la Repubblica, 31 maggio 2017
Noriega, il «narcodittatore» inventato e distrutto dagli Usa
NEW YORK Lo chiamavano cara de piña, per quella sua faccia butterata che ricordava una buccia d’ananas. Ha trascorso gli ultimi ventisette anni in galera, dapprima negli Stati Uniti (per vari reati di droga ed estorsione in un processo con molti punti oscuri), poi in Francia (narcotraffico e riciclaggio), infine nel suo paese, Panama, di cui per sei anni – sul finire degli anni Ottanta – era stato il padrone assoluto. Manuel Antonio Noriega Moreno è morto lunedì notte a 83 anni, nella capitale di quella patria dove aveva temuto di non tornare più, dopo una lunga agonia seguita a un’operazione al cervello.
La sua è stata una vita avventurosa e spietata – vissuta sempre a cavallo di un ambiguo crinale tra potere, violenze e criminalità – fino alla caduta di quel lontano gennaio 1990, quando i marines di Bush Sr. misero fine con le armi (e con il chiasso di una musica assordante) al suo regno. Era una creatura degli americani (dell’amministrazione di Ronald Reagan in particolare) che si era rivoltata contro i propri padroni in un’epoca in cui gli yanquis erano odiati quasi da un intero continente e l’America Latina si appassionava (con molti epigoni europei) alle imprese di caudillos di ogni genere. “Faccia d’ananas” era uno di loro, dapprima sbertucciato per essere una marionetta dell’impero Usa, poi considerato un eroe per essersi ribellato alla Casa Bianca. In realtà era rimasto sempre lo stesso, un dittatore che pensava prima di tutto ai propri affari.
La sua vita parlava per lui. Nato l’11 febbraio 1934, sosteneva di essere fatto per la vita militare, che inizia con una laurea in ingegneria e prosegue con corsi di anti-guerriglia, anti-narcotici, guerra psicologica e sopravvivenza in scuole militari degli Usa. Sarà lui, lavorando dietro le quinte, uno dei principali artefici del golpe del generale Omar Torrijos, di cui era diventato più che un luogotenente e alla morte di Torrijos (un dubbio incidente aereo nel 1981) diventa prima l’uomo forte, poi il dittatore.
Gli anni Ottanta sono quelli in cui cara de piña si fa molti nemici, accuse di traffico di cocaina, brogli elettorali, riciclaggio di denaro sporco. L’ondata di proteste popolari che seguono convince la Casa Bianca ad applicare sanzioni contro un regime che gli sta sfuggendo di mano, una corte federale apre un’inchiesta sul suo ruolo nel narcotraffico internazionale.
Noriega è troppo potente, reagisce, contro di lui va a vuoto un tentativo di golpe (foraggiato dagli Usa) e “faccia d’ananas” diventa nelle cronache terzomondiste un campione dell’antimperialismo. Prova a darsi una patina da democratico, indice elezioni (1989) ma poi le annulla per nominare un’altra sua marionetta. In quei giorni di fine primavera lo avevo conosciuto un po’ casualmente (e grazie a una diplomatica italiana) in un bar di un grande albergo, dove spesso la sera andava a bere. «Gli americani? Non faranno nulla, conosco troppi segreti», mi aveva detto in un breve colloquio. Si sbagliava di grosso. Il 3 ottobre la Cia ci riprova inutilmente (anche il secondo golpe fallisce) e a quel punto la Casa Bianca (dove Bush ha sostituito Reagan) decide di farla finita. Panama, il “cortile di casa” degli americani, viene invasa. Noriega si rifugia nella nunziatura apostolica e chiede asilo politico, ma il 3 gennaio 1990 si consegna ai militari degli Stati Uniti. Nei lunghi anni di carcere viene piano piano dimenticato. Un ultimo “momento di celebrità” lo ha nel 2014, quando fa causa a una società di videogiochi che lo ha reso protagonista di “Call of Duty: Black Ops II”. Non gli era piaciuto come lo avevano rappresentato.