Il Sole 24 Ore, 30 maggio 2017
Se Trump e Merkel riscrivono la storia
Quasi 30 anni dopo il crollo del Muro di Berlino che aveva diviso l’Europa ora, a vacillare paurosamente, è il Muro di Washington, che ha unito l’Occidente negli ultimi 70 anni.
L’America First di Donald Trump gli ha impresso la prima violenta spallata tra Bruxelles e Taormina, ai vertici della Nato e del G-7. La Germania di Angela Merkel, che per le strane coincidenze della storia si è trovata e si trova al centro di entrambi gli eventi, smentendo la sua proverbiale cautela ha provveduto a dargli la seconda, se possibile ancora più dirompente: prima ha intonato il requiem sulla fiducia inter-alleata ferita a morte e poi il gloria al patriottismo europeo, all’Europa che deve tornare padrona del proprio destino.
Non c’è dubbio che Trump le avesse preparato il terreno.
Anche molto prima dell’arrivo nel vecchio continente, con il metodico e rumoroso elenco delle perdute sintonie euro-americane, cominciando da commercio e clima, regolarmente ribadite ai vertici appena conclusi.
Ma il vero shock, lo strappo lacerante tra le due sponde dell’Atlantico, è arrivato con il suo silenzio, sul suolo europeo, circa la riconferma dell’impegno alla mutua difesa in caso di aggressione di uno dei membri dell’Alleanza. Al suo posto, solo il vibrante attacco al parassitismo finanziario degli europei, alla loro riluttanza ad aumentare le rispettive spese militari al 2% del Pil scaricando così sui contribuenti Usa il 75% dell’onere della difesa Nato.
Intendiamoci, il j’accuse non dice niente di nuovo, se non che gli Stati Uniti non sono più disposti a tollerare oltre la latitanza degli alleati che, peraltro, nel 2014 si sono già impegnati a tagliare il traguardo nel giro di un decennio. Quello che è invece drammaticamente nuovo è il mutismo sull’art.5 del Trattato di Washington che racchiude l’essenza stessa, il cemento della solidarietà atlantica.
Per questo il suo venir meno, qualora fosse confermato nei prossimi mesi, segnerebbe il tramonto dell’Occidente nella versione che ha dominato e stabilizzato il dopoguerra. Per gli equilibri mondiali sarebbe un terremoto geopolitico della stessa devastante portata dell’implosione dell’Unione sovietica dopo la caduta del Muro di Berlino.
Evidentemente Angela Merkel, il cancelliere che viene da Est, non ha dimenticato e forse anche per questo non ha perso tempo nel denunciare le crepe che si stanno aprendo nel sodalizio occidentale per correre ai ripari.
«È finito per certi aspetti il tempo in cui potevamo fare pieno affidamento sugli altri. L’ho sperimentato negli ultimi giorni» ha dichiarato a Monaco, di ritorno dal G7. «Per questo noi europei dobbiamo davvero riprendere il nostro destino in mano. Ovviamente dobbiamo mantenere relazioni amichevoli con Stati Uniti, Gran Bretagna e i nostri vicini compresa la Russia. Ma siamo noi a dover lottare per il nostro futuro».
Mai si era sentito un cancelliere tedesco, per di più noto per l’attenta misura delle sue reazioni politiche, liquidare con tanta prontezza e convinzione il rapporto con gli Stati Uniti. Un rapporto solido, forse più della nota relazione speciale Londra-Washington, anche se meno pubblicizzato.
La tempesta scoppiata nel 2003 per il profondo dissenso sull’opportunità della guerra in Iraq, con Germania e Francia in rotta con l’America di George W. Bush, mai aveva rimesso in discussione l’indissolubilità del legame transatlantico, come invece accade oggi. Perché?
A quattro mesi dall’ingresso alla Casa Bianca Trump, sia pure tra uno stop and go e l’altro, si conferma un presidente di rottura come nessun altro prima di lui: soprattutto con l’Europa, un soggetto politico debole nel suo insieme e dominato dalla Germania con cui ha in corso un contenzioso per i suoi eccessivi surplus commerciali, uno ambientale per il suo impegno alla lotta contro le emissioni di Co2, e uno finanziar-militare per i ritardi nel pagamento delle fatture Nato.
Però Trump è anche lo shock esterno di cui l’Europa ha assoluto bisogno per rimettersi in marcia e ritrovare grinta.
Per questo con estremo cinismo la Merkel ne approfitta, ora che ha una spalla attiva e volonterosa nella nuova Francia di Emmanuel Macron, per provare a ricompattare l’Unione, e la sua Germania, intorno a un patriottismo europeo ovunque in disuso sulla scia di un nazional-populismo d’assalto che però da qualche mese appare in frenata.
La ripresa economica che si consolida, la disoccupazione ai minimi dal 2009, il ritorno della fiducia tra imprese e consumatori l’aiutano. Come la politica della Bce di Mario Draghi, che anestetizza scontento e problemi irrisolti del Sud Europa. I sondaggi la danno vincente alle elezioni di settembre, con 13 punti di vantaggio sulla Spd.
Tutto, insomma, sembra congiurare per il prossimo rilancio dell’Europa post-Brexit e post-Trump secondo la tradizionale formula franco-tedesca. Se un’Europa più forte nel mondo globale oggi val bene (e forse richiede) qualche strappo peraltro naturale con Washington, c’è da chiedersi se la rincorsa di Merkel con Trump sulla fine della solidarietà atlantica non sia un po’ troppo strumentale, precipitosa e piena di rischi. Non sempre il crollo di un Muro apre orizzonti migliori.