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 2017  maggio 30 Martedì calendario

Hitler faceva anche lo stilista

I tedeschi si vestono male per colpa di Adolf Hitler? Fra i tanti crimini del nazismo è futile parlare di moda, ma forse no. Ad Augsburg in Baviera, la nostra Augusta, all’Industriemuseum si è aperta la mostra «Glanz und Grauen- Die Mode im Dritten Reich», splendore e tristezza- la moda nel III Reich, aperta fino al 22 ottobre.
In una dittatura nulla è futile, e il regime volle subito regolare l’abbigliamento dei bravi tedeschi, e chi non seguiva i consigli impartiti si rendeva pericolosamente sospetto.
La moda ha una sua importanza economica, sarebbe inutile ricordarlo, dunque si dovevano prediligere stoffe non d’importazione, e ha un suo risvolto razziale. I migliori atelier a Berlino, e a Vienna, per uomini e per signore, erano ebrei. I borghesi benestanti avevano il loro sarto di fiducia, che quasi sempre era ebreo. Erano ebrei i maestri dell’eleganza per le signore dell’alta società. L’avvento della dittatura nel 1933 costrinse molti alla fuga, e molti altri finirono nei lager. La moda tedesca fu distrutta per sempre. «Il controllo cominciava nell’armadio», scrive la storica Michaela Breil. Si cominciò con azioni volontarie, con la libera consegna all’ammasso di capi di vestiario contrari alle direttive naziste, ma chi non si piegava finiva nella lista degli elementi sospetti, e veniva visto con sospetto da parenti e amici. Nei laboratori si produssero stoffe sintetiche come la viscosa, per sostituire la seta. Le signore furono costrette a trovarle più eleganti delle stoffe naturali.
Naturalmente, come sempre, la legge non valeva per tutti. Le mogli dei gerarchi continuarono a vestirsi come volevano. E Frau Göring e Frau Goebbels facevano incursioni a Parigi tornando in patria con bauli zeppi di toilettes vietate per milioni di tedesche. Eva Braun, la compagna del Führer, invece continuava a restare cliente dell’atelier di Hannemarie Heise a Berlino. Eva era giovane e non aveva un gusto raffinato. Un suo abito azzurro con collette e polsini bianchi venne imitato da milioni di ragazze.
Le tedesche dovettero rinunciare alla seta e al velluto, che non erano Made in Germany, anche al lino, perfino al cotone. La moda è dispendiosa, la brava Hausfrau, la casalinga germanica, doveva rispettare il risparmio autarchico: i bottoni erano di cartapesta rivestiti di stoffa, e il cartone sostituiva il cuoio per le scarpe. Zoccoli e sandali sfoggiati oggi dai connazionali di Frau Merkel erano simbolo del bravo nazista. I ribelli si rifugiavano nei particolari: ai Lederhosen, il calzoncini di cuoio amati da Hitler, abbinavano camicie bianche fuori ordinanza. E le calze lavorate a mano venivano impreziosite da fiorellini non proprio adatti a un superuomo ariano.
Ernst Hanfstängl, Putzi per gli amici, figlio della buona borghesia di Monaco, che aveva studiato nei college americani, amico del figlio di Roosvelt, era il consigliere del Führer per i rapporti con gli Stati Uniti, ed era anche il suo pianista preferito. Però era un elegantone, indossava le camicie brune imposte dal regime, ma se le faceva confezionare in lino a Londra. Divenne inviso ai camerati, e un bel giorno temendo per la vita, se ne fuggì in Inghilterra, dove poté pensare e vestirsi come desiderava. Sembra una contraddizione: chi segue la moda, si veste come gli altri, ma allo stesso tempo può difendere la propria individualità seguendo il proprio gusto. Ci si uniforma per una stagione, e si cambia quando si vuole. Un pericolo per la dittatura nazista.
Ma le donne erano più forti dell’ideologia, anche se la loro ribellione rimaneva intima: in piena guerra spedivano lettere ai compagni in divisa, a Parigi o a Bruxelles, o a Milano e a Roma, chiedendo di comprare calze di seta e reggiseni poco teutonici e di spedirli a casa. Soffocare la moda significava uccidere il desiderio e la fantasia. Vestire come ci pare è un simbolo di libertà.