclusivamente allo Stato: il potere di coscrizione militare e il potere di inviare all’estero soccorsi militari.
Poiché l’incriminazione riguarda solo l’usurpazione di tali supreme funzioni dello Stato, è punito solo colui che arruola o arma, mentre non sono sanzionati gli arruolati o armati. Ma nel caso specifico gli inquirenti e la magistratura non si erano resi conto che avevano scambiato un articolo di legge legato interamente ad una situazione di conflitto interno al territorio italiano a quello puramente di un’azione extraterritoriale.
Ci tengo a sottolineare una cosa molto importante che l’esito di questo processo ha aperto un’importante breccia giuridica nel complesso sistema normativo italiano , e che oggi se ci sono diversi ‘’Contractors’’ italiani impiegati all’estero che svolgono la propria attività con la massima tranquillità è dovuto all’esito di questo processo in cui solo un pugno di noi si è battuto a tal fine.
Il Documento di Montreux del 17 settembre 2008 segna uno spartiacque importante per tutta la componente di diritto internazionale legata alle PMS’C . L’Italia ne è firmataria e si è adeguata a quando sottoscritto.
Questo documento è il risultato di una slanciata iniziativa del governo Svizzero e del Comitato Internazionale della Croce Rossa nel 2006 e si basa su quanto discusso in sede di quattro diverse assemblee intergovernative tenutesi nell’arco di due anni.
Questo è il primo documento internazionale che definisce le norme di diritto internazionale applicabili alle attività delle società militari e società di sicurezza private (PMS’C) quando queste ultime sono presenti sulla scena di un conflitto armato.
La prima parte del Documento di Montreux distingue tra gli Stati che impiegano PMSC, gli Stati in cui operano le PMSC e gli Stati in cui tali società hanno sede. Per ogni categoria di Stato, la parte I richiama pertinenti obblighi legali internazionali in virtù del diritto internazionale umanitario e della legislazione sui diritti dell’uomo. Viene inoltre affrontata la questione della responsabilità dello Stato che impiega PMS’C per comportamenti individuali del relativo personale in base al diritto internazionale consuetudinario. La parte I affronta altresì i doveri della PMS’C e del rispettivo personale, come pure la questione della responsabilità dei superiori.
Nella seconda parte sono riportate le buone pratiche concernenti le normative stabilite in materia di PMS’C, di armi e di servizi armati: introduzione di regimi trasparenti, concessione di autorizzazioni, adozione di misure tese a garantire una migliore supervisione e una responsabilità accresciuta, in modo che soltanto le PMSC che verosimilmente rispetteranno il diritto internazionale umanitario e la legislazione sui diritti dell’uomo possano fornire i loro servizi. A tal fine si rendono necessari un addestramento, procedure interne e una supervisione appropriati. E’ importante ricordare che l’Italia ha aderito e firmato il Montreaux Document nel 2009.
Come abbiamo detto in precedenza lo stereotipo dell’operato delle PMS’C è quello di uomini senza scrupoli e ideologicamente esaltati.
Soprattutto oggigiorno dove il clima sociale è esasperato da una modernità deludente e da contesti multinazionali di difficile integrazione molti sentono il bisogno di trovare il loro posto nel mondo in una società di contractors.
Erroneamente si parte dal presupposto che l’operatore privato possa fare quel che vuole e dove lo vuole, che abbia mezzi illimitati e che l’unico limite a lui imputabile sia il cielo. Questo succede solo nei film o in contesti dove regna la più assoluta anarchia.
Parlando con Giampiero Spinelli si scopre che la realtà delle PMS’C non è poi così semplice: "Quando si desidera lavorare nella sicurezza privata non basta saper impugnare bene un’arma. Avendo molti ruoli da ricoprire all’interno di un team, ogni singolo soggetto deve avere caratteristiche psicofisiche e conoscenze importantissime. Non tutti possono diventare contractors ed è sbagliato pensare che chiunque abbia un trascorso nelle forze armate o di polizia possa diventarlo automaticamente".
