30 maggio 2017
ROMA - Dopo lo strappo con Matteo Renzi sulla soglia di sbarramento al 5% contenuta nel sistema tedesco, Angelino Alfano frena sul voto anticipato
ROMA - Dopo lo strappo con Matteo Renzi sulla soglia di sbarramento al 5% contenuta nel sistema tedesco, Angelino Alfano frena sul voto anticipato. Mentre il premier Paolo Gentiloni rassicura: "Anche se ci auguriamo un’intesa sulla legge elettorale, il governo è nella pienezza di poteri e manterrà i suoi impegni". A sostegno di Gentiloni e in vista della direzione del Pd in programma nel pomeriggio, 31 senatori orlandiani firmano un documento in cui bocciano sia le elezioni in autunno, definite "un salto nel buio", che il proporzionale. E propongono, rilanciando un’idea del ministro Andrea Orlando, una consultazione fra gli iscritti prima di prendere una decisione definitiva sulla riforma elettorale.
Il ministro degli Esteri, a margine di un convegno alla Farnesina, va dunque all’attacco, pensando alle conseguenze economiche per il Paese di uno scioglimento anticipato delle Camere. E condividendo, in parte, le preoccupazioni del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan: "Sotto cicli elettorali difficile fare cambiamenti".
"In questo momento così delicato - dice Alfano - non si vota per la legge elettorale, ma si vota lo scioglimento delle Camere e io non capisco l’impazienza del Pd di portare l’Italia al voto tre o quattro mesi prima in piena legge di Stabilità. Rivolgo un appello al Pd prima della loro direzione: pensino all’Italia e al danno che questa impazienza di rientrare a Palazzo può fare all’economia".
Da leader di Ap Alfano serra le fila riunendo il gruppo a Montecitorio in vista della direzione del partito prevista per giovedì. E sulla questione dello sbarramento afferma: "Abbiamo posto una questione di principio sulla legge elettorale, perché ci uniremo ad altri e supereremo la soglia del 5%". Sottolineando poi che "ci sono tante forze politiche e persone della società civile che ci hanno dato disponibilità ad aggregare una coalizione liberale popolare che supererà la soglia, se sarà quella".
La risposta dei Democratici non tarda ad arrivare. "Allarmi ingiustificati", taglia cordo la vicecapogruppo Pd alla Camera Silvia Fregolent. Mentre il senatore dem Francesco Scalia commenta: "Fare una legge elettorale condivisa è un obbligo. Ap se ne faccia una ragione".
PADOAN
MILANO - Il timore che le elezioni anticipate al prossimo autunno, che stanno prendendo corpo con l’intesa politica sulla legge elettorale alla quale si lavora in queste ore, possano ingessare il Paese rimbalza dai mercati alle parole del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan. Il titolare delle Finanze ha rimarcato che "sotto ciclo elettorale, in Italia ma anche negli altri Paesi, è molto difficile fare dei cambiamenti". Partecipando ad un convegno sul futuro dell’Europa organizzato dall’Arel e soffermandosi sul momento economico e politico vissuto dalla zona euro, Padoan ha evidenziato che bisogna pensare a "meccanismi politici che permettono la transizione verso istituzioni più forti, al netto dei cicli elettorali". Nel suo intervento, ha esordito ironico parlando di un "momento di interruzione di un’attività non certo tranquilla".
"Finora la crisi è stata troppo costosa e ha pesato soprattutto sulla disoccupazione. C’è bisogno di un passaggio più ’dolce’. Abbiamo bisogno di meccanismi in Europa che garantiscano il lavoro e l’occupazione", ha detto il ministro insistendo sul fatto che sia Bruxelles a "gestire le risorse su temi come difesa comune, terrorismo, migranti". Inoltre per il ministro "l’Europa deve decidere che tipo di crescita vuole. La produttività in Europa in questi anni è andata calando. Dobbiamo indirizzare misure per la crescita della produttività basata sull’innovazione. Chiaramente abbiamo bisogno di una crescita inclusiva, che passa per i soggetti più deboli, come i giovani e le donne".
Padoan ha notato che, come dimostrano gli ultimi anni, "le crisi accelerano i cambiamenti istituzionali. Questo non significa però che dobbiamo augurarci un’altra crisi, ma avere l’impulso politico per portare avanti i cambiamenti". E di voto italiano si è occupato - dall’Europarlamento - anche il Commissario Ue agli Affari economici, Pierre Moscovici, per il quale le "elezioni non sono un problema: siamo attrezzati per ogni situazione". L’Italia "ha adottato misure di bilancio supplementari che dovrebbero permetterle di essere complessivamente conforme ai suoi obblighi" previsti dal patto di Stabilità, "dunque per ora riteniamo di non dare luogo alla procedura" di infrazione, ha spiegato sottolineando che "La Commissione Europea continuerà a seguire la situazione di bilancio di questo Paese, in particolare per il 2018".
