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 1976  settembre 28 Martedì calendario

E Amendola dice: «Sacrificatevi»

Il suo saggio su Politica ed economia (1) ha avuto sulla stampa comunista una eco alquanto attutita. Forse perché in quell’articolo si riproponeva con urgenza il problema della entrata dei comunisti al governo, un tema messo ora in sordina dal Pci?
«Mi è dispiaciuto che l’estratto diffuso ai quotidiani abbia distolto l’attenzione dal centro dei problemi che avevo sollevato per riportarla sull’ormai logoro schema del presunto contrasto tra la fretta di Amendola e la prudenza di Berlinguer. Sul governo siamo tutti d’accordo nel sostenere la linea assunta al momento dell’astensione: nell’impossibilità di formare un governo di unità democratica, pur così necessario, è doveroso attendere Andreotti agli appuntamenti fissati per discutere le misure atte a fronteggiare la grave situazione esistente».
Un argomento – non le sembra? – su cui si vanno delineando due posizioni tra chi si affida alla ripresa congiunturale e chi, come Baffi e lo stesso Pci, appare molto più pessimista.
«Lo scopo del mio articolo era anche quello di reagire all’irresponsabile euforia (che alimenta fra l’altro irresponsabili rivendicazioni) suscitata da una ripresa congiunturale precaria e limitata, quando invece il pericolo più grave e incombente resta quello di un rilancio della spirale inflazionistica, accompagnata da nuove crisi monetarie».
Solo pochi mesi orsono Franco Modigliani subiva aspre rampogne da parte della sinistra italiana da lui accusata di scarsa sensibilità antinflazionistica. Crede che quella fosse una giusta preoccupazione?
«Secondo me la coscienza della crisi e il pericolo dell’inflazione non è presente nel modo dovuto nella sinistra italiana. E questo riguarda, non esito ad affermarlo, anche una parte del Pci. Tutti sono d’accordo a parole, ma nei fatti non vi è coerenza. Non vi è consapevolezza che la premessa di ogni piano di riconversione sta nell’arresto del processo inflattivo; che se non si riesce ad arrestare, contenere e ridurre il deficit della bilancia dei pagamenti e del bilancio dello Stato è inevitabile il ricorso a nuovi prestiti esteri, i quali in queste condizioni, sono sempre più difficili da ottenere anche accettando condizioni più onerose politicamente e economicamente».
Non solo a sinistra, però, vi è una propensione verso una politica inflazionistica, verso modelli economici di tipo sudamericano dove tutto si indicizza e i debiti si pagano in moneta svalutata.
«Certamente. Il comportamento di grandi gruppi pubblici e privati e dello stesso governo spinge proprio alla continuazione del processo inflattivo. La resistenza alle richieste di aumenti salariali è spesso più formale che sostanziale. In molte industrie è tornata la pratica del fuori busta. Tutto questo alimenta nella classe operaia spinte rivendicative corporative».
Non le sembra che la verifica più evidente di una scelta inflazionistica possa essere proprio il piano di riconversione industriale con lo sbandieramento di stanziamenti per migliaia di miliardi di cui tanto si parla?
«Proprio qui si giocherà la partita decisiva. O la riconversione industriale verrà affrontata in termini di autentica serietà e severità nel quadro di una programmazione con precisi obbiettivi di incremento della produttività, oppure...».
D’accordo ma i miliardi dove si dovranno reperire? Stampando carta moneta anche se per obbiettivi programmati?
«Niente affatto. Lo stesso reperimento delle risorse per il piano deve obbedire al superiore principio della difesa della lira. Il che significa senza aumento artificioso della circolazione monetaria ma attraverso una maggiore pressione tributaria. Ciò comporta sacrifici. L’importante è che assicurino una ripresa non effimera».
Torniamo al discorso sugli obbiettivi.
«Volevo dire che bisogna sventare quello che da molti sintomi appare il pericolo maggiore, e cioè che il piano di riconversione, attraverso il rifinanziamento di vecchie leggi, serva per distribuire qualche migliaio di miliardi, perseverando nella vecchia politica degli incentivi, manovrata arbitrariamente dagli uomini di potere dc e sostenuta dai grandi gruppi pubblici e privati. Guai se il movimento operaio e sindacale, illudendosi di salvare posti di lavoro, finisse per tollerare che sia fornito ossigeno a vaste zone di industria protetta e assistita, giunta ormai a condizioni di sempre minore competitività».
Nel suo articolo lei afferma esplicitamente che su questo terreno ci si scontra con una resistenza conservatrice nelle stesse file della sinistra. Al massimo si dice che certi sacrifici potranno essere accettati solo di fronte a precise contropartite politiche ed economiche. È un continuo scarico di responsabilità mentre si consuma, come lei ha scritto «la bancarotta dello Stato repubblicano». Se questo è vero come pensa che le sue tesi possano trionfare?
«Non è vero che i lavoratori non siano disposti ad accettare sacrifici. Già oggi essi sopportano il pesante fardello dell’inflazione. Ora si tratta di vedere quali sacrifici compiere e perché compierli. Ma quella che va nettamente respinta è la tesi, finora corrente, delle contropartite. La richiesta delle cosiddette contropartite è esiziale: non siamo di fronte a una trattativa sindacale in cui la controparte – governo o padronato – possa concedere qualcosa in cambio di qualcos’altra. Quello che chiedono i lavoratori può essere ottenuto solo dallo sforzo autonomo e responsabile del movimento operaio».
È dunque una linea di comportamenti coerenti e severi, esemplare per tutti, che prescinde dalla partecipazione al governo del Pci?
«Certo. Non si tratta di portare avanti una politica di mobilitazione nazionale per la salvezza del Paese, soltanto quando saremo al governo o, peggio, come mezzo per entrare al governo, perché se essa corrisponde agli interessi generali va condotta in ogni situazione, che si sia al governo o all’opposizione. Su questo ritengo si debba aprire una discussione senza equivoci del movimento operaio, uscendo allo scoperto, avanzando proposte concrete: bisogna smetterla una volta per tutte di ripetere la solita litania sull’ordine delle priorità, mettere liturgicamente il Mezzogiorno al primo posto, quando poi nella pratica ci si batte per concentrare in alcune regioni masse di risorse destinate ad operare assurdi salvataggi di aziende decotte. Si smetta di dichiararsi disposti ad accettare la mobilità a parole per ostacolarla nei fatti. Certo può essere pesante per un giovane con l’attuale stato dei trasporti spostarsi da un posto di lavoro all’altro, ma chi si è mai preoccupato per una mobilità assai più penosa, quella del lavoratore del Sud che ha dovuto abbandonare casa, paese natale, spesso famiglia, per spostarsi a centinaia di chilometri?».
Da tutta questa intervista mi sembra scaturisca una critica al movimento sindacale. Non è cosi?
«Ritengo che non sia un delitto di lesa maestà sottoporre ad esame critico i comportamenti sindacali in questa o quella occasione, in questa o quella categoria. Rispettosi della autonomia, che è condizione stessa dell’esistenza di un sindacato unitario, non possiamo rinunciare, come diceva Agostino Novella (2), all’autonomia del partito nei confronti del movimento sindacale, né possiamo delegare al sindacato la direzione di tutta la politica economica del movimento operaio. Credo che negli ultimi anni qualche volta questa delega sia stata concessa e questo non è nell’interesse dello stesso movimento sindacale che viene ad essere caricato di responsabilità che non sono le sue».

