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 2017  maggio 29 Lunedì calendario

APPUNTI PER GAZZETTA - LA CONVERGENZA SULLA LEGGE ELETTORALEREPUBBLICA.ITROMA - È terminato l’incontro fra Pd e M5S sulla legge elettorale, il primo in programma per oggi e forse quello più inedito

APPUNTI PER GAZZETTA - LA CONVERGENZA SULLA LEGGE ELETTORALE

REPUBBLICA.IT
ROMA - È terminato l’incontro fra Pd e M5S sulla legge elettorale, il primo in programma per oggi e forse quello più inedito. È durato una ventina di minuti nella sala Berlinguer del gruppo dem alla Camera. Alla fine la delegazione dei 5S, composta dal capogruppo alla Camera, Roberto Fico e dai parlamentari delle Commissioni Affari Costituzionali, il deputato Danilo Toninelli e il senatore Vito Crimi, non ha voluto rilasciare dichiarazioni. Ma poi i 5S hanno diffuso una nota in cui affermano: "Abbiamo consegnato la nostra proposta di legge elettorale, così come votata dagli iscritti del Movimento 5 Stelle. Il nostro obiettivo è quello di evitare che i partiti partoriscano l’ennesima legge incostituzionale, dopo il Porcellum e l’Italicum. Adesso chiediamo a tutte le altre forze di assumersi le loro responsabilità davanti ai cittadini. Se lo faranno seriamente, in breve tempo, potremo finalmente dare al paese, dopo quasi dodici anni, una legge elettorale rispettosa della Costituzione".

Nessun commento neppure dal Pd, anche se il capogruppo alla Camera Ettore Rosato, che ha ricevuto la delegazione M5s insieme all’omologo al Senato Luigi Zanda e al relatore della riforma Emanuele Fiano, alla domanda su come fosse andato l’incontro ha commentato: "Tutto bene".

Sono iniziati, infatti oggi i colloqui del Pd con le altre forze politiche per trovare un’intesa sulle regole del voto. Mentre i grillini aprono al sistema tedesco con l’avallo dei loro iscritti, alla Camera il Rosatellum viene sommerso da più di 400 emendamenti, molti dei quali finalizzati a "tedeschizzarlo".
 
Il punto di partenza è il testo base presentato in commissione Affari costituzionali della Camera, il cosiddetto Rosatellum, un sistema per metà proporzionale e per metà maggioritario. Ma il punto di arrivo è il "Tedescum", un sistema misto (50% collegi uninominali e 50% circoscrizioni con il proporzionale) che però produce un effetto proporzionale e ha una soglia di sbarramento del 5%.
 
Se si trova un accordo sul tedesco, il testo base del Rosatellum verrà emendato in quella direzione. Come detto, oltre alle modifiche "tedeschizzanti" di Forza Italia, anche il relatore dem Emanuele Fiano ha già pronto un emendamento ad hoc in funzione del tedesco, la cosiddetta "carta di riserva" del Pd. Il punto che i Dem, Forza Italia ed M5S vogliono tenere fermo è lo sbarramento al 5%. Ridurlo, come vorrebbero i centristi e Sinistra italiana e tutti i partiti minori (dai verdiniani ai fittiani a Quagliariello), significherebbe snaturare l’impianto del tedesco e favorire la frammentazione partitica, che renderebbe più difficile la governabilità.
 
Il 5 giugno il testo dovrebbe approdare in aula alla Camera, con un’intesa che supera l’80% e lascia fuori di fatto solo la sinistra. I più ottimisti scommettono su un’approvazione a Montecitorio addirittura prima delle amministrative dell’11 giugno. In vista dell’accelerazione finale verso il voto anticipato. Che potrebbe essere il 24 settembre, come proposto dai Democratici, o addirittura il 10 come vorrebbe Beppe Grillo, due giorni dopo il decimo anniversario del V-Day e prima del 15 settembre, giorno in cui scattano le pensioni privilegiate di parlamentari.
 
INTERVISTA TONINELLI M5S
ROMA - "Il tedesco non è il nostro modello di legge elettorale, ma è un buon sistema. Certamente migliore del velenoso Rosatellum, concepito dal Pd con l’unico scopo di annientarci". Danilo Toninelli, deputato cremonese del M5S ed esperto di riforme istituzionali, commenta così l’apertura dei grillini al sistema tedesco, annunciata venerdì scorso sul blog di Beppe Grillo e approvata ieri dagli iscritti al Movimento. E avverte: "Ora si vedrà chi vuole fare sul serio".
 
Toninelli, perché avete deciso di aprire sul tedesco?
"È un buon sistema di impianto proporzionale, non è ottimo come il nostro Democratellum ma si gli avvicina. Abbiamo fatto una scelta di apertura per dimostrare al Paese che siamo una forza matura, non improvvisata".
 
