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 2017  maggio 02 Martedì calendario

Gente di bordello

MENTRE PASSO la frontiera diretto ad Arnoldstein, pochi chilometri dopo Tarvisio e il valico di Coccau, lungo la statale, attento a non superare i limiti di velocità per evitare imbarazzanti multe rivelatrici della mia destinazione a luci rosse, ripenso che la colpa, in fondo è della Valduga Patrizia, la poetessa. O meglio, del suo delizioso Italiani, imparate l’italiano! (Edizioni d’If, 2016). Zeppo di punzecchiature sui vezzi e i vizi lessicali e sintattici, rivestite da parole al vetriolo. Riflessioni dispettose. Ma anche stuzzicanti. Intanto abbasso la velocità. Il bivio dovrebbe essere quasi sotto i grandi viadotti dell’autostrada, sulla sinistra. È un triangolo di territorio strategico. Slovenia, Italia, Austria. Un tempo volevano organizzare qui le Olimpiadi Invernali dei Tre Confini, metafora di uno sport per la Pace. Villach. Tarvisio. Kraniska Gora. Il miope Comitato olimpico disse no, con la scusa che le Olimpiadi si assegnano alla città di una sola nazione. Il progetto è rimasto nei cassetti, come certi grandi sogni. Come l’Europa unita. Al posto delle strutture olimpiche sono sorti come funghi i bordelli di confine. In Austria la prostituzione – “sesso commerciale” – è legale. In Italia no. In Slovenia ni: in strada no, al casino sì. Dunque, perché la Valduga? Perché a pagina sessantuno del suo pamphlet scrive di mutandine. Termine che lei detesta. Che ascolta provando disgusto. Preferisce mutande: che oggi la gente si vergogna a dire, come se fosse una parola imbarazzante, impronunciabile, volgare, “forse perché evoca troppo quello che nasconde e protegge”. Invece, aggiunge, “è una semplice e bella parola latina che significa ‘da cambiare’”. Mentre mutandine è “estremamente volgare, perché si vorrebbe elegante, gentile, quasi ingenua; invece evoca soltanto striptease o pedofilia”. Una volta, sfogliando le pagine di Amica (note finali sull’uso della biancheria intima di ogni tipo), Patrizia aveva letto: “Passate e ripassate le vostre mutandine di seta sul suo stomaco, coscia, inguine, pene, indossate o no”. Robb de matt: “la parola mutandina è oscena, una coscia sola mette angoscia, e, ‘indossate o no’ sfiora l’idiozia”. Per i soliti imprevedibili giochi incrociati del destino, la diatriba sulle mutandine – a cui noi maschi associamo spesso il verbo sfilare – ebbe un effetto dirompente. Sfogliando (verrebbe voglia di dire, col senno di poi, spogliando...) il pamphlet valdughiano sull’incompetenza linguistica, scivolò fuori infatti un piccolo segnalibro. In realtà, un cartoncino promozionale plasticato in formato biglietto da visita, misteriosamente abbandonato lì dentro. Impiegai un attimo a capire che si trattava di un palese invito a “smutandare”. E dove? Al Wellcum, in Austria. Che non vuol dire “benvenuto”. Nel gergo hard, cum è eiaculazione. Nella lingua dei pornofili, sborra. Dunque, Buona sborra. Un nome, un programma. Il bordello europeo più frequentato dagli italiani. Il biglietto conteneva le sue coordinate: Fluss strasse 1, 9601 Hohenthum (www.wellcum.at). Sul retro, c’era una mappa galeotta quanto abbastanza approssimativa del Nordest che evidenziava le città di Venezia, Udine, Tarvisio. E Villach, in Carinzia. Appena dopo il confine con l’Austria, un cerchiolino rosso collocava la posizione del locale. Una “Spa per soli uomini”, si precisava nella didascalia di una foto che invece prometteva ben altro: sei stupende figliole succinte in pose provocanti circondavano un giovane al quale stavano allegramente sfilando la cravatta dopo avergli sbottonato la camicia. Una delle ragazze sculettava, lasciando svolazzare una gonna color fucsia. Lo stesso del