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 2017  maggio 30 Martedì calendario

Gabo, altri cent’anni di solitudine

Alcuni mesi prima di terminare Cent’anni di solitudine, Gabriel García Márquez nutriva seri dubbi sulla qualità di questo romanzo che poi sarebbe diventato un classico della letteratura. «Quando lessi ciò che avevo scritto», confessò in una lettera a un amico, «ebbi la sconfortante impressione di essermi cacciato in un’avventura che poteva essere tanto fortunata quanto catastrofica». Un particolare poco noto è che García Márquez pubblicò sette capitoli di Cent’anni di solitudine per fugare questi dubbi. E lo fece quando non aveva ancora finito il romanzo (lo terminò nell’agosto del 1966), né aveva ancora firmato il contratto con la Editorial Sudamericana, stipulato il 10 settembre dello stesso anno. Il romanzo uscì il 30 maggio del 1967, esattamente cinquant’anni fa.
I sette capitoli furono pubblicati in giornali e riviste che circolavano in più di 20 Paesi. Rappresentavano più di un terzo del romanzo. Non ne esistono delle copie nell’archivio personale di García Márquez presso l’Harry Ransom Center, in Texas, che custodisce la sua eredità. Per ritrovarne le tracce, bisogna fare ricorso ad alcune biblioteche in Francia, Stati Uniti, Colombia e Spagna.
I capitoli finirono nel dimenticatoio perché si credeva che fossero identici a quelli pubblicati nella prima edizione del romanzo del 1967. Confrontandone le versioni, si scopre invece che fin dalla prima pagina ci sono dei cambiamenti nel linguaggio, nella struttura, nell’impostazione e nella descrizione dei personaggi.
Il primo capitolo fu pubblicato il 1° maggio 1966 su El Espectador di Bogotà, quando mancavano ancora tre mesi alla conclusione dell’opera. Tra quella versione e l’edizione definitiva del 1967 ci sono almeno 42 modifiche significative che appaiono già dalla prima pagina. Le case di Macondo, per esempio, non erano «di argilla e di canna selvatica», come nell’edizione finale, ma di «mattoni crudi». Lo scrittore ha cercato un linguaggio più preciso.
Ci sono anche delle modifiche importanti nella struttura complessiva del romanzo. Ad esempio, nell’edizione del 1967, l’azione distruttiva delle termiti che annuncia il declino della casa della famiglia Buendía viene descritta verso la fine del romanzo. Ma nella versione di El Espectador «le termiti minavano le fondamenta della casa» dal primo capitolo. Un riferimento alle termiti fin dall’inizio sottraeva intensità al futuro declino della casa.
Nell’edizione definitiva, Macondo è un villaggio isolato dalla civiltà, di cui non si conosce l’esatta ubicazione. Al contrario, nel capitolo di El Espectador, Macondo si trova facilmente, perché confina «a occidente con le dune del Rio Magdalena» in Colombia. García Márquez soppresse questo e altri dettagli sull’ubicazione precisa del villaggio per creare l’impressione che poteva trattarsi di un villaggio tipico di un qualsiasi Paese latinoamericano.
Un’altra modifica sorprendente riguarda la nascita del colonnello Aureliano Buendía. Nell’edizione finale, il colonnello «aveva pianto nel ventre di sua madre ed era nato con gli occhi aperti», mentre nel capi- tolo di El Espectador, l’eroe riceveva un trattamento poco eroico: l’ostetrica gli dava «tre vigorose sculacciate». Il secondo capitolo sottoposto da García Márquez al giudizio dei lettori uscì su Mundo nuevo nell’agosto del 1966. In questo capitolo ho individuato 51 modifiche rispetto all’edizione finale. Ad esempio, Ursula teme che suo figlio, José Arcadio, nasca con una coda di maiale, mentre viene al mondo «un bambino sano»; nell’edizione finale, l’autore aumenta il tono drammatico: «Diede alla luce un figlio con tutte le sue parti umane». L’alchimia, così importante nei primi capitoli, era indicata sul Mundo nuevo con il dotto «opera magna». Lo scrittore lo semplificò con «alchimia».
Dopo la pubblicazione del secondo capitolo, passarono cinque mesi prima che si pubblicasse il successivo. Probabilmente, García Márquez impiegò quel tempo per rivedere il romanzo, perché il nuovo capitolo era il più rischioso: l’ascesa al cielo di Remedios la bella. Per divulgarlo, lo scrittore scelse Amaru, una rivista peruviana dedicata alla letteratura internazionale di avanguardia. La leggevano scrittori esigenti e critici letterari. García Márquez non solo verificò con loro la solidità letteraria di quel capitolo, ma lo lesse anche ad alta voce alla sua cerchia di amici nella sua casa di Città del Messico. «Ho convocato qui le persone più esigenti, esperte e sincere», scrisse in una lettera al suo amico Mendoza, nell’estate del 1966. «Il risultato è stato formidabile, tanto più che il capitolo letto era il più pericoloso: l’ascesa al cielo, in anima e corpo, di Remedios Buendía».
García Márquez sparò la sua ultima cartuccia nell’aprile del 1967, quando la rivista messicana Diálogos pubblicò il capitolo della pioggia caduta su Macondo per quattro anni. Tra le modifiche importanti, ce n’è una che rivela come l’autore non solo sopprimesse delle frasi o cambiasse delle parole, ma anche la sua tecnica per aggiungere nuovi contenuti. Quando Fernanda del Carpio finisce di rimproverare suo marito Aureliano Segundo, dopo un monologo che va avanti per diverse pagine, nella versione di Diálogos conclude che il marito era «abituato a vivere alle spalle delle donne». Ma nell’edizione del 1967, Fernanda conclude la sua monumentale strapazzata con una frase pletorica, carica di forza mitologica e religiosa. Afferma che suo marito era «abituato a vivere alle spalle delle donne, e convinto di aver sposato la moglie di Giona, che si era bevuta la storia della balena».
Come rivela la corrispondenza di García Márquez, nel pubblicare i capitoli più innovativi e “pericolosi”, lo scrittore tenne conto dei suggerimenti ricevuti dagli amici e dai lettori. La storia che c’è dietro a questi capitoli dimenticati di Cent’anni di solitudine rivela il duro lavoro di revisione a cui García Márquez si dedicò, in particolare per placare quella «sconfortante impressione» che aveva avuto nel leggere quello che aveva scritto, un romanzo che dal 30 maggio 1967 avrebbe cambiato il corso della letteratura.
Traduzione di Luis E. Moriones