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 2017  maggio 27 Sabato calendario

Via il dolore con l’ipnosi

La voce è calma, monocorde, continua. «Guarda quel punto sul soffitto, non lo perdere. Lentamente senti le braccia sempre più pesanti, gli occhi chiudersi, il corpo diventa molle...». Dopo alcuni secondi il ragazzo che si è offerto volontario si accascia sulla sedia, come una bambola di pezza. Sembra completamente inerte, la testa abbandonata in avanti. Siamo a un workshop di ipnosi a Bari, dove Giancarlo Russo, fisioterapista, tiene corsi per medici, infermieri e fisioterapisti. Russo solleva un braccio alla sua cavia. Quando lo lascia, ricade a peso morto. Intorno qualcuno si avvicina, prende appunti, fa domande. «Ricordatevi che l’ipnosi non si ottiene senza la collaborazione della persona. È un fenomeno prodotto dal nostro sistema nervoso». Poi si gira verso il ragazzo. «È arrivato il momento di riemergere. Conterò fino a tre. Uno, senti l’energia salire attraverso le gambe lungo la colonna; due, il respiro si fa più superficiale; tre, apri gli occhi». E questo succede, proprio sotto il nostro sguardo.

Banalizzata da film e ipnotizzatori da palcoscenico, stigmatizzata come una lotta tra cervelli in cui uno soggioga l’altro per fargli fare quello che vuole, l’ipnosi suscita da sempre una certa diffidenza. «Si ha paura di perdere il controllo, di rivelare segreti, comportarsi in modo strano o non risvegliarsi. Niente di più falso», dice Russo. Oggi questa pratica sta finalmente entrando a pieno titolo in campo medico, grazie allo studio delle neuroscienze. Ma che cos’è esattamente? «Non è sonno, non è veglia, non è sogno», dice Russo, che tiene corsi alla facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli studi di Napoli Federico II. «È un funzionamento particolare del sistema nervoso, che a volte sperimentiamo involontariamente durante la giornata. Come quando ci incantiamo in treno davanti al paesaggio in movimento. Oppure guidiamo su una strada molto conosciuta, e la percorriamo senza pensarci. O ci immergiamo davanti allo spettacolo di un film. Questo stato è caratterizzato da una concentrazione profonda che può portare alla trance. Noi ipnotisti riusciamo a indurlo». «Secondo alcuni studi, ha caratteristiche in comune con la fase Rem del sonno anche se si è svegli», aggiunge Mark Tyrrell, terapeuta e cofondatore di Hypnosis Downloads. «E bisogna esserlo per forza, per ascoltare e capire le parole dell’ipnotista. Questo significa che si è assolutamente consapevoli di dove ci si trova e di quello che sta succedendo. E che quindi si può sempre rispondere agli stimoli esterni ma in modo più flessibile, cioè non automatico. Se per esempio suona un allarme la persona è in grado di decidere se alzarsi o meno. Se dormisse e si svegliasse all’improvviso, invece, si spaventerebbe».
Tecnica molto usata nei paesi anglofoni, l’ipnosi induce un rilassamento totale. Dagli elettroencefalogrammi si è visto che aumenta le onde Alfa e quelle Theta, diminuendo l’eccitazione corticale. In ambito terapeutico viene usata soprattutto per il controllo del dolore. «Ci sono ustionati che non vogliono essere toccati, così come persone che hanno subito traumi, fino ai pazienti oncologici», dice Russo. «Con l’ipnosi riusciamo a trattare il dolore, diminuirlo o, in alcuni casi, farlo scomparire».
Il dolore ha una forte componente psicologica. «Per esempio sopportiamo meglio dolori che sappiamo avranno breve durata, invece di quelli cronici», dice Tyrrell. «Depressione, ansia, noia e rilassamento influenzano tutti l’intensità del dolore. È molto importante quindi capire che tipo di esperienza ha il paziente. Come descrive la sofferenza? Acuta? Pulsante? Elettrica? Bruciante?». A seconda della risposta, si costruiscono strategie ad hoc. Una è la distrazione. «Lo facciamo spontaneamente quando ci diamo una martellata sul dito e cominciamo a urlare e a saltare su e giù. Quindi, se durante la trance dirigiamo l’attenzione di una persona a un’area del corpo in cui non sente dolore, quello diminuirà», dice Tyrrell. Un’altra è la ricontestualizzazione. «Una volta ho lavorato con un uomo che aveva subito un incidente stradale. Quando mi ha descritto il dolore come una sensazione bruciante, l’ho aiutato a ripensarlo come tiepido e poi fresco. A volte è lo stesso stato ipnotico che ci fa disassociare dal fisico e noi possiamo incoraggiare il processo chiedendo alla persona di immaginare il proprio corpo afflitto che galleggia lontano, fuori da sé».
Russo racconta il caso di una donna che si è lussata i condili mandibolari. Un incubo perché se sbadiglia la bocca rimane storta, se dorme le vengono atroci mal di testa. «Il giorno dopo il trattamento ha detto che erano mesi che non dormiva così bene. Ora ha la consapevolezza che può rilassarsi, ha delle chance. L’aspettativa nei confronti del dolore è fondamentale per la sua gestione».

Le applicazioni sono tante. Si va dall’anestesia per interventi piccoli (estrazione di denti) al parto, al trattamento delle dipendenze (cibo, sigarette, fumo, droghe), a quello di stati di ansia e attacchi di panico, alla riabilitazione post traumatica, psoriasi, sindrome del colon irritabile, disfunzioni della sfera sessuale. Per i fisioterapisti è sicuramente uno strumento in più. «Aiuta anche a ricostruire la consapevolezza del proprio corpo dopo un ictus, per esempio. Si può riportare alla coscienza la sensazione di un movimento volontario e lavorare per ricostruirlo», dice Russo. La durata della terapia dipende molto da come risponde la persona. Per la dipendenza da fumo o le fobie, basta in genere una sola seduta. Perché questa tecnica abbia effetto deve stabilirsi un rapporto di fiducia tra ipnotista e paziente. Alcuni sono più portati, altri meno. Ma non tutti possono essere ipnotizzati. «Difficile che un bambino sotto i 4 anni reagisca positivamente», dice Russo. Per alcune categorie, poi, non è assolutamente consigliabile: «Soggetti paranoici, psicotici o sotto effetto di stupefacenti». Per il resto è una tecnica sicura, non ha effetti collaterali e non provoca dipendenza. A patto che ci si metta in buone mani, perché in giro ci sono molti ciarlatani.