la Repubblica, 30 maggio 2017
Grandi banche e popolari sono i fondi i nuovi padroni
MILANO Gli investitori istituzionali stranieri sempre più padroni delle banche. I verbali delle assemblee, depositati in maggio, dicono chi e quanto nei dettagli. In sette delle maggiori banche – Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm, Ubi, Mps, Bper, Creval – i fondi controllano di fatto le decisioni essendo maggioranza in assemblea. E anche se le adunate 2017 sono passate lisce, salvo qualche rilievo sulle politiche di remunerazione, da ora in poi toccherà farci sempre più i conti.
Anche la trasformazione per legge delle grandi popolari in spa ha rafforzato gli istituzionali, che surclassano sempre più i clienti- risparmiatori, ridotti tra il 25 e il 15% del capitale nella banca tipo. Prendiamo Banco Bpm, nata dalla fusione tra due ex mutue a gennaio. L’assemblea di bilancio ha nel fondo sovrano norvegese Norges la prima forza al 3,2%, poi l’hedge fund dell’italiano di Londra Davide Leone al 2,5%, Blackrock al 2,1%, Axa 1,5%, Capital group 1,3%. Al quinto posto una fondazione (Lucca, 1,2%), dall’1% in giù Pioneer, Vanguard, Azimut, Dnca, Standard Life, altre due fondazioni. Anche in Ubi, nuova spa da anni presidiata da soci di Brescia e Bergamo, i fondi contendono i primi posti: Silchester al 6,6%, Davide Leone (anche qui) al 2,8%, Blackrock 1,6%, Vanguard 1% accanto a Norges. Per Bper, invece, il cambio in spa ha coinciso con il capolino al 9,9% di UnipolSai, prima forza legata a Modena dalla bancassicurazione. Altra storia di cambiamento pur se la discontinuità non viene dal governo ma dalla ricapitalizzazione per 13 miliardi, è Unicredit. Post aumento ci sono sempre più istituzionali: Capital Group con il 4,3% depositato (ma attorno al 5%, come il fondo emiratino Aabar), davanti alle storiche fondazioni diluite a un 4,6% totale. Seguono gli americani Blackrock e Dodge & Cox – 3,4% ciascuno -, Vanguard e ancora Norges col 2% a testa, poi Del Vecchio (1,9%) e altri fondi: su un 32% intestato ai primi 14 soci Unicredit solo un 6,5% è italiano, e solo un 13,5% circa fa capo al blocco di forze che siedono in cda da anni (i fondi hanno solo una poltrona; ma certo il nuovo ad Jean Pierre Mustier darà loro più spazio nel 2018). Unicredit e Intesa Sanpaolo – dove i fondi hanno la maggioranza, ma cinque fondazioni storiche con un 21% del capitale blindano controllo e decisioni – sono i gruppi dove gli istituzionali ci sono da più tempo, e dove il dialogo con i vertici è più sviluppato. Tuttavia la diffusione dei grandi nomi dell’investimento nel credito nostrano segna la strada per tutti, anche i gruppi più locali. «Investitori globali come Blackrock, Vanguard, Invesco e altri sono ormai ricorrenti nell’azionariato delle banche, molto più disperso delle altre aziende di Piazza Affari – rileva Fabio Bianconi di Morrow Sodali -. E anche se molti di questi gestori hanno condotte passive, contemplano strutture interne che monitorano le migliori prassi di governance nelle partecipate». Il consulente vede la riforma del settore come «un cammino in cui i banchieri italiani sono accompagnati dai più grandi nomi: non vedo banche sotto scalata ma nemmeno istituti abbandonati al loro destino». Salvo, ovviamente, le banche in crisi dove dovrà investire lo Stato, come Mps, Vicenza e Veneto Banca. O tranne la Sondrio, ancora coop e oggetto delle mire di Amber e altri fondi. I rinnovi 2018 dei cda Unicredit e Bper saranno un test del rapporto tra i banchieri e i loro nuovi, ineffabili danti causa.