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 2017  maggio 30 Martedì calendario

«Quella sconfitta a pancia piena contro i nostri ex finiti al Borussia»

Lo stadio di Monaco era quasi tutto giallo, sembrava una scatola di pennarelli. Il Borussia Dortmund non faceva paura a nessuno: poi si sa come andò a finire, è la lunga storia delle finali al contrario. «A un certo punto dovevo entrare io, invece entrò il terzo pallone nella nostra porta… Mi rivedo che aspetto l’okay dell’arbitro, è il 74’, il Borussia Dortmund sta vincendo 2-1, forse non tutto è perduto». Nicola Amoruso deve sostituire Bobo Vieri. Anche Del Piero era rimasto tanto in panchina in quell’assurda finale del 1997, regalata alle vecchie glorie bianconere. «Avevamo contro Paulo Sousa, Moeller, Kohler. Ci conoscevano bene, noi invece eravamo una squadra di pietra». Tutte le volte che la Juve ha vissuto le finali da favorita, le ha perdute senza neanche giocarle. Ma contro i marpioni tedeschi fu peggio, solo Atene ’83 contro l’Amburgo, altra Germania crudele, ha fatto più male. «Avevamo la pancia piena, avevamo vinto lo scudetto un venerdì sera a Bergamo, troppi giorni prima dell’epilogo. Eravamo scarichi e sicurissimi di noi, un’accoppiata fatale. Stavo in panchina e non vedevo in campo la Juventus». Anche Del Piero era lì, seduto ai margini di tutto. «Ale non stava bene, e comunque Lippi aveva scelto Vieri e Boksic. Entrò all’inizio del secondo tempo e segnò quel bellissimo gol di tacco, purtroppo inutile. Ma se avessimo giocato altre cento volte quella partita, cento volte l’avremmo vinta. So bene che non conta, che non vale».
La commedia sempre identica, la Juve sicura di riprendersi la Coppa già vinta l’anno prima ai rigori contro l’Ajax. L’avversario tedesco non sembra niente di che, Zidane è già quasi il migliore al mondo (se lo prenderà, il mondo, un anno più tardi insieme a Deschamps che gli è accanto anche stavolta). Marcello Lippi allena benissimo i cervelli e mica sbaglierà. «Invece eravamo proprio vuoti in testa. Ricordo il senso di impotenza che provavo, guardando quella strana finale, loro due volte in gol in pochi minuti con Riedle, altra conoscenza del nostro calcio, poi la prodezza di Ale. Infine tocca a me». C’è questa azione che sembra innocua, un pallone che parte da lontanissimo, pare quasi quello di Magath ad Atene. «Sembrava non dovesse scendere mai, invece lo fece di colpo e scavalcò Peruzzi». Tre a uno, tre a niente. «Entro in campo alla ripresa del gioco, ma è chiaro che ormai c’è poco da fare».
Tre finali in tre anni, ’96, ’97 e ‘98: la Juve sta perdendo la seconda su tre, ma ancora non lo sa. «L’anno dopo ci sarebbe stato il furto contro il Real Madrid, quel gol in fuorigioco di Mijatovic, ma almeno la finale ce la saremmo giocata. Derubati, sì, però presenti, non come contro il Borussia». Nella testa di Nicola Amoruso, attaccante completo e ragazzo serio, restano un’immagine e una domanda. L’immagine: «Rivedo la premiazione a Monaco, con i tedeschi che alzano la Coppa e noi che ci sentiamo dei deficienti. Loro avranno pensato “grazie Juve per questo regalo”». La domanda: «Sono riuscito a perdere due volte di seguito la Coppa dei Campioni, e quando mi ricapita?»