la Repubblica, 30 maggio 2017
L’Europa può fare da sola?
Angela Merkel ha reagito duramente al sabotaggio del G7 da parte di Donald Trump: «Ora l’Europa deve prendere in mano il proprio destino». Cioè prepararsi ad affrontare le sfide globali da sola, visto che questo presidente americano conferma il suo ripiegamento nazionalista. È uno slogan da campagna elettorale, o un obiettivo realistico? Quali sono i grandi dossier sui quali l’Europa dovrebbe emanciparsi dalla leadership americana? L’America resta essenziale, riempire il vuoto della sua leadership è una sfida formidabile.
Ci fu un’epoca, subito dopo la caduta del Muro di Berlino, in cui venne teorizzato un futuro dell’Europa come “superpotenza erbivora”. Cioè capace di esercitare una vera egemonia fondata solo sul soft power: ricchezza economica, modello di diritti e inclusione sociale, patrimonio culturale. Presto arrivarono le guerre dei Balcani a spezzare quell’intervallo pacifico; più di recente il revanscismo russo in Ucraina, i segnali di aggressività di Mosca nel Baltico. L’Europa occidentale dal 1945 è sempre vissuta sotto la protezione militare degli Stati Uniti, poi estesa agli ex-satelliti del Patto di Varsavia. Una difesa europea autonoma costerebbe cara, i contribuenti italiani francesi o tedeschi non sono pronti a pagare il conto.
Le ricadute della leadership militare americana si estendono all’approvvigionamento energetico. L’alleanza tra Usa e Arabia saudita, il ruolo della Quinta e Sesta Flotta nel Mediterraneo e nel Golfo Persico, garantiscono la sicurezza delle rotte navali. L’America in teoria potrebbe farne a meno: si avvicina all’autosufficienza energetica, quello che importa lo acquista da vicini come Canada e Messico. L’Europa (con la parziale eccezione della Francia nuclearizzata) dipende da Russia, Medio Oriente e Nordafrica, è vulnerabile a shock politici o ricatti.
La divaricazione tra Nord e Sud d’Europa si è acutizzata quando la crisi economica del 2008 ha incrociato le rigidità dell’euro. La Germania ha imposto un’austerity che è tra le cause della stagnazione in Italia, Grecia, Spagna. Nulla lascia pensare che la Merkel abbandoni l’ortodossia. I paesi dell’Europa mediterranea hanno spesso trovato un appoggio nell’America, più favorevole a politiche di sostegno alla crescita. E non solo ai tempi di Obama. Paradossalmente, se Trump riuscisse a varare il suo maxi-piano di investimenti in infrastrutture, il rimbalzo di crescita americana sarebbe vantaggioso anche per l’Ue.
La Germania ha un attivo commerciale col resto del mondo e regge bene la competizione con la Cina. Non si può dire altrettanto di Francia e Italia. In una fase di riflusso della globalizzazione, le economie più deboli dell’Ue saranno tentate di seguire almeno in parte gli slogan di Trump su “reciprocità” e “commercio equo”, mentre la Germania ha un interesse opposto.
Oggi è l’Italia in prima linea nel subire l’impatto dell’esodo di profughi, e si sente abbandonata dai suoi vicini. Ma due anni fa quel destino toccò alla Germania, prima che l’accordo con la Turchia chiudesse di fatto la strada dei Balcani. Su un tema cruciale come i flussi migratori, non sembra che l’Europa sia pronta, in maniera compatta e solidale, a «prendere in mano il proprio destino».
Gli attentati più recenti hanno preso di mira Parigi e Bruxelles, Nizza e Berlino, fino a Manchester. Quasi ogni volta si è avvertita la mancanza di coordinamento tra polizie e servizi segreti dei paesi Ue. L’America c’entra poco. Che la sua leadership ci sia o che si ritiri dall’altra parte dell’Atlantico, l’incapacità degli Stati-nazione del Vecchio continente a cooperare nell’anti-terrorismo tradisce diffidenze reciproche, miopie, incrostazioni burocratiche.
Guidare un’auto e al tempo stesso mandare alla ex-moglie sms litigiosi sugli alimenti? È una ricetta per andare a sbattere. Il negoziato su Brexit assorbirà tanta attenzione della diplomazia e della tecnostruttura europea. È poco verosimile che in parallelo “quel che resta dell’Ue” riesca a elaborare un progetto forte per riempire il vuoto di leadership Usa. Del resto sul prezzo da far pagare a Londra ci sono già divisioni fra tutti gli altri.
È in voga l’idea secondo cui proprio la minaccia Trump, lo shock di un’America isolazionista e antagonista, può finalmente compattare gli europei. Ma se non ci sono riusciti altri shock esterni come la crisi economica del 2008, il terrorismo, l’Ucraina, l’arrivo dei profughi, è difficile sostenere che «stavolta è diverso».