locale. Provare per credere, il messaggio subliminale... O era rosa shocking, quel colore dominante della foto? Il colore del peccato? Della trasgressione? Delle fantasie sessuali che il talamo coniugale non è in grado di soddisfare e che l’iperattività professionale impedisce di esaudire? Una volta, era il rosso: Moana Pozzi trionfava con quelle sfumature sangue e furori sessuali. E pure il nero: capitalizzato dalle biondissime valchirie tedesche e nordiche che inflazionarono l’immaginario erotico di alcune generazioni. Poi, c’è stato il periodo “bianco”, alla Cicciolina. Irrideva il comune senso del pudore, i di vieti, rompeva i tabù dell’innocenza e dell’infanzia quando si esibiva abbracciata a pelouches e bamboline, sfoggiando un sorriso ampio, promettente, le labbra infuocate da rossetti spudorati tanto erano brillanti. Un tempo, quando la legge consentiva le case di tolleranza in Italia, lo scambio diretto (al chiuso) tra sesso e denaro era un costume socialmente accettato. Come lo è ai giorni nostri qui in Carinzia, tra le severe ed arcigne montagne della Caravanche. In una regione dove i crocifissi punteggino gli incroci e le chiese sono il cuore delle comunità. Ma i vecchi conoscevano come andavano le cose, anche in tempi di repressione e benpensanti: “Tante campane, tante puttane...”, dicevano, ironici ma non erotici. Era il tempo dell’ipocrisia. In Enrico 61, Renato Rascel illustrava il suo carosello italiano: bersaglieri e casini; Caporetto e il fascismo “cattivone”. Brividi patriottici e brividi per le ballerine sempre più scosciate. M io padre Pierluigi, uomo di teatro sino a quando mia madre non gli impose di lasciare quell’ambiente, suonava al pianoforte le note malinconiche che sul palcoscenico accompagnavano Wanda Osiris mentre cantava nell’ultima sua rivista musicale (La Granduchessa e i camerieri) “Ricorda che la femminilità/ è fatta di malizia e ingenuità/ se un uomo prigioniero vuoi tenere/tu devi un po’ parlare un po’ tacere”... Erano anni di tante pippe e pochi zin zin. In qualche modo, a tacere è il navigatore della mia Bmw: rifiuta-censura, anzi, auto-censura? – l’indirizzo del Wellcum. Adotto un’andatura cauta. È una domenica fresca, di cielo grigio a tratti squarciato da un sole abbagliante. Traffico da ultimo sci. Le nuvole assumono forme conturbanti. Vagheggio voluttà paradigmatiche: spalle nude, scollature vertiginose, capigliature selvagge, gambe» chilometriche, mani abbandonate voluttuosamente lungo i fianchi, fondoschiena come custodie di violoncelli (ricordate il manifesto del Merlo maschio con Lando Buzzanca che suona le chiappe di Laura Antonelli?). Immagino pose lascive, sguardi ammiccanti di torbide promesse, ragazze in attillate guaine di cuoio rosso o nero, trasparenze che non celano. Stacchi sexy... come quelli delle Veline di tanti anni fa. “Gli spettatori italiani sono ossessionati dalla carne”, moraleggiò una volta Frank Bruni, capo dell’ufficio romano del New York Times (vinse un Pulitzer) che lasciò turbato gli studi di Canale 5 dove erano andate in scena le Veline (assai più spogliate e maliziose rispetto a quelle di adesso) e dove il pubblico maschile si scaldava per gli intermezzi pepati. Sarà così anche al Wellcum? D’improvviso, si staglia un pannello verticale verde, sulla sinistra: “Gewerbegebiet Hohenthum”, zona industriale di Hohentum. In mezzo, leggo Wellcum, e, sotto, scritto in bianco, The Hotel. Chissà perché i luoghi per la bella scopata, come in Svizzera quelli per la bella morte, li confinano in queste terre desolate: vite di scarto, sesso da grande magazzino. Davanti, due cartelli indicano le direzioni per Oberstossau e Unterstossau. Sterzo, imbocco la strada che curva subito pi i ma a destra e poi a sinistra. Costeggia