Cosa bisogna avere o come bisogna essere per diventare un contractor?
Innanzitutto una buona capacità di raziocinio , accompagnata ad una buona forma fisica . Anche se si è destinati a fare l’analista seduto su una sedia dietro un monitor!
Poi è importante il sangue freddo e la capacità di gestire lo stress e la stanchezza, passiamo diverse ore (fino a 15 e oltre) a camminare dietro i soggetti che ci sono affidati, dobbiamo garantire loro sicurezza e valutare se quel bambino che ci corre incontro è una minaccia o no. Se non hai i nervi saldi e sai gestire le tue emozioni spareresti a tutto quello che si muove e non va bene.
L’addestramento è altrettanto fondamentale perché da questo dipende il fatto di essere ingaggiato o meno. Se non ti addestri mai o hai delle conoscenze di base che risalgono a molti anni prima come può un soggetto - che già vive in un contesto pericoloso - affidarsi a te per la sua sicurezza? Voi lo fareste?
E gli ex militari?
Per loro il discorso è in un certo senso uguale a chi transita nella sicurezza privata da civile.
Il militare di carriera ha un Mindset - predisposizione mentale - molto specifico per il lavoro che andrà a fare. Ha una mentalità di carattere offensivo, deve mantenere le posizioni conquistate, ingaggiare la minaccia e aprire il fuoco per lui è normale, lo addestrano a questo.
Il militare si dice che abbia una mentalità Combat che si aspetta il combattimento e le ostilità e non fugge da esse quando viene coinvolto in situazioni ad alto rischio.
L’operatore PMS’C invece la minaccia la evita in tutto e per tutto che non vuol dire scappare per paura ma assicurarsi di mettere al sicuro il soggetto da proteggere.
Se il soggetto muore il contratto è automaticamente inadempiuto e questo vuol dire molte cose per noi.
Il Mindset del contractor è chiamato di "Safe&Security" e lavora soprattutto sulla sicurezza del soggetto protetto e sull’evitare la minaccia fin dove è possibile. Il contractor non mantiene la posizione ma l’abbandona appena sente odore di ostilità.
Il contratto viene prima di tutto e la sua assoluzione è di assoluta rilevanza per tutti i team.
In virtù di quanto detto è facile immaginare come un ex militare debba essere rieducato ed addestrato a questo tipo di Mindset se no si corre il rischio di mettere a repentaglio la sicurezza di tutti.
Sfortunatamente non è così facile trovare strutture serie che ti addestrino bene al mestiere di contractors. In molti sono stati segnalati disservizi da parte di tanti centri di formazione per operatori privati.
Può dirci cosa dovremmo guardare per capire se davvero possiamo affidarci ad una certa società di formazione o se è meglio guardare altrove?
La domande è difficile, non esistono delle linee guida. Innanzitutto - e mi sembra anche scontato - bisogna informarsi bene prima di intraprendere un corso da qualsiasi parte. Basta aprire internet e vedere qual è la reputazione dell’azienda in cui si intende recarsi, oggi è facile ma quando ho iniziato io si andava avanti solo per sentito dire e per conoscenza. Una volta appurato che la società non ha scandali o non è già stata vittima di qualche inchiesta si passa al dettaglio. Ma soprattutto bisogna dare importanza ai contenuti dei percorsi formativi offerti . Oggi nel panorama italiano esiste una forma di arroganza in merito molti si avvicinano a questo mondo chiedendo soprattutto in cambio un impiego a fine corso.
Esiste una grande sottovalutazione dell’importanza della preparazione, sono molto pochi coloro che hanno l’umiltà di imparare e in seguito di avvicinarsi al mondo del lavoro, ma questa è legata a ragioni culturali. Molti non hanno ben chiaro cos’è realmente questo lavoro. Anche perché esistono diversi tipi d’incarico, perciò è necessario avere competenze specifiche e prepararsi sempre.
