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 2017  maggio 30 Martedì calendario

Quanti micro editori per macro scrittori

Diceva Vanni Scheiwiller: meno male che ci sono i grandi editori... Intendeva dire, con la sua solita ironia, che era una fortuna che i colossi, essendo distratti e superficiali, lasciassero il meglio (o quasi) ai piccoli. Grazie ai grandi, Scheiwiller poté pubblicare i maggiori poeti del Novecento, ma anche non pochi prosatori che i Mondadori e i Rizzoli non volevano o non vedevano. E oggi, che succede senza Scheiwiller, morto nel 1999? Succedono sempre cose interessanti. Per esempio, che Annie Ernaux esce con l’Orma, Kent Haurf con NN, Colin Wilson per Atlantide… E visitando la più grande libreria italiana, il Salone di Torino, puoi avere notevoli sorprese senza passare dai soliti noti (presentissimi nelle catene librarie). Sorprese. Una delle letture più emozionanti delle ultime settimane si deve a un neo micro editore per l’infanzia, Albe, che ha proposto la bellissima storia giapponese di «un cane che aspettava», Hachiko, scritta dalla coppia Prats-Celej e tradotta dal catalano da Alberto Cristofori (che è anche l’editore con Manuela Galassi).
Ho tra le mani un elegante librino bianco di Giuliano Scabia, il poeta, il narratore, l’affabulatore, camminante instancabile dentro le foreste dell’immaginario, dentro la «stralingua» di un’epica cavalleresco-pavana reinventata con dolcezza e divertimento. Uno scrittore che se ci fosse una giustizia letteraria avrebbe vinto da anni Strega, Campiello e Viareggio con la meravigliosa trilogia di Nane Oca. Il suo libretto più recente è stato pubblicato da Le farfalle, editore di Valverde (Catania): è lo stesso editore (e poeta) siciliano, Angelo Scandurra, che negli anni 80 ha creato una casa editrice geniale come Il Girasole. Gianni D’Elia, nella prefazione ai Canti brevi, dice che Scabia è «il più imprevedibile dei poeti italiani» e aggiunge che la critica non se n’è accorta. I «canti» sono per lo più dedicati agli amici o ai compagni di strada, molti dei quali non ci sono più: Porta, Pagliarani, Orengo, Bandini, Raboni, Zanzotto, Cerati… (ma altri ci sono: Celati, Magrelli, Loi…), e dunque è un doppio e triplo e quadruplo gioco di echi e risonanze entrare in quella galleria magica di gioie e di tristezze, di morti e di vivi, di terra e di cielo mescolati: radicchi, bocconcini, pecorini, vermi, amori, follie, voli di uccellini e di angeli. «La parte più bella della poesia è il lavorio», scrive Scabia. Lo è anche (ancora) per certi micro editori.