Gazzetta dello Sport, 30 maggio 2017
Se Pd e Cinquestelle hanno trovato l’intesa si va presto al voto?
Con una mezz’ora scarsa di confronto, quelli del Movimento 5 Stelle hanno finalmente rinunciato alla loro fama di inavvicinabili, che tanto costò, per esempio, a Bersani subito dopo le elezioni non-vinte del 2013. Ieri invece una delegazione grillina ha incontrato una delegazione democratica e entrambe all’uscita hanno detto o fatto capire, che tutto era andato bene e l’intesa raggiunta. Facevano parte della delegazione cinquestelle Danilo Toninelli, Vito Crimi e Roberto Fico. Di quella dem Ettore Rosato, Luigi Zanda ed Emanuele Fiano.
• Intesa intorno a che cosa?
Alla legge elettorale. A Montecitorio è depositata una legge, detta “Rosatellum”, dal nome di Rosato, ma di fatto concepita da Renzi. Questa legge ha l’appoggio del Pd e l’opposizione di tutti gli altri. Il Rosatellum prevede che alla Camera la metà dei seggi sia assegnata con il sistema proporzionale (tanti voti prendi e, in percentuale, altrettanti seggi avrai) e l’altra metà col sistema maggioritario, cioè in un certo collegio si presentano tot candidati e il seggio lo prende chi arriva primo, anche se per un solo voto. Nessuna lista guadagnerebbe seggi, però, se non prendesse almeno il 5% dei voti (soglia di sbarramento) a livello nazionale. I grillini giudicano questo sistema controproducente per loro, perché sono sicuri che il simbolo del M5S è attraente per molti, mentre un candidato pentastellato in un collegio uninominale potrebbe avere poco appeal. Quindi non vogliono il Rosatellum. Berlusconi vuole una legge proporzionale con sbarramento al 5%, e basta. In questo modo manterrebbe un potere di interdizione o, forte di un 12-15%, potrebbe trattare con Renzi l’ingresso nella maggioranza. Con la metà dei seggi attribuiti mediante un sistema maggioritario, invece, la Lega gli sottrarrebbe quasi tutto il Nord. Perciò, pollice verso anche da questa parte. Quindi Renzi ha fatto capire di essere disponibile a un Tedescum, cioè un sistema sostanzialmente proporzionale che assegnerebbe i seggi secondo la logica del sistema elettorale tedesco.
• Mal di testa...
Lo so, lo so, Stefano Folli ha definito la faccenda «noiosa, ma indispensabile». In effetti, non c’è sistema politico democratico che non si imperni su un sistema elettorale. Solo che gli altri si tengono il loro da un pezzo, mentre noi, dalla fine della Prima repubblica in poi, non abbiamo fatto che giocare con resti, scorpori, desistenze e altri obbrobri. E tuttavia stia a sentire. Noi prenderemmo dai tedeschi la soluzione relativa al numero di seggi da assegnare a ciascuno schieramento. Il numero dei seggi sarebbe deciso su base proporzionale, quindi se il M5S prende il 30% dei voti avrà il 30% dei seggi, e idem per Lega, Forza Italia e Pd, purché raccolgano a livello nazionale almeno il 5% dei voti. Stabilito il numero dei seggi da assegnare a ciascuno, resta da fissare a quali persone fisiche saranno attribuiti. E qui rientra in gioco il mezzo maggioritario da sposare al mezzo proporzionale, come fanno i tedeschi. Se il partito Tale deve avere 100 seggi, 50 deputati saranno usciti dai collegi uninominali del maggioritario, e 50 saranno stati indicati dalle liste del proporzionale. Questa è la proposta. Ma potrebbe essere cambiata in corso d’opera.
• E come?
I Cinquestelle vogliono introdurre un qualche criterio di governabilità. Un premio a chi ottiene almeno il 35%, per esempio. Alfano si batte per abbassare quel 5% di sbarramento. Certo il 5% ne fa fuori parecchi. I bersan-dalemiani del Mdp (gli scissionisti da sinistra del Pd) dicono spavaldamente che a loro non fa nessuna paura. Mah. L’aria è che con questa soglia di sbarramento avremo un Parlamento formato da Pd, M5S, Forza Italia e Lega, a cui forse riuscirebbe ad aggregarsi Fratelli d’Italia. Strage dei piccoli.
• E quando si voterebbe?
Grillo vorrebbe votare il 10 settembre, in modo da far saltare i vitalizi da 800 euro, a cui deputati e senatori avrebbero diritto a partire dal 15 settembre. Grillo non sa che i parlamentari non decadono il giorno delle elezioni, ma almeno venti giorni dopo, con la proclamazione dei nuovi eletti. Renzi vede come data il 24 settembre, in contemporanea col voto tedesco. È possibile, se si mettono d’accordo, ma i mercati non hanno gradito l’idea e Piazza Affari è crollata del 2%.
• E la legge di stabilità?
Il governo uscente presenterebbe una qualche finanziaria dopo il voto, con le lacrime e il sangue necessari e ormai fuori dalla campagna elettorale (è per questo che Renzi vuol votare il prima possibile). Il nuovo governo apporterebbe poi, eventualmente, qualche correzione. C’è anche un rischio prorogatio, cioè di approvare la finanziaria nel 2018. Non capita dai tempi di Craxi.