un fiume. Oltre l’argine opposto, sorgono le ciminiere dell’Industriezone Gailitz e le enormi strutture di una fabbrica chimica che produce polimeri e additivi. Proseguo. Il paesaggio spiana, ingrigisce. Un nuovo cartello precisa che manca un chilometro e mezzo al Wellcum. Più avanti, identifico il profilo di una collina artificiale, a strati come uno ziggurat babilonese: il sito di una discarica. La puzza è fetida, penetra nell’abitacolo. Una scoreggia che abbassa il testosterone. Come una punizione preventiva. Peccherai? Intanto, beccati questa penitenza. Chissà perché mi viene in mente via Olgettina. Dono della ABRG Asamer-Becker Recycling. E del borgomastro locale, che ha concesso il terreno più scamuffo e flatulento agli sporcaccioni del Wellcum. All’altezza dell’ingresso di questo tempio della spazzatura, una cancellata bianca sorvegliata da telecamere, la stradina abbandona l’argine e svolta seccamente a sinistra, a novanta gradi. Stavolta, il cartello indicatore è più discreto. Gli ultimi cinquecento metri sono di uno squallore indicibile. La meta è raggiunta, infine. Proprio sotto un colossale traliccio elettrico, che se alzi il braccio si illuminano le dita della mano. Ecco il Wellcum. Fort Apache dell’arrapataggine. Cintato, e remoto. Lontano dagli abitanti della zona. E da occhi indiscreti. Una costruzione che sembra una costrizione: da mobilificio del sesso. Chi l’ha progettata ha pensato più a una fabbricherà tipo Brianza operosa. O a una discoteca da Padania sperduta. Lato uffici. Lato esposizione. Area privata. Area pubblica. Piano terra e primo piano. Pochissime finestre: quelle essenziali. Una sfera color fucsia, con la scritta Wellcum. sovrasta il tetto dell’ala di sinistra. Due parcheggi. Uno appena entri. L’altro, alle spalle della struttura. È lì che si trova l’entrata principale del bordello. Pardon, della Spa per soli men. Basta seguire il sentiero di ghiaia. Prima di partire avevo consultato il conclamato baedeker web della materia. Si chiama gnoccaforum. Nel nome illustra programma ed intenti. E la bibbia in Rete del post-puttaniere. Suddivisa per città, regioni e nazioni. Aggiornata dai suoi membri (full o senior): e mai, lo sappia la Valduga, l’ambiguità della parola è tanto appropriata, nel suo facile (sboccato) e scontato doppiosenso. Il sito, all’ultimo mio check, vanta 1.291.249 post, 149.599 topic e 206.640 utenti, ossia uno ogni trecento italiani. Tutti rigorosamente protetti da pseudonimi, ca va sans dire. Il 10 maggio del 2015 tale rogering.rabbit, alle otto in punto della sera, posta il suo diario di viaggio. Informa gli utenti che è stato finalmente al “famoso Wellcum”. Non è solo un semplice resoconto. È degno di SexAdvisor, il saggio di Antonio Armano (Edizioni Clichy, 2016) che raccoglie le (vere) recensioni dei clienti italiani di escort e trans da cui emerge un quadro antropologico interessantissimo sull’essenza del desiderio maschile italiota. È perciò, una preziosa testimonianza. Per vari motivi. Il primo, e il più significativo, ò che il bordello austriaco è pensato soprattutto per una clientela italiana, più precisamente triveneta. Il secondo è che le ragazze parlano italiano, anche se sono prevalentemente rumene e bulgare. Terzo, scordatevi le suggestioni letterarie, i rimandi storici, gli alibi pseudoculturali che ammantano le incursioni nel passato casottesco degli italiani. Il Wellcum è solo un moderno, aggiornato e tranquillo scopificio. Dove chi vuole può stare come in un bar, o in club, a conversare con gli amici, se ci sono – e ci sono, ci sono: in genere i clienti arrivano in gruppetti, a coppie. Per sfruttare l’accoglienza. Per intrecciare amicizie, mentre attorno vagolano le lucciole assai svestiste della ribalta. Le ragazze