Nel dettaglio bisogna valutare il CV dei singoli istruttori - facendo attenzione a non cadere nei falsi CV - e la situazione amministrativa dell’azienda se questa è in fase di declino e se ha pendenza di qualche genere.
Non è importante che sia una grande o piccola società perché ribadisco il fattore umano è quello fondamentale.
L’assicurazione è la ciliegina sulla torta. Perché l’azienda sia seria ed affidabile deve avere un’ottima assicurazione in caso di rischio, danno o morte.
Dalle coperture assicurative KR & PI si capisce se la società ha anche le dovute coperture finanziarie idonee a garantire una reale partecipazione a questo mondo imprenditoriale.
Società poco serie che pensano solo al lucro ne esistono ma sta a noi valutare volta per volta a chi affidarci.
Le PMS’C sono salite tristemente alle cronache per famosissimi sequestri finiti spesso in tragedia e per comportamenti irregolari che rasentano l’illegalità, questo dovuto all’incompetenza di alcuni soggetti, alla mancanza di una struttura incapace di pianificare in maniera attenta , e anche dovuto al caso e alla sorte.
Viste le condizioni economiche attuali di molti Stati, l’opinione pubblica e i governi sono sempre più restii a pagare un riscatto. In caso di sequestro chi negozia per la liberazione dei sequestrati ed eventualmente chi paga il riscatto?
La situazione del sequestro è una situazione delicata già in generale, per noi lo è anche di più.
I casi in cui ci si può trovare sono due.
Il primo caso è quello in cui la PMS’C ha una sua polizza assicurativa regolarmente stipulata nel contratto di lavoro. In questo caso la polizza con adeguati professionisti preparati alla negoziazione dovranno trovare il giusto compromesso tra il rilascio dell’ostaggio e gli interessi dei sequestratori.
Normalmente la via di risoluzione più accreditata - soprattutto per piccole organizzazioni criminali - è quella del pagamento di un riscatto, la compagnia assicurativa in quel caso paga la cifra richiesta e si adopera per la liberazione degli ostaggi.
Ovviamente la Polizia Locale viene coinvolta in modo marginale perché la delega per la gestione delle operazioni è lasciata all’assicurazione.
Il secondo caso dove le assicurazioni non sono presenti nel contratto la negoziazione è lasciata in mano alle strutture governative del governo competente.
Come in qualsiasi altro caso di sequestro quello di un contractors è da trattarsi con estrema delicatezza e serietà.
Purtroppo trattandosi di soggetti fortemente osteggiati dall’opinione pubblica spesso il loro rilascio viene considerato una priorità secondaria.
Legati in modo diretto ai sequestri e alla reputazione delle PMS’C sono i problemi legali dei team di sicurezza e scorta.
Alla cronaca spesso vengono omessi i noiosi dettagli del post sequestro o delle note legali legati ai processi poi sviluppati in Patria dopo il ritorno.
Signor Spinelli come gestite i problemi legali dei team di sicurezza? Chi se ne occupa e come è coinvolta l’azienda?
Anche in questo caso la competenza è duplice e dipende dai fatti di cui si è accusati e in cui si è accusati.
In un caso potrebbe essere coinvolta solo la persona responsabile dei gesti illegali. Per esempio se si è coinvolti in una rissa perché si è ubriachi o sotto effetto di sostanze stupefacenti allora la responsabilità legale è imputabile solo ed esclusivamente a noi.
Non solo le spese legali e la difesa saranno a carico nostro ma l’azienda che ci ha assunti potrà rifarsi su di noi per l’immagine negativa che si getta sulla reputazione aziendale.
Diverso è il caso in cui la competenza è dell’azienda per esempio in caso di conflitto a fuoco o incidente, perché la nostra responsabilità è legata al compito che questa ci ha chiesto di sostenere. In tal caso l’azienda assorbirà tutto il carico legale e sarà responsabile della difesa dei suoi team in virtù delle regole d’ingaggio (a cui anche i PMS’C sono sottoposti) e della situazione al momento dello svolgimento dell’atto definito illecito.
