Millennium, 2 maggio 2017
Bonito Oliva: non c’è più la droga di una volta. Nell’800, nell’arte era d’elite, nel 900 esistenziale, ora é roba da salotto
Il gioco si ripete ogni volta: citofono, ascensore, pianerottolo, porta che si apre, corridoio. Pochi passi e la tentazione di tendere la mano verso una sagoma poco lontana dalla finestra sembra irresistibile. Ma è una figura umana a grandezza naturale impressa su uno specchio. Non uno specchio qualunque. È un Pistoletto, la sagoma è quella di Achille Bonito Oliva. Abo, Quello vero, sbuca da dietro al porta: «Succede sempre», commenta. E ride.
Quella di Michelangelo Pistoletto non è che una delle preziose opere autocelebrative che il critico «partenopeo e parte-romano» conserva nella sua casa-galleria nel centro di Roma. L’occasione è un’ informale chiacchierata su un tema vecchio come l’arte, ossia il rapporto tra alterazione psicotropa e creatività, da Michelangelo Merisi, il Caravaggio, «che aveva uno sdoppiamento, diurno creativo, notturno dissipativo. Giocava a dadi, frequentava bettole e prostitute e una notte, in un duello, uccise un uomo per il postumo non certo di una discussione culturale, di un confronto sul colore, ma nei fatti notturni di vita quotidiana» a Henri Michaux, pittore, scrittore e poeta belga che «usava sempre la mescalina prima di cominciare a dipingere», passando per Mario Schifano, che «data la velocità esecutiva della sua pittura, aveva bisogno di sostanze che servissero a sviluppare anche un sistema di vita veloce. Dipingeva i n stato di esaltazione motoria, le sostanze lo tenevano sempre in uno stato di veglia. In questo era diverso da Basquiat, che muore ad appena 28 anni di eroina, una sostanza il cui consumo deriva da un tentativo di sottrarsi, da una necessità di isolarsi».
Ma non c’è più la droga di una volta: «Costato il maledettismo parigino del XIX secolo-racconta Abo – dove l’uso di sostanze proibite era sinonimo di appartenenza a una specie di setta culturale che mirava a distruggere convenzioni ed espressioni. E c’è stato un tempo nel Novecento in cui la cultura della droga era strettamente legata a un movimento ideale e politico, era un atteggiamento esistenziale. Oggi è rimasto l’aspetto ludico, personale, da salotto o da marciapiede».
La conversazione prosegue tra busti di Giuseppe Ducrot, dialoghi metafisici tra Andy Warhol e Giorgio De Chirico, meriti ed eredità della Transavanguardia, coltelli sottovetro di Jannis Kounellis e respiro biologico dell’arte, quando l’interlocutore profano interrompe il maestro ricordandosi il tema originario della conversazione: «Scusi Bonito Oliva, dica la verità... Ancheil critico, in fondo, si altera un po’». Abo all’inizio la prende sul serio, poi schiaccia a rete: «C’è una sorta di erezione culturale – ride – un priapismo psicologico nei recensori di mostre, di libri, di spettacoli, dove si capisce che loro ci vanno a forza, che non hanno il fisico per sapersi divertire. Ecco quello che manca alla critica è il corpo».
Il divano verde illuminato dal sole romano appare ora familiare: «Esiste un livello creativo del critico-prosegue-con la scrittura saggistica nei libri e quella divulgativa nelle mostre. Il protagonismo del critico deve esistere, ed io, non posso negarlo, l’ho messo in evidenza». Ancora quel divano: «L’ho fatto anche attraverso i miei nudi su Frigidaire...». Ecco, il divano appunto. Marzo 2011, nudo di critico, integrale, su divano verde. Il più recente, il terzo di una serie: «I miei nudi su Frigidaire non sono certamente frutto di un’alterazione chimica, ma di puro piacere... Esibire il mio corpo, con cui ho un ottimo rapporto, parlando di argomenti altrimenti noiosi, mi è parsa una cosa divertente, frutto di una risposta dadaista data alla giornalista Barbara Cannata: che foto ci mettiamo? Parlavo dei massimi sistemi e ho pensato che, in fondo, l’arte mette a nudo l’umanità, la moda la veste. E mi sono messo nudo come Paolina Borghese in quel primo servizio del 1981, assieme ad Alessandra Valsi, attrice di teatro, in un altro servizio del 1989, io nudo lei vestita come una foto di Duchamp».
Il corpo del critico. O il corpo del fisioterapista: «In questi decenni romani (tra poco saranno cinque, spero che il Campidoglio onori come si conviene la ricorrenza) ho utilizzato lo strumento della mostra come un massaggio del muscolo atrofizzato della sensibilità collettiva. Ebbene sì, ho fatto il massaggiatore, non lo posso negare, di una squadra in cui in campo non scendevano solo gli artisti, ma in cui giocava anche il pubblico, senza saperlo. Non c’erano più confini, non si doveva più passare necessariamente attraverso il museo, la galleria o la casa del collezionista. C’era una estetizzazione del quotidiano prosegue il critico che per un periodo la politica ha favorito e poi se n’è dimenticata. La completezza dell’arte: l’artista crea, il critico riflette, il gallerista espone, il collezionista tesaurizza, il museo storicizza, i media celebrano, il pubblico contempla».
La memoria corre all’età dell’oro, ad Amore mio, la prima mostra targata Abo del 1970: («Erano anni in cui parlare di soggettività era impossibile, prevaleva il noi assembleare. Ogni artista aveva nove pagine del catalogo, le ho pretese anch’io, ripetendo nove volte la stessa foto che mi aveva fatto Ugo Mulas»), alle storiche gallerie come l’Attico, la Salita e la Tartaruga, al percorso di tre chilometri sulle mura aureliane di Avanguardia e Transavanguardia 1968-1977 e alla Porta Pinciana impacchettata da Christo nel 1982, da Giulio Carlo Argan alle Estati romane di Renato Nicolini.
Di quella estetizzazione rimangono le notti romane, che Abo ha frequentato con voracità: «Ho vissuto cinquant’anni da critico e anche da “notturbino”, ho attraversato le notti romane perché amo molto ballare, sono un grande critico e un grande ballerino. Cosa è diventata questa città dopo il tramonto? Noto, ahimè, una grande differenza rispetto al passato, c ’è indifferenza e violenza nello stesso tempo, uno scadimento antropologico collettivo. In Italia ci sono pochi occupati, molti disoccupati e moltissimi preoccupati, dominano isteria, insicurezza, e una rabbia collettiva irrefrenabile».
Cala il sipario, con una lieve amarezza. Salone, studio, saluto al Pistolero, corridoio, pianerottolo, e via. Fino alla prossima musica.