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 2017  maggio 02 Martedì calendario

Quanto é nera la cifra nera

I criminologi la chiamano cifra nera. È quel mondo sommerso dove s’inabissano i reati che nessuno rileva, scomparendo sia dallo sguardo che dalla riprovazione collettiva. Quando la cifra nera s’impenna, i numeri delle statistiche ufficiali perdono qualsiasi aggancio con la diffusione di un fenomeno criminale. Per intenderci, tutte le vittime denunciano l’irruzione di ladri in casa e così facendo azzerano la cifra nera, dunque se i furti lievitano l’allarme sociale stimola una reazione istituzionale. Al contrario, tutti quelli che sono parte attivanellacorruzionehannoun interesse convergente al silenzio, mentre gli esclusi ne rimangono all’oscuro. Nessuno denuncia spontaneamente le attività criminali ad alta cifra nera che, per quanto nocive e pervasive, tendono a scomparire dai radar dell’opinione pubblica – salvo occasionali inciampi giudiziari. Per misurarne la concreta estensione occorrerebbero sonde speciali, indicatori da utilizzare come termometro del rischio di malaffare e strumento di valutazione delle politiche di prevenzione.
Nel caso della corruzione i tentativi di quantificarne la dimensione impalpabile si sono mossi in tre direzioni, con metodi diversi: le opinioni di analisti indipendenti, i sondaggi sulle esperienze della popolazione, le misure oggettive di “qualcosa” (come lo spessore mancante del manto di asfalto dopo un appalto pubblico) che si ipotizza associato al fruscio di bustarelle. E qui arriva una sorpresa. Nella nota graduatoria di Transparency International, fondata sulle percezioni di esperti internazionali, l’Italia tradizionalmente spicca nella lista dei cattivi – al 60° posto su 176 paesi nel 2016, terzultima in Europa. Ma guardando ad altri indicatori lo scenario cambia. Nella rilevazione Eurobarometro del 2014 appena il 2 percento degli italiani si era visto chiedere una tangente nell’anno precedente, la metà del la media europea. Lo stesso vale per alcune misure oggettive, per esempio quella elaborata da Escreva e Picei in base alla risposta giudiziaria globalea casi di corruzione internazionale, che vede la pubblica amministrazione italiana fregiarsi di un dignitoso 19° posto su 125 paesi.
Segnali contraddittori, utili a rafforzare ogni preconcetto in un dibattito pubblico dove trovano spazio sia le argomentazioni minimaliste che imputano solo al pregiudizio straniero la nostra brutta nomea, che il catastrofismo di chi alza le mani di fronte airirredimibile propensione corruttiva del gene italico.
Un dilemma che si può sciogliere riconoscendo che gli indicatori guardano a dimensioni diverse di un fenomeno complesso, multidimensionale. I sondaggi sulle tangenti ricevute e alcune misure “oggettive” guardano alla corruzione spicciola e a un nucleo di attività perseguite dai rispettivi ordinamenti, per le quali l’anomalia italiana parrebbe contenuta, mentre le percezioni degli esperti pesano leprobabi 1 itàd’incorrere in un più esteso “abuso di potere pubblico”.
Ma a marchiare un abuso come corruzione sono i valori sociali dominanti, che mostrano soglie di tolleranza assai differenziate da un paese all’altro: per esempio, i ministri che all’estero si dimettono perplagio in Italia trovano un clima molto più comprensivo, sia tra i propri pari che nell’opinione pubblica. Però gli esperti stranieri quelle e altre vicende di discutibile etica pubblica le osservano, e le giudicano. Come vogliamo chiamare il tipo di abuso che intendiamo misurare, dunque? In fondo, parafrasando Shakespeare: «Che cosa c’è in un nome? Ciò che chiamiamo corruzione anche con un altro nome conserva sempre il suo fetore».