Note: (1) Giorgio Amendola, Coerenza e severità, in Politica ed economia n. 4. luglio-agosto 1976, pp. 3-12. (2) Agostino Novella, segretario generale della Cgil dal 1957 al 1970.

Intervista di Fausto De Luca al segretario del Pri Ugo La Malfa 

la Repubblica, 9 settembre 1976

Roma – «Caramelle, ancora e sempre caramelle. Ma è possibile tirare l’Italia fuori dalla crisi continuando a distribuire zuccherini alla gente?». Appena tornato a Roma, Ugo La Malfa riprende subito la polemica che ha dominato il dibattito politico nel mese di agosto. Il tema è il governo Andreotti, il confronto, il compromesso storico. 
Per democristiani e comunisti il confronto è diventato una parola magica. Per chi è fuori del grande gioco Dc-Pci è soltanto un paravento dietro il quale può esserci tutto o niente. 
«Il confronto? Ma certo che va bene, solo vogliamo capire dove ci porta e quanto tempo ci prende. L’incredibile dell’Italia è che si parla e ci si confronta in un treno che corre verso il precipizio. È proprio l’aggravarsi della situazione italiana che mi ha fatto giudicare ineluttabile il compromesso storico. È l’ultima stazione dove possiamo invertire la marcia».
E gli zuccherini?
«Quando ho visto tutte le autorità dello Stato precipitarsi a parlare con i detenuti in rivolta nelle carceri (1), sono rimasto sbigottito. Quando parlavano gli agenti di custodia non si capiva se erano loro i detenuti. Tutti a chiedere e le autorità ad impegnarsi, ma su che cosa? Con quale serietà si prendono impegni per la riforma carceraria, con quali mezzi saranno attuati, quando lo Stato non ha risorse, ha deficit paurosi e tutto il suo programma ufficiale è quello di tagliare le spese? Insomma, da un lato la crisi economica ci porta fuori dall’Occidente, dall’altro lato progettiamo cose che solo un Occidente avanzatissimo potrebbe sopportare. In realtà non riusciamo a fare una casa nel Belice e nel Friuli».
Dopo il bagno nelle vacanze il suo pessimismo sembra eccessivo. Anche il Pci, sia pure con cautela, cerca di alimentare un clima di fiducia.
«Certo, i comunisti in questa situazione hanno tutti i vantaggi e nessuna responsabilità. Non stanno nel governo, hanno solo un piede nella maggioranza, quel che non gli piace non li impegna».

Note: (1) Nella prima settimana di settembre parecchie rivolte scoppiarono nelle carceri italiane. L’avvio ai disordini venne dato da cinquecento detenuti delle Nuove di Torino che, saliti sui tetti del carcere, chiesero a gran voce la riforma carceraria. Con loro si recarono a parlamentare, tra gli altri, il presidente della regione Piemonte, Aldo Viglione (Psi), e l’esponente radicale Gianfranco Spadaccia. Con i detenuti delle Nuove solidarizzano ben presto, manifestando a loro volta, i carcerati di Alessandria, Genova, Catania e Cagliari. Nessun uomo politico andò invece ad ascoltare gli agenti di custodia di San Vittore che in quegli stessi giorni protestarono per le loro condizioni di lavoro e di vita. Inaspettatamente solidarizzarono con loro – rifiutandosi di aderire alla protesta delle Nuove – i carcerati della casa circondariale di Verona.