Corriere della Sera, 31 maggio 2017
Ilva, scoppia il caso degli esuberi. «Previsti più di seimila tagli»
Era l’unico dato su cui le due cordate che si contendono l’Ilva non si erano esplicitamente pronunciate. Perché era prevedibile che alla fine, più che l’offerta economica o gli investimenti previsti, ai sindacati interessassero i numeri dell’occupazione. Evidenziati ieri nelle slide illustrate dal ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda ai sindacati. Una premessa è d’obbligo: per 4.100 dei 14.200 dipendenti attuali di Ilva è autorizzata la cassa integrazione (fino a 3.300 tra Taranto e Marghera e fino a 800 tra Genova e Novi). Detto questo, esuberi compresi tra 3.400 e 6.400 unità (quindi fino al 45% dei dipendenti attuali) – così come emergono dalle previsioni delle due cordate dal 2018 al 2024 – non possono non incontrare la contrarietà dei sindacati. Che infatti hanno definito tali numeri inaccettabili. Il ministro e i commissari Enrico Laghi, Pietro Gnudi e Corrado Carrubba hanno spiegato che l’accordo con i sindacati è vincolante, ma solo dopo l’aggiudicazione. Il significato è che, una volta assegnata l’Ilva, poi gli esuberi potranno scendere grazie alla trattativa tra il nuovo proprietario e le rappresentanze sindacali. Fermo restando che la Cigs, come evidenziato da fonti vicine ai commissari, copre e coprirà gran parte degli esuberi e potrà essere incrementata all’occorrenza.
Nel dettaglio la proposta di acquisizione della cordata Am Investco (quella scelta dai commissari: ArcelorMittal-Marcegaglia) prevede di portare i dipendenti a 9.407 nel 2018 e a 8.480 nel 2024 (con esuberi fino a 5.720 unità). La cordata concorrente AcciaItalia (Jindal, Cdp, Arvedi, Delfin) prevede invece di portare i 14.200 dipendenti del gruppo Ilva a 7.812 nel 2018 per poi risalire a 9.812 nel 2023 e a 10.812 nel 2024, con un numero massimo di esuberi di 6.388 unità nel 2018. L’altro elemento fondamentale emerso ieri è quello relativo al costo medio annuo Fte (full time equivalent) per dipendente: per la cordata Am Investco è di 50 mila euro (in linea con il livello attuale) nel 2018 e cresce fino a 52 mila negli anni successivi; per AcciaItalia è 42 mila euro (-16% rispetto al livello attuale) nel 2018 e cresce fino a 45 mila nel 2024.
I rappresentanti di Fim, Fiom e Uilm sono usciti dall’incontro al ministero decisamente delusi: «Non è accettabile che ci sia una riduzione dell’occupazione di questa natura – ha dichiarato il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini – l’incontro è stato deludente». «Non sono proponibili migliaia di esuberi – gli ha fatto eco il segretario generale della Uil, Rocco Palombella – dei 5.800 tagli previsti da Am Investco Italy la parte più rilevante sarebbe a Taranto». «Partiamo male – ha aggiunto il segretario generale della Fim, Marco Bentivogli – il prezzo per i lavoratori è troppo alto. Anche la riduzione di personale prevista dalla proposta di AcciaItalia è da respingere: una ripresa dell’occupazione si avrebbe nel 2023, ma 6 anni sono tantissimi e pensare di ripartire con 6.400 lavoratori in meno non è immaginabile». Per questo i sindacati torneranno al ministero domani per un nuovo faccia a faccia con il ministro. Fonti vicine ai commissari, intanto, hanno ribadito – dopo la richiesta arrivata lunedì scorso da Sajjan Jindal nell’incontro avuto con Calenda – che la procedura di vendita non prevede rilanci.
Da sottolineare, infine, che a Piombino si va verso la proroga di due anni all’acquirente Cevital per lo stabilimento Aferpi (ex Lucchini).