sono nude, quasi tutte. Qualcuna è in monokini. Tutte, almeno con tacchi 12. Tutte hanno seni mai esagerati ma ben calibrati (quarta misura). Uno standard? Qui tutto funziona secondo la logica dei moduli e dei componibili. Adeguata alla richiesta. Donne slanciate. Gambe lunghe. Seno sodo. Zigomi alti. Sedere compact. Tatuaggi senza eccessi. Modi garbati. Docce prima e dopo gli amplessi. Igiene per rassicurare. E proteggersi. Il corpo è il capitale. Guai ad alienarlo. La prostituzione legalizzata è un’industria con le sue regole ferree. In questo, molto tedesca, molto austriaca, molto svizzera. Diretta espressione cioè del sistema giuridico che prevede, per chi esercita il mestiere, la possibilità di essere dipendente con un contratto di lavoro o libero professionista, l’inquadramento fiscale e la tutela sanitaria obbligatoria che varia, e che impone in Germania, a seconda dei Lànder e a carico dello Stato, controlli periodici, come del resto in Austria: a Vienna, ogni settimana. In Carinzia ogni quattro. La polizia si occupa delle registrazioni professionali. Poiché le ragazze non sempre emettono ricevute, il Fisco calcola periodicamente il forfait dovuto. Insomma la puttana è una sorta di ragioniera del sesso, con la sua partita Iva. In Italia, il fatturato è tutto in nero. Un gire d’affari clandestino valutato, secondo i dati Istat del 2014 relativi al 2011 che per la prima volta volta incorporavano nel Pil l’economia illegale e criminale, in 3, 6 miliardi di euro di valore aggiunto, con 4,1 miliardi di euro di consumi: le stanze d’albergo, gli affitti capestro (i padroni di casa raddoppiano ai sex worker le pigioni), il merchandising, i sexy shop, gli additivi (Viagra e simili), il cinema hard. Anche balocchi profumi, anche la biancheria intima, anche le mutandine detestate dalla Valduga.
Il Wellcum è quindi un’impresa che fa parte di questo cosmo. La differenza è che la sua attività è lecita. Formalmente mette a disposizione i suoi locali, disposti su una superficie coperta di 7mila metri quadrati, con sale dedicate ai massaggi, al relax (lettini dove riposare), il privé per le feste (99 euro l’ora), saune, bar, ristorante a buffet a piano terra. E le stanze al primo piano. Inoltre c’è un hotel annesso. La proprietà è della WA gmbH, un fondo di investimenti austriaco con interessi pure in Svizzera. Da dove derivano i suoi profitti? Dal fatto che chiede alle ragazze ogni giorno la stessa quota che esige dai clienti per accedere ai suoi locali (85 euro). Più gli extra (bar, hotel, Vip room con entrata separata). Offre cioè servizi legati alla pratica della prostituzione. Punta su un target medio/alto della clientela. Cristiano Fabris, 37 anni, il portavoce, mi sciorina qualche dato significativo: c’è stato un incremento del fatturato di oltre il 20 per cento, però non precisa la cifra, dovrebbe aggirarsi sui 9-10 milioni di euro l’anno ma sono stime, cifre ufficiali non ne circolano. Ha 45 dipendenti. 1 clienti nel 2016 sono stati 70mila, l’80 percento italiani. Una quota che sta aumentando nella prima metà del 2017, alla faccia della crisi. Molte le iniziative collaterali. Sabato 18 marzo, la festa per proclamare miss Wellcum, la più bella del reame. L’abbinamento con lo skipass di Hermagor, la località sciistica di Villach. Il pullman Wellcum che rastrella clienti partendo alle 9 e 30 da Treviso (parcheggio Emisfero), passando da Conegliano (parcheggio uscita autostrada) alle 10. proseguendo per Pordenone (Fiera) al 1 e 10 e 30 per giungere a Udine (Stadio) un’ora dopo. Infine, alle tredici, l’arrivo al Wellcum. Il tutto per 19,90 euro. L’intento è allargare il bacino di utenza, sfruttando gli aeroporti locali e promuovendo eventi e giornate speciali. Il sito è assai cliccato.
