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 2017  maggio 30 Martedì calendario

«Vogliamo film malfatti ma vitali». Cinquant’anni fa approdò a Torino una delle rassegne più complete del New American Cinema

Era il mese di maggio del 1967 quando approdava a Torino una grande New American Cinema Group Exhibition, una delle rassegne cinematografiche più ricche e complete giunte in quegli anni in Europa. Jonas Mekas, lituano naturalizzato americano, è l’uomo guida del gruppo. Filmmaker straordinario, teorico visionario e infaticabile organizzatore. Lo rivedo scendere dal treno con lo zainetto pesante gonfio di pizze cinematografiche alla stazione di Porta Nuova in compagnia di un barbuto P. Adam Sitney, mente critica e studioso militante di quella che già era all’epoca e continua a essere – a mio modo di vedere – una delle più ricche e affascinanti avventure artistiche e culturali del Novecento.
«Rosso sangue»
Per generalizzare, si può dire che tutto nasce a New York nel 1960 intorno al manifesto del New American Cinema stilato da Mekas, mettendo insieme soggetti e autori differenti per atteggiamenti e per estrazione culturale, manifesto che tutti sottoscrivono con passione con dichiarazioni del tipo: «Non vogliamo film mistificatori, persuasivi, ma grezzi e malfatti, purché vitali. Siamo contro il cinema roseo, siamo per il cinema rosso sangue…».
Il movimento nasce carico delle istanze culturali delle ormai declinanti rassicurazioni degli anni della modernità con voglia di «Ribellione contro il vecchio, l’ufficiale». Alla base di questi atteggiamenti radicali si sottoscrivono anche istanze di carattere epico: «Siamo interessati all’uomo, siamo interessati a quel che succede nell’uomo».
L’attacco di questo manifesto – come ben si intuisce – è portato anche contro le asfissianti e implacabili leggi economico-produttive hollywoodiane, quelle stesse che ancor oggi imperversano e dominano. A rileggere e studiare testi e dichiarazioni degli uomini del N.A.C. partorite e diffuse in particolar modo dalla rivista Film Culture ben si comprende come e quanto lo sforzo creativo e di innovazione fosse volto all’aspetto «esclusivamente poetico dell’espressione».
In realtà ancor prima di Mekas, in particolar modo negli Anni Cinquanta con l’avvento e la diffusione della televisione a far concorrenza al cinema, molte voci si erano levate a favore di prodotti visivi distanti dal perbenismo hollywoodiano.
Mobile dualismo
Si può comunque dire che tutto l’universo N.A.C. vivesse in quegli anni una sorta di mobile dualismo. Da un lato si possono collocare registi indipendenti alle prese con regole anti-Hollywood ma comunque interessati alla ricerca di nuove formule narrative ricche di soggetti sghembi e di attori tratti per lo più dall’universo della nascente beat culture o addirittura da quello delle arti figurative. Sto pensando a Shirley Clarke e al suo T
he Connection o al noto Pull my Daisy di Robert Frank e Alfred Leslie, film straordinario scritto da Jack Kerouac e interpretato da Allen Ginsberg, Peter Orlovsky, Larry Rivers.
I faticosi passaggi vissuti dalla cultura figurativa americana del dopoguerra si ritrovano quasi identici nel mondo del cinema d’avanguardia. Si conosce bene il tributo culturale pagato negli Anni 40 e 50 dalla nascente cultura figurativa americana alle avanguardie storiche europee. Avanguardie dirompenti e variegate scaturite da manifesti e ideologie radicali trasmigrano oltreoceano per le ragioni razziali e belliche che sconvolgono l’Europa per ibridare, sulla scorta delle teorizzazioni di Harold Rosenberg, un terreno giovane e vitale dove dinamismo, spregiudicatezza e potenza economica di diffusione si fondono per la riuscita conquista di un primato mondiale senza precedenti.
Già nel 1927 Robert Florey e Slavko Vorkapic con il loro The Life and Death of 9413: a Hollywood Extra sembrano cercare strade di creatività sperimentale e autonoma, ma è soprattutto Maya Deren col suo Meshes of the Afternoon, già negli Anni Quaranta e Cinquanta, che davvero traghetta il cinema – e in particolare quello surrealista europeo – verso i nuovi lidi espressivi. Fonda nel 1953 la Film Artist Society e la Creative Film Foundation. Sono gli anni in cui alla Mostra del Cinema di Venezia Morris Engel, Ruth Orkin e Ray Ashley con Il piccolo fuggitivo creano non poco scalpore. Altro personaggio chiave sarà Kenneth Anger con i suoi stupefacenti Fireworks e Scorpio Rising, ammirati non poco da Jean Cocteau e pietre miliari di un cinema totalmente visionario dai tratti erotico-occultisti. Produzioni indipendenti in tutti i sensi, nutrite alla base dal basso costo capace di stimolare ricerche che l’industria del cinema non poteva e non può permettersi.
Le ricadute in Italia
Le teorizzazioni di Film Culture e del N.A.C. non proponevano modelli cinematografici. Per questo il movimento è ricco di variabili con opere che vanno da Guns of the Trees di Jonas a Hallelujah the Hills del fratello Adolfas Mekas, da Flaming Creatures di Jack Smith alle opere di Gregory Markopoulos. Bella – alla base – l’idea che l’autore del film fosse anche colui che lo produceva e quasi sempre lo realizzava. Un atteggiamento davvero artistico che tentava di tagliare i ponti con i metodi tradizionali dell’industria del visivo. Poliedricità di atteggiamenti, da Andy Warhol con i suoi Sleep, Eat, Empire, The Couch, Chelsea Girls, ai giochi Fluxus di Yoko Ono, alle rarefazioni dotte di Michael Snow. Profondo è il rapporto del N.A.C. con i cosiddetti autori della New Hollywood: John Cassavetes, Martin Scorsese, Brian De Palma, Robert Altman e altri ancora.
Quella rassegna torinese del 1967 ha dato il via in Italia a una ricerca estesa e profonda messa in scena da artisti e filmmaker felici di far parte della vasta compagine mondiale di creatori svincolati (almeno per una volta) dalle ricattatorie e crudeli leggi del valore monetario. L’assioma che tragicamente imperversa in tutto il sistema dell’arte, quel tragico «ciò che costa vale!», dalla purezza e dal disinteresse di quelle ricerche viene rigettato e negato.