Corriere della Sera, 30 maggio 2017
Omeomania
Anche se fosse solo acqua fresca, resta da capire perché decine di milioni di europei si abbeverino all’omeopatia. Tanto più che a esserne attratti non sono gli animi semplici e facilmente suggestionabili, ma una platea composta in prevalenza da donne colte, informate e attente al proprio corpo. La diffusione delle cure alternative segnala un disagio che la scienza ufficiale sbaglia a sottovalutare. Non è sfiducia verso la medicina, ma verso certi medici. Negli ultimi decenni l’omeopata ha riempito il vuoto lasciato dal medico di famiglia, un po’ dottore e un po’ confessore. Quello che cominciava la visita chiedendo «come va?» e uno partiva dal pretesto del mal di schiena per rovesciargli addosso la sua vita. Oggi molti dottori allopatici (non tutti, sia chiaro) conoscono meglio le malattie che i malati. Seguono protocolli scientificamente testati, ma senza personalizzarli, come se ogni paziente fosse uguale agli altri o al se stesso del mese prima. Soprattutto ascoltano poco. Guardano gli esami e le radiografie, ma spesso non il malato. Che invece avrebbe una voglia matta di raccontare quello che mangia, che teme, che sogna.
Da quando la scienza è diventata una religione, certi medici si rifiutano di esserne i parroci. Qualche volta dimenticano che non stanno curando numeri, ma persone che hanno accettato la disumanizzazione dei rapporti un po’ ovunque – alla posta, in banca, nei negozi – però non in ospedale. Quando stanno male, prima che curate pretendono di essere ascoltate. E l’ascolto non è acqua fresca.