Il prezzo del piacere? Lo racconta in modo pittoresco ed esaustivo, diciamo così da figasseur, il milanese rogering.rabbit ingnoccaforum: “Il bordello (con annesso hotel) si trova in una zona isolata vicino al fiume ed è stato costruito esattamente con quello scopo, proprio per la clientela italiana): le scritte e gli annunci interni sono in italiano e le ragazze (al 98% rumene) ti si rivolgono direttamente nel nostro idioma. Allora, l’entrata a 85 euro comprende ovviamente il kit del puttaniere (ciabatte e accappatoio) e accesso a tutte le zone (incluso wellness e piscina esterna), oltre che al buffet (pranzo dal le 12 alle 16 cena dalle 18 alle 23, qualità non eccelsa ma accettabile) e tutte le bevande analcoliche e, in più, due birre (a pranzo ho anche avuto un bicchiere di prosecco in omaggio)”. Istruito dal nostro connoisseur, parcheggio l’auto. Non faccio in tempo a spalancare la portiera che si affianca una Porsche Panamerica bianca con targa tedesca di Mannheim. Un lampo, uno stampo: sforna, letteralmente, un carico di figliole piuttosto ben messe. Sono quattro. Abbigliamento casual, scarpette da ginnastica, jeans, chi lo zainetto, chi una borsetta sportiva. La bionda più alta smanetta sullo smartphone mentre si avvia con passo deciso al posto di lavoro. Sono magre, slanciate. E molto carine. Guardo l ’orologio. Mancano pochi minuti a mezzogiorno, quando il Wellcum apre i battenti domenicali. Aspetto che spariscano e mi avvio. L’ingresso è un’ampia vetrata. C’è una sorta di reception alberghiera. Al desk, Svetlana mi chiede gli 85 euro dell’accettazione. Pago. Mi dà un asciugamano, mi chiede che misura ho per le ciabatte c mi consegna un accappatoio. Mi affiancano due ragazze. Sono scalze. Una indossa solo uno slip millimetrico. L’altra nemmeno quello. Una è bassa. L’altra è alta. Sorridono. Salutano Svetlana. Le consegnano documenti e soldi. Entro, spingendo la porta a sinistra, mentre a destra c’è una scalinata che porta all’albergo e ai piani delle camere affittate dalle ragazze. Lo spogliatoio è come quello delle palestre. Ci sono altri clienti. Italianissimi. Gli chiedo dove devo andare. “Fatti una doccia, prima”, mi risponde uno che poi mi dirà essere un commercialista di Vicenza. “E dopo?” “Tranquillo. Metti in cassaforte documenti, chiave della macchina e soldi, usando la chiavetta elettronica. Pigliati il tuo tempo”. Nel frattempo si avvicina una ragazza dai lunghi capelli. “Ciao!”
“Ciao”, risponde il commercialista. Mi strizza l’occhio e aggiunge, a voce alta: “Lei è una ragazza molto simpatica. È’ turca”. “Cok guzel”, le dico nella sua lingua, molto buono, che può essere interpretato anche con un rustico molto bona... “Grazie”, risponde lei in turco. E si allontana sorridendo, lasciando dietro di sé simpatia, ma soprattutto una scia di profumo dolciastro. “Se vuoi, lo vendono alla reception”. Ci avviamo verso il salone centrale, dominato da un grandissimo banco circolare, che fa tanto Las Vegas. Molti sgabelli e altrettante ragazze appollaiate che confabulano come comari. Altre sono allungate sui divanetti disseminati nel salone, in attesa d’essere invitate a far sesso muovono pigramente spalle e gambe, uno stretching pre-scopata. L’atmosfera è assolutamente quieta. Solo il barista ha un aspetto canagliesco. Serve i nostri caffè con l’entusiasmo di un condannato a morte che si avvia al patibolo. Il commercialista è un habituée. Lo salutano molte ragazze e parecchi clienti. “Quello è uno di Trieste”. Anziano. Capelli bianchi. Sui sessanta. “Anni fa ci fu un famoso tributarista triestino che si innamorò follemente di una prostituta dell’Est. L’aveva conosciuta in un bordello di Klagenfurt, dove, peraltro, c’è il casino più caro d’Europa, in un castello. La quota d’ingresso è di 500 euro, le tariffe delle ragazze in sintonia: 300 euro la mezz’ora”. “Qui?” “Settanta. Però se chiedi prestazioni particolari, vai tranquillo sui 100-150”. “Che successe del tributarista e della ragazza?”. “Lui piantò la famiglia. Era uno molto in vista, insegnava all’Università”. “Era?” “Due anni dopo, la ragazza lo mollò. Lui, disperato, si suicidò. Non prima di aver mandato al giornale austriaco Kleine Zeitung e al Piccolo una lettera in cui spiegava perché si era tolto la vita, allegando alcuni documenti, compreso il contratto cui aveva assunto la ragazza…” “Contratto?” “Qui non se ne fanno. Ormai le ragazze che approdano in posti di questo livello, dopo una certa selezione, sono libere professioniste. Sono abbastanza istruite, alcune addirittura laureate. Scelgono la prostituzione per la relativa facilità di guadagno”.