ALFANO ATTACCA: "Impazienza costerà miliardi"
Tornando ai problemi di casa, l’Italia rischia di essere particolarmente vulnerabile perché il possibile voto andrebbe ad intrecciarsi con la fine del Quantitative easing della Bce, l’acquisto di 60 miliardi di titoli al mese che ha portato il costo del debito pubblico a livelli minimi. Una volta chiuso l’ombrello dell’Eurotower, molti temono che la speculazione torni a stringere la presa sull’Italia, ancor più qualora Roma attraversasse un periodo d’instabilità politica. "Che succede nel Mondo post Qe?" si è chiesto Padoan. "Dipende da noi. Sarebbe sbagliato subire la transizione" verso lo stop del Qe "bisogna gestirla, anticiparla e accompagnarla". Per l’ex economista dell’Ocse "ci saranno tassi di interesse più alti, maggiore inflazione e più crescita, sia nominale che reale, ma abbiamo bisogno di riforme per gestire gli choc con misure più adeguate".
VERDERAMI SUL CORRIERE STAMATTINA
ROMA Non è per filantropia se ieri Berlusconi ha perorato con Renzi la causa di Alfano, se attraverso Gianni Letta sta tentando di modificare un punto del patto sulla legge elettorale sottoscritto con il leader del Pd, proponendo di abbassare al 3% la soglia di sbarramento. Il fatto è che il Cavaliere ha interesse a correggere quella norma, perché così com’è non gli conviene. Anzi finisce per danneggiarlo, offrendo in prospettiva un surplus di seggi a democratici e grillini. Sono i numeri a testimoniarlo. In base agli attuali sondaggi, con lo sbarramento al 5%, entrerebbero di sicuro in Parlamento Pd, M5S, FI e Lega, con FdI in bilico.
I voti dei partiti che resterebbero esclusi vengono ad oggi calcolati intorno al 10%: varrebbero circa una sessantina di posti solo a Montecitorio, che andrebbero distribuiti tra quanti hanno superato il taglio. Però il «tedesco», per come è congegnato, privilegerebbe le forze più grandi: Renzi e Grillo si dividerebbero la quota maggiore del bottino, mentre a Berlusconi (oltre che a Salvini) resterebbero le briciole. Ottenere qualche seggio in più ma ritrovarsi poi schiacciato tra le due super-potenze in Parlamento, non è un buon affare. Con le conseguenze politiche che comporterebbe.
Pertanto, che il Cavaliere sia venuto incontro alle esigenze dei centristi è un fatto incidentale, sebbene abbia ripreso i contatti con Alfano: è nel suo interesse se ha mosso un passo verso Renzi, perciò proverà a insistere, anche se il capo del Pd non è intenzionato a cedere. Specie ora che può contare sulla sponda di Grillo, con il quale ha un comune obiettivo: spartirsi quanto più possibile il prossimo Parlamento come fosse Yalta. Tra i Cinquestelle c’è l’euforia di chi non pensava che gli avrebbero offerto un modello di voto disegnato su misura, tanto che all’incontro con la delegazione del Pd i grillini hanno desistito dalla richiesta del premio di maggioranza alla lista. «Va bene così», commentava soddisfatto Di Maio ieri sera.
Forte di questo clima da unità nazionale sulla legge elettorale, Renzi punta al voto entro la prima metà di ottobre: può pensare di arrivarci attraverso l’approvazione della riforma oppure con una crisi di governo da scaricare sui centristi. L’incontro di ieri con Alfano serviva a questo, a provocare il ministro degli Esteri per indurlo al fallo di reazione. Non è dato sapere se il leader di Ap gli abbia ricordato qual era il patto quando stavano insieme a Palazzo Chigi, è certo che Renzi ha opposto un diniego alla riduzione della soglia di sbarramento: «Non posso, salterebbe l’accordo. Eppoi il primo a insistere sul 5% è Berlusconi»...