In Italia e purtroppo anche all’estero il vostro lavoro è anche fortemente legato al compenso. Il mercenario è da sempre ritenuto un soggetto strapagato che si vende al miglior offerente pur di guadagnare, potremmo allora spiegare ai lettori quando costa davvero un contractors?
Come in qualsiasi altro lavoro la retribuzione è in base al ruolo che si ricopre, alle responsabilità e all’anzianità di servizio. Parliamo di cifre.
I costi di un servizio di scorta privata possono arrivare anche a 7000$ al mese , tutto dipende però dalle condizioni in cui si lavora e da quanto viene richiesto dal cliente. Come ho specificato prima quando si parla di Contractors si parla di un macro universo dove diverse tipologie di professionisti operano, ci sono gli Intelligence Analist che lavorano prima che noi mettiamo piede sul campo vengono pagati di più rispetto a noi perché hanno responsabilità, anni di studi alle spalle, devono essere continuamente aggiornati e preparati, non possono certo farsi pagare due soldi. Ci sono ‘’Mentor’’, ‘’Istruttori’’, Tecnici EOD , Interpreti, Esperti in Telecomunicazioni e Logistica, Operatori K9, Paramedici etc etc, i compensi cambiano in base al contratto e alla categoria professionale a cui si appartiene.
Inoltre il paragone -- sbagliato - viene fatto con un soldato regolare dell’Esercito, quest’ultimo ha in dotazione materiali, viene addestrato a costo zero dallo Stato e il suo stipendio viene usato per vivere e mantenere le famiglie. Per noi è diverso, con quei soldi ci addestriamo, ci spostiamo e ovviamente ci viviamo, il discorso è un po’ diverso.
Calcolare quanto un lavoro sia onorabile o meno dal guadagno che si ricava da tale lavoro è un ragionamento che in Italia è molto in voga e che si adatta alla perfezione al lavoro del contractors.
Talvolta guadagnare una cifra alta comporta rischi alti e notevole preparazione personale, senza contare che questi sono letteralmente lavoratori a contratto che vengono chiamati solo quando vi è necessità. Possono lavorare per 6 mesi e guadagnare quel che serve fino al prossimo contratto.
Guadagnare dal proprio lavoro non è qualcosa di cui vergognarsi, la vergogna sicuramente non appartiene alla figura del contractor che si guadagna da vivere come chiunque altro.
Un punto altrettanto importante della disquisizione sui contractors è proprio il "VIP" (il soggetto che incarica la sua protezione o il committente). Come si vede spesso nei film al soldo di trafficanti e malavitosi ci sono sempre ex militari strapagati e senza scrupoli, ma come si lavora nella realtà di un contractor?
Il soggetto per cui lavoriamo è il primo da cui iniziamo le nostre indagini, da lui dipende non solo la sua sicurezza ma anche la nostra. Se lui ha delle pendenze penali, se è un trafficante, se è un malavitoso o se ha dei guai con persone poco raccomandabili noi lo veniamo a sapere. L’azienda rifiuta il lavoro e nessuno è autorizzato a lavorare per questo soggetto ne ora ne in futuro.
Coloro che hanno attività poco legali o addirittura di contrabbando non vengono a chiedere alle aziende di sicurezza privata di scortarli da qualche parte perché sanno di essere sottoposti ad attentissimo controllo, corrono il rischio di essere scoperti.
Quelli che vediamo nei film o in qualche documentario sono soggetti (magari anche ex militari) che nulla hanno a che vedere con la sicurezza privata o il contractors, sono malviventi con chi li assolda. Lavorare per un criminale fa di te un criminale non un contractors, le aziende serie e rispettabili non lavorano così.
Noi lavoriamo persino con le ONG, abbiamo un ottimo rapporto e permettiamo di far continuare il loro lavoro anche grazie alle condizioni di sicurezza che creiamo.
I film non sono la realtà.
