la Repubblica, 31 maggio 2017
Banche, crescita e lavoro. Il pericolo per l’economia è finire travolta dalle urne
Una ripresa ancora zoppa, gli incendi delle crisi bancarie che invece di estinguersi ripartono, il rischio della clausola di salvaguardia che farebbe scattare l’Iva maggiorata. E poi troppe riforme in settori chiave dell’economia – dal lavoro alla concorrenza – di cui si sono perse le tracce nella nebbia del dibattito politico o che potrebbero semplicemente scomparire dai radar in caso di elezioni anticipate. Riforme senza le quali si rischia di perdere la ripresa che si affaccia in Europa – Draghi dixit – e di rimanere il Paese dell’eterno sottosviluppo economico.
Concorrenza e liberalizzazioni sono forse il caso più eclatante, ormai vero e proprio simbolo della difficoltà di un’azione riformatrice in Italia. Il decreto omonimo è arrivato in Parlamento nel lontano febbraio 2015 e non ne è ancora uscito, visto che manca il via libera della Camera. Il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, ha appena avuto rassicurazioni dallo stesso Matteo Renzi, proprio in questi giorni, che il testo passerà entro giugno. Sarebbe un bel passo avanti. Sarebbe. Perché per avere la misura della reale forza e volontà liberalizzatrice in Parlamento bisogna guardare anche a quello che sta accadendo a Flixbus. L’operatore di pullman a basso prezzo si scontra da settimane contro emendamenti a ripetizione che appaiono misteriosamente nella manovrina e che puntano a metterlo fuori dal mercato.
Ma il punto più dolente per l’economia è la clausola di salvaguardia sui conti pubblici, quella che l’Italia ha promesso all’Europa e che scatterà automaticamente se si dovesse arrivare all’esercizio provvisorio di bilancio. Con l’esercizio provvisorio e in mancanza della manovra, l’Iva aumenterebbe automaticamente portando oltre 15 miliardi di introiti: musica per le orecchie della Commissione europea e dei mercati, che vedrebbero così l’Italia dritta sulla strada del rigore; colpo forse fatale per una ripresa che ancora non si è concretizzata del tutto. Tirano infatti gli investimenti, ma non i consumi, assicurano numerosi osservatori che vedono difficile una crescita del Pil 2017 superiore all’1%. E che cosa c’è di peggio per i consumi di un aumento dell’Iva? La clausola di salvaguardia manderebbe così in soffitta anche quella prudente previsione di crescita. E se l’ipotesi di un decreto per rinviare questo aumento di tre mesi potrebbe avere un senso politico – meno cittadini infuriati alle urne – sembra molto difficile che Bruxelles la digerisca.
Anche il capitolo delle banche è uno di quelli che più rischiano di creare danni a un’Italia in campagna elettorale permanente. Si è visto già mercoledì quando i mercati hanno voluto saggiare la resistenza al ribasso dei nostri titoli creditizi e hanno portato giù la Borsa del 2%. Se per Mps la soluzione mediata con Bruxelles pare più vicina, le due banche del Nord Est in profonda crisi – Veneto Banca e Popolare di Vicenza – sono ai ferri corti con l’Unione europea ma anche con gli investitori. La prima chiede 1,25 miliardi di capitale in più; i secondi latitano e il fondo Atlante che già ha messo 3,5 miliardi nel capitale delle due venete ha fatto sapere che i giochi sono fatti e non verserà più un euro. È una situazione grave che rischia di portare – anche se il ministro dell’Economia Padoan lo nega – verso il bail-in, ossia la risoluzione di banche malate per la quale pagano in conto azionisti, obbligazionisti e nella peggiore delle ipotesi anche correntisti. Tanto più che le banche non sono farmacie – come dice spesso il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, che oggi detterà le sue Considerazioni finali -: se ne fallisce una quella accanto non aumenta il giro d’affari, ma rischia anch’essa.
Un governo nel pieno delle sue funzioni, come quello che evoca il premier Paolo Gentiloni, ha forse ancora qualche chance di far sentire la propria voce sulle banche a Bruxelles. Un esecutivo messo in sordina da elezioni imminenti sarà del tutto afono.
Sarà il clima preelettorale, saranno altri e per ora ignoti motivi, ma anche l’Ape volontaria, l’anticipo pensionistico che consentirà – o avrebbe consentito – a una platea potenziale di 300 mila persone di andare in pensione prima usufruendo di un prestito da rimborsare negli anni, si è smarrito. Sulla convenienza dello strumento ci sono dubbi, ma anche chi volesse provarlo per ora non può: è ancora fermo a palazzo Chigi, in attesa – si spiega – di essere inviato al Consiglio di Stato e a fine giugno dovrebbe arrivare in Gazzetta ufficiale anche se si va al voto. Si vedrà.
E il lavoro? I voucher della discordia sono ormai «blindati», il governo li porterà a casa dopo che ieri ha annunciato il voto di fiducia sulla manovra. Quel che resta in alto mare è una politica più incisiva e di lungo periodo per l’occupazione. Era stato annunciato un taglio del cuneo fiscale di tre anni per i nuovi assunti, un modo deciso per spingere l’occupazione giovanile. Missing in action anche quella, con il rischio di essere dichiarata ufficialmente defunta nella corsa alle urne.