Il commercialista viene raggiunto da un gruppetto di amici. Sono in quattro. Mi presento. Confesso la mia professione e penso che se la fileranno via. Macché. “Noi in questo posto vi veniamo abbastanza spesso. Ci passiamo tutta la domenica. A parlare. A raccontarci cosa abbiamo fatto, a discutere. Nessuno ci disturba. Ogni tanto lumiamo una ragazza, ravviciniamo e le chiediamo se vuole appartarsi con noi”. “Chiediamo?” “Loro non ti assillano. Aspettano”. Insieme mi portano a visitare il Wellcum, che intanto si riempie di ragazze. Una struscio mozzafiato. Una ha occhiali dalla montatura scura, e larga. Le donano l’aspetto di una prof. Forse lo è. Chissà. Gli ambienti sono molto moderni ma anche frigidi. Parecchi schermi piatti sintonizzati su canali sportivi e musicali. “Lì c’è la saletta dei film. Porno, ovviamente”. “Lì, dove ci sono i lettini imbottiti, puoi fare la pennichella”, spiega un ristoratore dall’accento emiliano. “Lì ci sono due saune. Una bollente, l’altra più umana”, interviene il terzo compare che compie gli anni: gli amici gli offriranno in regalo la più bella delle figliole. “Una bulgara: splendida, anche se non è più giovane, deve avere almeno trentacinque anni. Ma ha grande classe, è la più gettonata. C’è un commerciante friulano che ha perso la testa per lei. La considera una fidanzata. Lei sta al gioco”. Oltre le vetrate ci sono una specie di dehors e una piscina circondata da un prato verde rasato come il percorso di un campo di golf. D’estate, una manna. “Sai perché apprezziamo questo posto? Perché non è pretenzioso. È pratico. Ha tutto e non ti svuota il portafoglio. Il buffet è discreto. Anzi, andiamo che è ora di pranzo”. Il buffet è ricco di dolci. Il resto, ordinaria amministrazione. Prendo un bicchiere di prosecco, una fetta di Sacher Torte e una macedonia. Una biondona di quasi due metri, tacchi compresi, sceglie pasta e wurstel. Fa un cenno alla compagnia, colgo un ammiccamento in risposta. Prima si pranza, poi smaltiremo le calorie di sopra... “La maggior parte delle ragazze sono rumene e parlano abbastanza bene l’italiano. Parecchie sono bulgare e moldave, c’è qualche croata e un paio di russe che sono le più avide. Lo shot normale non le soddisfa. Ti incalzano con gli extra, e alla fine cedi”. “Ufficialmente usano tutte il preservativo, in realtà qualcuna ne fa a meno. Ti dice: io posso. Meglio non fidarsi”, conclude il più giovane della compagnia. “Comunque, se vuoi scambiare quattro chiacchiere con le ragazze, loro ti ascoltano, specie di domenica pomeriggio che c’è meno clientela e quindi più tempo libero. Dicono che la domenica è lenta. Non ti mettono fretta. Ti chiedono cosa fai, se sei sposato”. L’occhialuta si avvicina al bar. Passando, mi sorride. “Ti ha agganciato. Aspetta la tua conferma”. “Ora no”. Lei ritorna al suo divanetto. Le si avvicina una collega. Risolini nella mia direzione. “Magari dopo...tutte e due? O no?”. Sono imbarazzato. Ascolto gli altri. “Quanto vuole per il french? Chi è la migliore che fa bbj!”