Voi siete spesso ingaggiati anche da governi di paesi in crisi come l’Afghanistan. Come mai spesso si sceglie una compagnia di sicurezza privata rispetto all’esercito regolare?
La risposta è in tre punti chiave: costi, vincoli contrattuali e flessibilità d’impiego e responsabilità personale. Mi spiego.
Una scorta in paesi ad alto rischio, una manifestazioni in cui garantire sicurezza o un’analisi approfondita richiedono soldi agli Stati, tanti soldi.
Noi costiamo meno di un soldato di professione perché una volta finito il nostro compito torniamo a casa e il nostro legame finisce quando terminano le condizioni contrattuali iniziali.
Rispetto all’esercito noi non abbiamo che i vincoli derivati dal contratto, non abbiamo governi da sentire e opinione pubblica da tenere sotto controllo, il contratto si deve assolvere e verrà assolto con qualsiasi mezzo in un contesto di legalità e di diritto internazionale.
Per tutte queste ragioni siamo anche più prontamente impiegabili, se l’azienda è chiamata ad operare domani mattina, domani mattina un team sarà dove richiesto dal committente.
L’esercito ha per sua natura una catena di comando e una burocrazia molto lunga, deve rifarsi a leggi e protocolli che rallentano le operazioni.
Noi una volta che sappiamo di poter lavorare in completa legalità su suolo estero partiamo e basta.
Inoltre la cosa che spesso fa pendere l’ago della bilancia dalla nostra parte è la responsabilità personale del nostro amministratore delegato, l’equivalente di un Generale comandante di una brigata.
Se si commette un errore oppure il contratto non viene rispettato a rimetterci è tutta l’azienda, gli errori si pagano di tasca nostra spesso con la chiusura dell’azienda dato che nessuno vorrà più lavorare con quest’ultima.
Se qualcosa va storto il capro espiatorio è sempre ben identificabile!
Il mestiere delle armi, in tempi di crisi, riscuote crescente successo ma sono ancora tanti gli scogli da superare affinché questi uomini con un lavoro decisamente non ordinario possano essere conosciuti ed accettati.
In un paese come il nostro in cui persino l’esercito regolare è ritenuto un’inutile appendice è importante aprire una discussione analitica e non giornalistica sulla questione della sicurezza privata.
Quella dei contractors appare come una delle mode che più faranno tendenza nei prossimi decenni, evitiamo anche questa volta di scadere in un malsano stereotipo ostracizzando gente che lavora onestamente.
Il contractors come qualsiasi nuova forma di lavoro ha le sue lacune legislative - soprattutto in Italia - e sicuramente alcuni episodi del passato non hanno reso giustizia alle centinaia di operatori privati che con serietà ed impegno desiderano solo lavorare per la sicurezza di altre persone.
Essere un soldato senza una mimetica non vuol dire tradire il proprio paese, essere un soldato senza lo scudo tricolore non vuol dire non avere una patria , essere un contractor non vuol dire essere mercenari.
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Libro: “Il mestiere della guerra. Dai mercenari ai manager della sicurezza” di Gabriella Pagliani, Franco Angeli edizioni, 2004
Il fenomeno risale agli anni Novanta, ma solo gli specialisti ne sono a conoscenza. Si tratta delle nuove compagnie di ventura, le società private militari, Private military companies, (Pmc) che traggono il loro punto di forza da una struttura societaria articolata e complessa. Esse sono specializzate nella gestione della sicurezza e della guerra a livello mondiale, dove la statualità è in declino e il monopolio della forza in sfacelo. L’Africa è il loro terreno di coltura: Congo, Angola e Sierra Leone sono i tre case-studies analizzati nel libro, paesi ricchi di risorse minerarie ed energetiche, dove le Pmc con poche centinaia di uomini, sono intervenute in situazioni d’instabilità politico-militare.
