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 2017  maggio 30 Martedì calendario

Trovare lavoro e far carriera. Parla Gianmario Verona, il rettore della Bocconi

Salendo al rettorato della Bocconi colpiscono il chiacchiericcio in francese all’ingresso, le note del pianoforte suonato da uno studente nell’atrio e il lungo elenco di docenti celebrati alle pareti che salgono ai piani superiori: Einaudi, Carnelutti, Sraffa, Mattioli, Rosselli, Baffi, Gentile... 
Il nuovo rettore, Gianmario Verona, 46 anni, economista esperto di innovazione e tecnologia aziendale, ci mostra dal balcone del suo studio i lavori che, come racconta nella sua prima intervista a tema libero, raddoppieranno il campus e cambieranno il profilo di Milano. Su una lavagnetta è appiccicato un ritaglio di giornale che dà la notizia dell’ultimo successo dell’università nelle classifiche internazionali, cerchiato di rosso e con la scritta a pennarello: «We rock!». 
Professore, chi è oggi il bocconiano? 
«Una persona diversa da quel che sembra. Tecnicamente preparato in economia, finanza o diritto è sempre più uno che maneggia anche i dati. So che secondo uno stereotipo sarebbe chiuso di mentalità, ma noi cerchiamo di formarlo molto aperto e da quello che ho visto quando facevo ancora lezione mi sembra sia così. Aggiungo che da anni investiamo sull’internazionalizzazione, dunque il bocconiano è una persona interessata al mondo». 
Da studente a rettore: ci racconta il suo viaggio in Bocconi? 
«Da milanese di origini piacentine sono entrato come studente nel 1988. Mio papà faceva il manager occupandosi di marketing e retail e mi ha contagiato con la sua passione per la comprensione del consumatore. Da lì la ricerca e il dottorato nel 1995: il primo phd all’americana in Bocconi. Infine, postdoc al Mit di Boston perché già allora per diventare di ruolo era richiesta un’esperienza importante all’estero. La Bocconi è sempre stata avanti». 
Anche sua moglie l’ha conosciuta in università? 
«Sì, l’ho incontrata da giovane facendo ricerca qui. Ci accomuna questa passione». 
Da studente si era mai sognato di diventare rettore? 
«Non pensavo neanche di fare il professore. Ho sempre subito il fascino del manager, infatti sono un aziendalista». 
Chiariamolo una volta per tutte: gli aziendalisti sono economisti o no? 
«Certo e dirò di più: economia è la disciplina madre, gli aziendalisti possono essere economisti, sociologi o psicologi. Io sono un economista aziendale». 
A 46 anni è il più giovane rettore della Bocconi. Al pari di Mario Monti, attuale presidente dell’ateneo oltre che senatore a vita, che come specifica l’ufficio stampa è stato nominato tre mesi prima. 
«Come le dicevo, la Bocconi è sempre stata avanti. Noto però che anche al Politecnico di Milano e all’Università di Bologna sono stati nominati due miei coetanei. L’epoca dei baroni è finita». 
Nel 2013 alcuni professori della Bocconi si scambiarono delle email dubitando dell’opportunità che Mario Monti potesse restare come presidente dell’università una volta candidatosi in politica. Come si è risolta quella vicenda? 
«La polemica è stata montata più che altro dai giornali. La gran parte delle persone ha concepito il suo contributo politico come tecnico. E, a proposito della domanda iniziale, il pluralismo è un’altra caratteristica della Bocconi e dei bocconiani». 
Qual è la giornata tipo del rettore? 
«Innanzitutto fronteggiare 400 docenti inquadrati, 500 a contratto e 600 amministrativi. Molto tempo va in riunioni, colloqui, incontri istituzionali, viaggi per far conoscere l’università a studenti e professori esteri. Circa una settimana al mese sono fuori dall’Italia». 
Lei ha detto che i professori sono come i rocker. 
«Come loro studiamo a lungo e poi andiamo in tournée per presentare i nostri lavori. Un paragone che mi viene da una vecchia passione, ora praticata solo in famiglia. A casa ho varie chitarre, un contrabbasso e un piano per i miei figli: il mio limite è di non sapere la musica allora ho costretto loro a studiarla dall’età di 4 anni». 
Una cosa che da rettore vuole cambiare? 
«La Bocconi racconta da anni di essere internazionale. Basta dirlo, ora siamo in Champions league: bisogna esserlo». 
Cosa ruberebbe ad un’altra università nel mondo? 
«Il legame forte degli ex alunni nel mondo anglosassone, che fanno beneficenza e aiutano anche con la loro testimonianza gli atenei dove si sono formati». 
Come viene finanziata la Bocconi? 
«Per oltre il 70 per cento dalle rette, poi dai donatori e meno del 10 per cento viene dallo stato per le borse di studio ed il supporto all’ampliamento dei dormitori». 
Come cambierà il campus? 