. Il gergo bordell line... Scende dallo scalone che porta alle camere una stanga stratosferica, con cadenze da sciantosa e un sorriso da soubrette. “Lei è extra, fin da subito”. “Ma vale la deviazione”. “Se la guardo ancora, le chiedo di sposarmi”. “Bugiardo! Ti svuoterebbe il conto in banca”.Tutti slacciano leggermente l’accappatoio. “Excusatio non petita, erectione non gradita”. Deve essere avvocato. Gli chiedo: non ci sono mai stati litigi sugli orari? Trenta minuti che diventano un’ora... “Poche volte. Ci sono le videocamere che registrano il momento in cui entri in stanza e quando esci”. È una garanzia per entrambi: cliente e ragazza, compagnoni puttanieri si congedano. Avvicino la bella occhialuta. Si presta a fare da Cicerone dei piani alti. Ha preso la chiave di una stanzetta. Dentro, un letto alla francese. In un angolo, in alto uno schermo piatto. Su una parete, uno specchio. “Adoro gli specchi. Sono finestre su me stessa”. Allarga un grosso asciugamano sopra la coperta. Domina il colore blu aviatore. Forse per illudere chi fa al l’amore di volar via. Di abbandonare un non luogo come il Wellcum e la sua fauna umana. “Ho scelto questo mestiere perché poi tornerò in Romania e portò comprarmi la casa e aprire un negozio”. Hai un protettore? “Ma che dici? Sono padrona del mio corpo. Lavoro bene. Mi piace, se i limiti sono sopportabili. E qui sono arrivata col passaparola...” “Passaparola?” “Mi ha chiamato un’amica. Mi ha detto che il lavoro è pulito, che non sarei stata costretta a lavorare come una schiava per ripagare la vetrina, come succede in Belgio, dove una deve avere 150 clienti prima di coprire l’affitto”. Il tam tam del sesso non diffonde fake news, almeno si spera. L’ho constatato a Maastricht durante le elezioni i parlamentari in Olanda. Le associazioni no-profit belghe e della Vallonia che confina col Limburgo olandese e che si occupano di lotta alla prostituzione e alla tratta delle donne hanno denunciato “il lassismo delle autorità dinanzi ai prosseneti e alle reti criminali”. In Belgio il 90 percento delle prostitute è di origine straniera, dell’Est europeo e dall’Africa. Lo stesso ministro dei Diritti delle Donne ha riconosciuto le carenze legislative e promette tolleranza zero contro gli sfruttatori. In Austria le cifre sono lievemente inferiori, ma anche qui dominano le straniere: il 78%del totale, soltanto tre su cento sono austriache. Per la maggior parte sono rumene come lei, il 38%. Subito dopo vengono le ungheresi, il 26%, e le bulgare, il 10%. Staccato, un plotoncino di slovacche, nigeriane, ceche, cinesi e turche. A vederlo da qui, per quanto squalliduccio sembri, al Wellcum non c’è ombra di criminalità, di traffici sessuali, di protettori. Ma l’efficienza austriaca ha le sue zone opache: da tempo, i giovani socialisti di qui denunciano un intenso transito di donne sradicate dai loro paesi, quelli che abbiamo nominato finora e molto altro Est europeo, con l’aggiunta di molta Africa sub-sahariana. E il Dipartimento di Stato americano, nel suo “Human Rights Report” del 2014, mette nero su bianco che molte di queste donne, attirate da un lavoro di bambinaia o di cameriera, finiscono nell’esercito della prostituzione coatta. La bella occhialuta, per fortuna, ha scampato il peggio. Lei ha ventun anni, è nata a Bucarest. Ha interrotto gli studi universitari. Si chiama... no, non voglio crearle fastidi. Si guarda di nuovo allo specchio. Ora mette la sua anima a nudo. Come il corpo. Indossa solo gli occhiali. “Sono così vera che paio falsa”. Auguri, ragazza.