Ma non è solo l’Africa il campo d’azione di tali armate private: negli Stati Uniti, un ruolo sempre più trainante è ricoperto dall’industria dei contractors , giganti economici a cui il Pentagono e il Dipartimento di Stato affidano i servizi militari, logistici e d’ intelligence per sostenere la crescente presenza della macchina bellica americana nel mondo. Pmc e contractors rappresentano con i loro corporate warriors quindi due aspetti diversi della privatizzazione dell’uso della forza. Il libro, articolato su due piani di ricerca-studio e di attualità, tenta un’analisi sistematica e approfondita del fenomeno, ed è il frutto di lunghi soggiorni all’estero e di accurate indagini. In un mondo globalizzato che anela alla sicurezza si delinea così una nuova concezione della guerra che prefigura una parallela "privatizzazione della pace". Il tutto nell’inquietante assenza di una normativa a livello internazionale e locale che definisca e delimiti il ruolo e l’attività di questi nuovi attori nel palcoscenico mondiale.
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IL POST 21/5/2017
Negli ultimi anni sono stati migliaia i “foreign fighters”, cioè i combattenti stranieri, che sono andati in Medio Oriente per unirsi alle diverse guerre che si stanno combattendo nella regione. La maggior parte di loro si è unita allo Stato Islamico (o ISIS), un gruppo che ha basato parte della sua fortuna sulla capacità di attrarre gli stranieri con una propaganda molto efficace. Altri si sono uniti alla divisione di al Qaida in Siria, che nel corso del tempo ha cambiato nome diverse volte e che ora si chiama Tahrir al Sham. Altri ancora, un numero più esiguo, sono andati in Siria e in Iraq a combattere contro le forze jihadiste: si sono uniti alle milizie curde, assire e yazide nelle loro guerre contro lo Stato Islamico e altri gruppi estremisti che predicano il jihad, la guerra santa. Di loro non si sa molto, sono stati studiati e osservati poco, anche perché le legislazioni nazionali si sono concentrate a punire chi andava a combattere con lo Stato Islamico (anche in Italia, come dimostra la condanna per terrorismo contro la “foreign fighter” Maria Giulia Sergio).
Questi combattenti si sono organizzati in parte entrando direttamente in contatto con le milizie anti-ISIS locali, soprattutto con i curdi siriani e iracheni, in parte attraverso le cosiddette “combat charities”, cioè organizzazioni benefiche che si occupano di fare la guerra; sono state definite così da Pavol Kosnáč, un esperto di studi religiosi dell’Università di Bratislava che ha anche pubblicato uno studio (PDF) sul sito del think tank americano Brookings Institution. Le “combat charities” sono particolarmente interessanti perché fanno parte di un fenomeno in crescita, un’evoluzione di una tendenza più generale di cui si parla ormai da diversi anni e che sta cambiando il modo di combattere: la cosiddetta “privatizzazione della guerra”. Sono interessanti anche perché hanno sollevato molti dubbi sulle implicazioni legali ed etiche delle loro attività: si può operare come un’organizzazione benefica facendo la guerra? Nemmeno se si combatte contro i “cattivi” per eccellenza, come i jihadisti o lo Stato Islamico? Non è facile rispondere a questa domanda, ma intanto partiamo dall’inizio: di cosa stiamo parlando di preciso?
Come suggerisce l’espressione, per “privatizzazione della guerra” si intende quel processo per cui la guerra non è più combattuta solo dagli Stati o dalle milizie appoggiate da una o dall’altra forza in campo, come era una volta, ma anche da soggetti privati, imprese che forniscono servizi di diverso tipo con lo scopo di guadagnare qualcosa. Queste imprese militari private, che si sono sviluppate in particolar modo dopo la fine della Guerra Fredda, sono moltissime in tutto il mondo: si occupano non solo di trasporti e logistica ma anche di operazioni di intelligence, di addestramento e di combattimento vero e proprio. La più famosa, sulla quale sono stati scritti articoli di giornale e libri, è certamente l’americana Blackwater, che tra le altre cose è stata coinvolta in un processo relativo all’uccisione di 14 iracheni a Baghdad nel 2007, una delle storie più gravi e controverse della guerra in Iraq. Le imprese militari private si possono vedere come una specie di reincarnazione moderna dei vecchi corsari e mercenari: soggetti privati che facevano la guerra per soldi.
