Libero, 31 maggio 2017
Un altro neonato abbandonato e morto. Come lui 400 all’anno
Respirava ancora quando Stefano Cravero, un ragazzo di 21 anni, si è accorto di lui. Per caso, all’alba di una mattina di fine maggio, su un marciapiede del Comune piemontese di Settimo Torinese. Stefano sta rientrando dal lavoro, a due passi da casa vede qualcosa in mezzo alla strada. Si avvicina e rimane a bocca aperta: lì, coperto da uno stracetto e basta, c’è un bambino. Nato da poco, non piange nemmeno. Ma respira, e allora Stefano si fa in quattro per aiutarlo. Alza lo sguardo, nota due operatori delle pulizie che stanno ramazzando la via, li chiama, loro accorrono. Le finestre che danno sulla strada si aprono, le mamme di quel quartiere semi-periferico si affacciano, scendono, cercano di coccolare quel frugoletto. Che però è già in arresto cardiaco.
«Una signora mi ha passato una tovaglia e l’ho avvolto, una scena che non dimenticherò mai» racconta Saverio Casorelli, uno dei netturbini che ha chiamato il 118: non erano ancora le 7. L’ambulanza arriva con le sirene spiegate, i sanitari capiscono subito che la situazione è disperata, sul corpicino del piccolo si tenta la rianimazione. Gli infermieri lo intubano, partono verso l’ospedale Regina Margherita (il polo infantile di Torino), ma è una corsa disperata. Il bimbo muore poco dopo essere entrato nel reparto di rianimazione. Niente da fare, i medici non riescono a salvargli la vita. Che per lui è stata breve, brevissima. Soltanto una manciata di ore.
CAUSE DA CHIARIRE
Alcuni testimoni affermano che avesse una ferita sulla testolina, forse provocata dal parto, forse dall’urto per l’abbandono sul ciglio della strada. Solo l’autopsia potrà fare chiarezza su questi dettagli. I carabinieri confermano la vicenda, ma non riescono a spiegare l’origine di quella lesione. Al momento non si sa neppure quale sia stata l’effettiva causa della morte: se le complicanze di un travaglio difficile o quelle ore passate da solo, al fresco della notte, senza cure di sorta. Nel frattempo le forze dell’ordine setacciano i video delle telecamere di Settimo Torinese nella speranza di risalire alla madre di quel neonato con la carnagione chiara che ha aperto gli occhi sul mondo per chiuderli subito dopo.
Chi l’ha abbandonato lo ha appoggiato a lato della strada vietato al parcheggio, poco distante dal marciapiede, in una posizione visibile perché dirimpetto a un palazzo abitato. Gli inquirenti, tuttavia, ipotizzano il reato di omicidio volontario e sono in contatto con tutti i policlinici della zona per cercare di scoprire se, nella notte tra il 29 e il 30 maggio, una donna si è presentata cercando assistenza a seguito di un parto. «Un piccolo angelo volato in cielo in questo modo è un dramma che non trova conforto in nessuna parola», taglia corto il sindaco della cittadina torinese, Fabrizio Puppo. Eppure, purtroppo, episodi simili sono più frequenti di quel che si pensa.
A MILANO TRE AL MESE
«Casi come questi sono solo la punta dell’iceberg» commenta Marco Griffini, presidente dell’Ai.bi., la fondazione per l’infanzia abbandonata. I dati semi-ufficiali parlano di circa 400 bambini abbandonati ogni anno, o comunque non riconosciuti dalla madre, «ma c’è chi aumenta il numero fino anche a 3mila. Occorrerebbero studi approfonditi, impossibili per una semplice ragione: all’appello, inevitabilmente, mancano tutti quelli di cui non veniamo a conoscenza».
Che sono tanti. Negli ultimi anni, e considerando solo gli ospedali di Milano, ogni mese sono nati tre bambini che non sono stati riconosciti dai genitori, e un terzo di loro era italiano. «Il problema è immane continua Griffini, in Italia esiste una legge che tutela il parto anonimo, però non viene quasi mai considerata. È difficile anche darle corso, perché servirebbe una rete di sostegno che non c’è. Noi rilanciamo l’appello di creare delle “culle per la vita”, dove le madri con qualche difficoltà possono lasciare i loro piccoli». Un po’ come la “ruota degli esposti”, che più di mille anni fa permetteva ai bambini indesiderati di avere una vita. Magari difficile, magari dura. Ma almeno una vita.