«Nel 2018 avremo 2.100 posti letto totali grazie alla nuova torre che cambierà lo skyline di Milano. Sarà un po’ più bassa e cicciotta del progetto iniziale, perché non si possono più fare grattacieli come dopo quello di Unicredit. Attorno ci sarà la nuova Scuola di dirigenza aziendale (Sda) ed un impianto sportivo aperto ai residenti della zona». 
Nelle classifiche internazionali la Sda arriva tra le prime business school per i master, mentre la Bocconi appare meno. Come mai? 
«La Sda è sesta in Europa e fa parte in tutto e per tutto della Bocconi essendo una delle sue cinque scuole come Triennio, Biennio, Dottorato e Giurisprudenza. Non competiamo su molte classifiche generaliste, perché siamo un’università solo di business». 
Salendo qui si sente parlare francese. Una volta c’erano molti europei dell’est. Quali sono le nazionalità estere più presenti? 
«Di 14 mila studenti presenti ogni anno, il 14 per cento sono stranieri. Soprattutto francesi, tedeschi, cinesi, turchi e americani. Pure gli europei dell’est sono un gruppo importante se contati insieme, ma paese per paese sono bassi in classifica. Nel campus sono inoltre presenti 2 mila studenti esteri in scambio». 
Un tempo si diceva che la Bocconi era come un contratto: ci si iscriveva qui e si trovava lavoro. Vale ancora? 
«Secondo le nostre statistiche il 75% di chi sta concludendo la laurea di cinque anni è impegnato almeno in uno stage e un anno dopo quasi il 95% ha un contratto». 
Oltre che fare la Bocconi cosa consiglia a un giovane per non rimanere disoccupato? 
«Di studiare l’inglese di oggi che è la programmazione digitale. Il marketing e la finanza ora passano da lì e bisogna almeno capirne il linguaggio. Non a caso da settembre avremo un corso di coding per tutte le classi al primo anno in cui si imparerà il programma Python per leggere e raccogliere i dati. Attiveremo anche un triennio di economia e management di computer science con tanta statistica e tutte le altre discipline viste alla luce del coding. Bisogna poi essere aperti a varie prospettive, tenendo presente che conta l’esperienza che si fa ma anche dove. In un curriculum il nome di una grossa azienda fa la differenza per la carriera, così come una startup brillante. La finanza tira meno che in passato, ora vanno digitale e consulenza». 
In Italia conta ancora la raccomandazione? 
«Penso fosse uno stereotipo già nella mia generazione. I ragazzi di oggi lavorino sodo, si creino delle relazioni per conto loro sulla base di quel che fanno e basta. La differenza tra raccomandazione e referenza, che nel mondo anglosassone è molto forte, è proprio questa». 
Continueranno a esistere le grandi aziende o ci saranno solo creativi e startup? 
«Secondo me i grandi in economia funzioneranno sempre. Saranno loro a inglobare l’imprenditorialità. Per questo i giovani devono imparare un simile approccio anche per lavorare in azienda. Il settore dei servizi ora può avvicinarsi di più all’utente e questo dà spazio alla personalizzazione e dunque all’im-prenditorialità. Penso ad Amazon e a Google, e alle loro importanti parti italiane, ma anche a realtà nostrane come Yoox». 
Da esperto di tecnologia: nella sua esperienza ruba più posti di quelli che crea? 
«Una domanda eterna dai tempi del luddismo. La tecnologia è l’evoluzione e per definizione cambia la situazione. Nel breve riduce gli operai in fabbrica, ma quelli che rimangono diventano dei piccoli scienziati e fanno meno fatica. Inoltre, si creano altri posti di lavoro. Un conto finale si potrà fare solo tra diversi anni, ma nella Storia l’evoluzione tecnologica ha contribuito all’allungamento della vita e all’aumento del valore del lavoro». 
C’è motivo di essere ottimisti? 
«Il vero tema secondo me non è tanto il cambiamento tecnologico, quanto la redistribuzione. La tecnologia può aumentare la distanza tra chi sta bene e chi sta male per cui servono delle politiche sociali». 
Tra l’operaio della Ford e lo startupper della Silicon valley insomma? 
«Sì, è la questione del secolo. Troppo grande per chiunque, infatti le ricette che girano sono banali». 
Quelle che da esperto più la infastidiscono? 
«Tutte le promesse impossibili. La politica non dovrebbe seguire il popolo, ma vedere più lontano e guidare la società». 
Monti ha tentato questo approccio pedagogico, dopo un’epoca in cui Tommaso Padoa Schioppa si lamentava che i bocconiani non si sporcassero le mani nelle istituzioni. Si può concludere che i bocconiani hanno salvato l’Italia, ma non l’hanno riformata? 
«Un tema assai complesso, ma temo che la soluzione non dipenda da un bocconianoomeno,odauntecnicoo da un politico. Va deciso il posizionamento dell’Italia nel sistema globale con una strategia di lungo periodo». 
Lei cosa suggerisce? 
«L’euro è stata una grande occasione per la stabilità, ma l’abbiamo sprecata mancando le riforme. Ora è inutile piangerci addosso. Va impostato un decennio diverso. Chiunque proponga scorciatoie non mi convince. Mi auguro che i bocconiani siano allergici alle semplificazioni».