Le “combat charities” sono un’ulteriore evoluzione della privatizzazione della guerra. Come detto, non sono particolarmente studiate. Sono soggetti privati che, almeno sulla carta, forniscono assistenza militare e politica a gruppi armati deboli o a minoranze etniche che cercano di resistere a massacri compiuti da altri, come lo Stato Islamico. Sono una cosa relativamente nuova, del Ventunesimo secolo, e si differenziano dalle tradizionali imprese militari private per diversi aspetti: non hanno scopo di lucro e i combattenti che selezionano sono volontari che non prendono uno stipendio. Chiedono l’adesione a un certo codice di comportamento e i loro membri sono motivati da cause ideali, non da prospettive di guadagno.
In Siria e in Iraq operano diverse “combat charities”, tra cui Sons of Liberty International (SOLI). SOLI è la più vecchia e riconosciuta “combat charities” del mondo. Fu fondata dall’americano Matthew VanDyke, che nel 2011 decise di unirsi ai ribelli libici nella loro guerra contro l’ex presidente Muammar Gheddafi. VanDyke fu però catturato dalle forze lealiste e fu tenuto per diverso tempo in una prigione di Tripoli. Riuscì a scappare e a unirsi a un gruppo di ribelli solo dopo l’inizio dei bombardamenti autorizzati dall’ONU; provò a creare una milizia anti-Assad in Siria, senza successo, e poi cominciò a intrecciare legami con diverse milizie assire che combattevano soprattutto contro lo Stato Islamico. Da queste attività nacque SOLI, che fin da subito non ebbe grossi problemi a trovare volontari: fecero richiesta in 1.500, VanDyke ne scelse solo 10, per lo più ex membri dei Marines e delle forze speciali. Tutti dovevano essere motivati dal desiderio di aiutare i gruppi più deboli e perseguitati dallo Stato Islamico. Kosnáč ha scritto che tra le altre cose SOLI ha aiutato le milizie assire a essere riconosciute dal governo centrale iracheno e a farsi prendere più seriamente dal governo del Kurdistan iracheno. VanDyke ha detto che SOLI non sarebbe finita nel circolo senza fine delle attività delle ONG tradizionali, che forniscono essenzialmente aiuto umanitario:
«Noi insegniamo loro come eliminare il pericolo e come garantire la sicurezza nella loro città o regione, così che non debbano scappare. Vogliamo operare in modo da andarcene il prima possibile, per occuparci di un’altra missione. Un modo che cura la malattia, non il sintomo. Non vogliamo creare un rapporto di dipendenza con la popolazione locale, un circolo nel quale loro hanno bisogno di noi e noi raccogliamo soldi per loro come fanno molte ONG.»
I problemi dell’attività delle “combat charities”, così come dei contractors delle imprese militari private, sono anzitutto di natura legislativa. I loro membri non si possono considerare civili, visto che prendono parte direttamente ad attività militari, ma non si possono nemmeno considerare soldati a tutti gli effetti, e quindi in teoria non sottostanno alle norme internazionali che disciplinano il comportamento dei soggetti che combattono una guerra. È un tema ingarbugliato, che si mischia con le differenze tra le varie legislazioni nazionali, sul quale il diritto internazionale sta cercando di adeguarsi, ma non è facile. Un altro problema è legato alla complessità delle guerre che si stanno combattendo in Siria e in Iraq. Molte delle “combat charities” che stanno operando in questi paesi hanno a loro volta ideologie e obiettivi specifici e ben definiti: SOLI per esempio è un gruppo cristiano, altri sono di ispirazione marxista. Il pericolo è aggiungere nuove influenze straniere a guerre che coinvolgono già moltissimi interessi diversi, promossi dalle varie potenze schierate da una parte o dall’altra.