La verità in politica non esiste, men che meno in questa mano di poker decisiva per gli assetti futuri, con il leader del Pd che ha chiamato «piatto». Figurarsi quindi se poteva cedere alle richieste dei centristi, con i quali peraltro i rapporti si erano incrinati da tempo, da quando — attaccata la spina al governo Gentiloni — confidava fosse Alfano a staccarla immediatamente, così da andare al voto in giugno. Ma il fatto che Ap venga lasciata al proprio destino — con una soglia di sbarramento che mette ad altissimo rischio il suo progetto — non è detto che ponga a rischio anche il governo. Terminato l’incontro con Renzi, il ministro degli Esteri ha spiegato la distanza che lo separa dal Pd sulla legge elettorale «e sulla durata della legislatura», come a far intuire che toccherebbe ad altri staccare la spina a Gentiloni.
In questa feroce disputa, restano nodi politici e istituzionali da sciogliere, e al fondo si avverte ancora una qual incertezza sul timing, se non sulla riuscita dell’operazione. Se Renzi non è ancora certo di arrivare alle urne per ottobre, Berlusconi non è più tanto certo di aver ottenuto la riforma che voleva. Solo Grillo (e Salvini) hanno garantito benefici, comunque vada la partita sulla legge elettorale. E anche dopo, visto che i sondaggi non danno oggi alcuna sicurezza sui numeri per un governo di larghe intese.
draghi
DAL NOSTRO INVIATO
BRUXELLES Il presidente della Bce Mario Draghi ha richiamato i governi dell’Italia e degli altri Paesi della zona euro con alto debito e bassa crescita in vista della fine degli stimoli monetari del «Quantitative easing» e del «sano ritorno a tassi di interesse più alti». Draghi ha chiesto di intervenire anche sui crediti deteriorati delle banche (Npl), che nella zona euro toccano la punta massima in Italia. Naturalmente le sue parole non hanno frenato la caduta della Borsa di Milano (indice Ftse Mib a – 2,01% con i titoli bancari a -3,27% con le principali europee sostanzialmente piatte), che vari analisti hanno attribuito alla possibilità di elezioni anticipate e ai problemi nel sistema bancario.
«È chiaro che, mentre l’inflazione converge verso il nostro obiettivo e la convergenza diventa autosufficiente, i Paesi con alto debito e poca crescita affronteranno un conto degli interessi più alto — ha dichiarato Draghi in un’audizione nell’Europarlamento di Bruxelles —. Servono quindi politiche di bilancio, ma soprattutto politiche che aumentino la crescita». Ha aggiunto che è ancora «molto presto» per cambiare la politica monetaria «accomodante» della Bce. Ritiene che i salari debbano crescere maggiormente per far salire adeguatamente i prezzi. Ha tratteggiato però uno scenario macroeconomico incoraggiante della zona euro, che può consentire di raggiungere l’obiettivo di inflazione «vicino ma inferiore al 2%» e provocare l’interruzione dell’acquisto di titoli sul mercato, sollecitata di nuovo al direttivo Bce dal numero uno della Bundesbank Jens Weidmann, che ha paragonato lo stimolo monetario alla caffeina: «un consumo eccessivo porta a rischi e a effetti collaterali nel tempo». «La ripresa economica sta diventando sempre più solida e continua a ampliarsi attraverso settori e paesi», ha detto Draghi —. Il Pil reale dell’area euro si è espanso per 16 trimestri consecutivi, crescendo dell’1,7% su base annuale nel primo trimestre 2017. La disoccupazione è caduta al livello più basso dal 2009. Il fatto che i consumi interni e gli investimenti sono il principale motore della ripresa, la rende più robusta e resistente ai rischi al ribasso, che sono legati prevalentemente a fattori globali».
Alcuni Eurodeputati hanno fatto notare che lo scenario positivo non tocca tutti i Paesi. L’Italia sconta la crescita più bassa dell’Ue (intorno all’1%), alto debito, maxi crediti deteriorati nelle banche, alta disoccupazione, ritardi di competitività e instabilità politica. Draghi non ha commentato sugli effetti sui mercati per il voto anticipato in Italia: «Non sono io quello che può dare il giudizio migliore sulla data delle elezioni». Più esplicito è stato nel richiamo sui crediti deteriorati a causa delle «significative vulnerabilità ancora presenti in alcune banche della periferia della zona euro», che costituiscono «un freno alla capacità di dare credito alle imprese e alle famiglie». E’ favorevole al completamento dell’Unione monetaria e a un bilancio unico dell’Ue anche se si dovessero «cambiare i Trattati». E ha espresso preoccupazione sulle «posizioni neo-protezionistiche» del presidente Usa Donald Trump.
Ivo Caizzi