Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  maggio 30 Martedì calendario

Omeomania

Anche se fosse solo acqua fresca, resta da capire perché decine di milioni di europei si abbeverino all’omeopatia. Tanto più che a esserne attratti non sono gli animi semplici e facilmente suggestionabili, ma una platea composta in prevalenza da donne colte, informate e attente al proprio corpo. La diffusione delle cure alternative segnala un disagio che la scienza ufficiale sbaglia a sottovalutare. Non è sfiducia verso la medicina, ma verso certi medici. Negli ultimi decenni l’omeopata ha riempito il vuoto lasciato dal medico di famiglia, un po’ dottore e un po’ confessore. Quello che cominciava la visita chiedendo «come va?» e uno partiva dal pretesto del mal di schiena per rovesciargli addosso la sua vita. Oggi molti dottori allopatici (non tutti, sia chiaro) conoscono meglio le malattie che i malati. Seguono protocolli scientificamente testati, ma senza personalizzarli, come se ogni paziente fosse uguale agli altri o al se stesso del mese prima. Soprattutto ascoltano poco. Guardano gli esami e le radiografie, ma spesso non il malato. Che invece avrebbe una voglia matta di raccontare quello che mangia, che teme, che sogna.
Da quando la scienza è diventata una religione, certi medici si rifiutano di esserne i parroci. Qualche volta dimenticano che non stanno curando numeri, ma persone che hanno accettato la disumanizzazione dei rapporti un po’ ovunque – alla posta, in banca, nei negozi – però non in ospedale. Quando stanno male, prima che curate pretendono di essere ascoltate. E l’ascolto non è acqua fresca.