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CONTRACTORS A DIFESA DELLE AZIENDE. MA IN ITALIA È TABÙ
Leonardi Piccini, Libero 27/8/2014
[Intervista a Carlo Biffani] –
La guerra civile in Libia, e i massacri in Siria e in Iraq ad opera degli islamisti dell’Isis, stanno spingendo molti Paesi ad adottare misure di sicurezza senza precedenti. Nel Regno Unito si è aperto nei giorni scorsi un dibattito politico sulla necessità di assoldare almeno 1.500 specialisti provenienti dalle cosiddette PM/SC (le Private Military and Security Company), per garantire sicurezza e protezione al personale delle grandi multinazionali del petrolio, alle sedi diplomatiche e anche a cooperanti, imprenditori e giornalisti. Come in tutte le guerre, si stanno aprendo opportunità di lavoro per le società di contractors, visto che perfino l’Onu è costretto ad avvalersene. Solo nel nostro Paese l’argomento rimane tabù, anche se grosse compagnie nazionali come l’Eni ricorsero a società inglesi, americane o locali per garantire la propria sicurezza. Un’assurdità, visto che i nostri specialisti, ex militari provenienti dai corpi d’elite di Esercito, Carabinieri e Marina, sono considerati tra i migliori al mondo. I guadagni dei security contractor variano in base a esperienza, tipo d’impiego e grado di rischio: si va da un minimo di 300 a 1500 dollari al giorno. Attualmente, tra Siria e Iraq, operano contractors di almeno trenta Paesi diversi.
Ne abbiamo parlato con Carlo Biffani, esperto di strategia e sicurezza. E dunque, è vero che grosse compagnie italiane come l’Eni ricorrono sempre più spesso a personale straniero per garantire la propria sicurezza?
«Sì. La nostra compagnia petrolifera si affida a security contractors di una società leader del settore e il ministero degli Esteri, negli anni scorsi, ha sottoscritto un contratto con la società inglese Aegis, che è poi la stessa che supporta l’Eni in Iraq. È singolare che gli italiani siano gli unici in Europa ad affidarsi a compagnie straniere».
Difficile immaginare francesi e inglesi operare così...
«Ha ragione, e sa perché? Perché i governi di questi Paesi non affiderebbero mai il proprio personale diplomatico o i propri manager a specialisti stranieri e troverebbero perfino inopportuno far ascoltare loro discussioni, telefonate e comunicazioni sensibili a personale di diversa nazionalità».
E perché noi italiani dobbiamo agire in modo diverso?
«Perché i nostri governi non hanno mai preso seriamente in considerazione i vantaggi che deriverebbero dal disciplinare il settore delle compagnie di sicurezza private. In Inghilterra e negli Usa esistono società di sicurezza che lavorano a braccetto con grandi gruppi industriali e assicurativi, strutturate con centinaia di uffici in tutto il mondo. Agiscono in modo trasparente, hanno bilanci pubblici e sono perfino quotate in Borsa. Basterebbe lavorare a qualcosa che consenta di agire al di fuori di quanto previsto dal Testo Unico di Pubblica Sicurezza, che sarebbe inapplicabile in territorio straniero, per ricollocare in un sol colpo centinaia di ex militari, e ridurre al contempo il rischio di sequestro di nostri connazionali impegnati in zone pericolose. Ma ci sarebbe poi un ultimo, grande vantaggio».
Quale?
«Pensiamo alla quantità di informazioni che in caso di necessità potrebbero giungere agli apparati di sicurezza del nostro Paese, grazie a una rete di raccolta dei dati distribuita capillarmente su un dato territorio: in Inghilterra, l’intelligence non ha tanti agenti sul terreno, ma sa che in caso di necessità può contare sulla raccolta di dati sensibili provenienti da società private che impiegano un numero impressionante di collaboratori,nella stragrande maggioranza dei casi ex militari. Senza dubbio un grande vantaggio in senso strategico».
Leonardi Piccini, Libero 27/8/2014