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 2017  maggio 30 Martedì calendario

Banche, la crisi che l’Italia non vuole ammettere

Negli ultimi mesi Unicredit ha completato con successo la sua complessa ricapitalizzazione di mercato, alcune banche hanno avviato la dismissione di crediti problematici, il piano di risanamento di Montepaschi e la sua ricapitalizzazione precauzionale hanno fatto passi avanti (seppur faticosi) e i nostri maggiori gruppi hanno previsto aumenti della loro profittabilità. Tutti segnali che lasciavano sperare che il culmine della crisi bancaria italiana fosse ormai superato. È invece bastato che si riaccendessero i riflettori sui gravi problemi delle due banche venete e di varie banche locali per innescare nuovi focolai di instabilità nell’intero settore nazionale. Questo dimostra che la successione di interventi parziali o caso per caso, messa in atto dal governo italiano dall’inverno del 2015 a oggi, non ha risolto problemi di fondo del nostro sistema bancario. Il tentativo di ricorrere alla ricapitalizzazione precauzionale non solo per il Monte dei Paschi ma anche per la Banca popolare di Vicenza e per Veneto Banca è, al riguardo, emblematico.
In base alle nuove regole europee, la ricapitalizzazione pubblica e precauzionale di un gruppo bancario può servire solo a colmarne le carenze patrimoniali che sono emerse dalle ultime verifiche della vigilanza europea (i cosiddetti stress test) sotto l’ipotesi di uno scenario avverso. L’intervento pubblico precauzionale evita di aprire il processo di risoluzione per quel gruppo e, quindi, di addossare i suoi costi anche a chi possiede obbligazioni bancarie semplici. Nel gergo della regolamentazione europea, viene aggirato il bail in e applicato il burden sharing, ossia quel procedimento che colpisce gli azionisti e i possessori di strumenti ibridi di capitale e di obbligazioni subordinate della banca.
Nel caso del Monte dei Paschi, la ricapitalizzazione precauzionale è stata giustificata dal fatto che la consistenza patrimoniale del gruppo, le correzioni di bilancio e le modalità di cessione dei crediti problematici previste sono risultate compatibili con la copertura delle perdite pregresse e dei loro presumibili strascichi futuri. Secondo i calcoli delle istituzioni europee, invece, le stesse voci delle due banche venete hanno fatto emergere una carenza di capitale di almeno un miliardo di euro. Questa carenza non può essere colmata mediante esborsi pubblici (sarebbe un aiuto distorsivo di Stato), ma va coperta dai privati prima dell’avvio della ricapitalizzazione precauzionale.
Al momento, i dati disponibili non permettono di valutare se la richiesta delle istituzioni europee sia fondata o se, come sostenuto da molti commentatori italiani, sia il frutto di un atteggiamento contraddittorio e punitivo nei confronti del nostro settore bancario. Quel che è certo è che, secondo le nuove regole bancarie europee, la ricapitalizzazione precauzionale è uno strumento ad hoc che non può tradursi in salvataggi sistematici di tutti i gruppi bancari usciti malconci dagli stress test europei. Le stesse regole prevedono sì la possibilità di ricapitalizzare una parte significativa di un sistema bancario mediante fondi pubblici nazionali o mediante l’intervento diretto dello ESM (il cosiddetto Fondo salva-stati) che evitano comunque il bail in. Per sfruttare questa diversa possibilità, il governo interessato deve però ammettere e provare che il proprio settore bancario si trova in uno stato di instabilità sistemica e rischia di contagiare i mercati finanziari europei.
Il governo italiano non ha mai voluto battere la strada di dichiarare un’instabilità sistemica del settore bancario nazionale, anche perché questo avrebbe comportato un elevato costo politico. La richiesta di estendere le ricapitalizzazioni precauzionali anche alle due banche venete può, però, avere insinuato un sospetto nelle istituzioni europee: l’Italia cerca una soluzione sistemica usando uno strumento a più basso costo politico. Un sospetto che trova forse conferma nella cosiddetta “legge salva risparmio”, approvata nel febbraio scorso, dove si cerca di limitare l’impatto del burden sharing grazie a rimborsi per svariate tipologie di detentori di obbligazioni subordinate.
È comprensibile che il governo italiano cerchi di “forzare” le regole europee al fine di tutelare, ex post, fasce deboli e inconsapevoli di investitori. Dopo diciotto mesi di esiti problematici, bisogna però riconoscere che la strategia adottata finora si è rivelata inefficiente e inefficace.