Anche la Rete approva, siete sulla buona strada?
"Se gli altri partiti hanno intenzioni reali, noi ci siamo. Il nostro popolo ha dimostrato maturità e senso di responsabilità tanto quanto chi lo rappresenta in Parlamento".
 
Il Pd sembra ben disposto. Vi fidate?
"Noi sul tedesco abbiamo una proposta scritta, quella illustrata sul blog, e loro no. Oggi pomeriggio, quando la nostra delegazione incontrerà quella del Pd, staremo a vedere chi fa veramente sul serio".
 
Che cosa temete?
"Che il Pd si metta a giocare su due tavoli e sfrutti la nostra apertura per riportare lo schema sul Rosatellum. Sarebbe un bluff inaccettabile".
 
In che cosa vi svantaggia il Rosatellum?
"È il "Porcellum" del Pd contro il M5S e non esagero a definirlo così. Una legge tagliata a misura su quel partito, in cui grazie ai collegi uninominali il voto politico diventa un voto locale, che dà rappresentanza in Parlamento ai potentati clientelari. È un maggioritario al quadrato, un sistema chiuso fatto apposta per mettere tutti gli altri partiti contro di noi".
 
Molti vostri avversari dicono che non siete abbastanza radicati sul territorio. Per questo vi spaventano i collegi uninominali?
"Abbiamo vinto a Roma e Torino, le pare poco? Non ci spaventa nulla, la realtà è un’altra: noi non abbiamo clientele sul territorio".
 
Quali paletti ponete al tedesco?
"Punto primo: niente coalizioni, conta solo il voto alla lista. Secondo: soglia di sbarramento anti-partitini al 5%. Terzo punto, non vincolante ma preferibile: valutare correttivi di governabilità, come un premio al 40% o un metodo di calcolo che garantisca più seggi a chi prende più voti. L’obiettivo, comunque, è di portare in cascina una legge che non sia incostituzionale".
 
Se passa il tedesco, si va subito al votare?
"Si. Il 24 settembre va bene se si approva la legge Richetti sull’abolizione dei vitalizi, altrimenti prima del 15 settembre, giorno in cui scattano le pensioni privilegiate dei parlamentari. Una buona data potrebbe essere domenica 10 settembre, due giorni dopo il decimo anniversario del primo V-Day".

CPOME SI FA A VOTARE A SETTEMBRE
Per votare il 10 settembre, comeha chiesto a gran voce Beppe Grilloper bloccare le pensioni di 800 euro dei nuovi parlamentari di questa XVII legislatura (che scatterebbero il 15 settembre ma verrebbero corrisposte dopo il 60° anno di età di chi ha maturato il diritto), il calendario è molto stretto. Ma, soprattutto, il dopo elezioni prevede sempre che i nuovi senatori e nuovi deputati vengano proclamati con uno scarto temporale di una ventina di giorni rispetto alle elezioni: nel 2013, gli eletti a febbraio dovettero attendere fino al 15 marzo, giorno in cui decaddero effettivamente i parlamentari della XVI legislatura. Quindi, per generare gli effetti ipotizzati dal Movimento Cinque Stelle sulle pensioni dei parlamentari bisognerebbe votare nei giorni prossimi al Ferragosto.

Calendario stretto

Se, comunque, si andasse veramente al voto il 10 settembre, il Parlamento dovrebbe approvare la legge elettorale e disegnare i nuovi 303-306 collegi uninominali e le 26-27 circoscrizioni proporzionali del “modello tedesco” entro la fine di giugno. Poi entro il 10 luglio, con 60 giorni di anticipo rispetto alle elezioni, il presidente della Repubblica dovrebbe, fatte le sue valutazioni anche con una crisi parlamentare pilotata che travolga il governo Gentiloni, convincersi che lo scioglimento delle Camera sia l’unica soluzione possibile. Se il Quirinale fosse di questo avviso, entro l’11 agosto (29 giorni prima dell’apertura delle urne) verrebbero depositati i nomi dei candidati nei collegi uninominali e e delle liste proporzionali..A quel punto la campagna elettorale decollerebbe. Sotto il sole di agosto.

GUARDA IL GRAFICO Il sistema tedesco

Le pensioni dei parlamentariDa tempo anche le pensioni dei parlamentari vengono calcolate con il sistema contributivo e mercoledì arriva in aula alla Camera pure la legge Richetti (Pd) che si occupa, portando a regime il sistema contributivo, anche dei vitalizi degli ex senatori e ed ex parlamentari già decurtati di una quota di solidarietà per gli anni 2017-18-19. Ma i grillini non basta e infatti chiedono che venga cancellato anche l’ultimo vantaggio, introdotto a suo tempo come forma di garanzia per chi abbandona le proprie attività per un seggio, che i parlamentari hanno rispetto ai comuni cittadini. Infatti se la legislatura XVIIa dovesse scavallatevi il 15 settembre (4 anni, sei mesi e un giorno) anche i parlamentari di prima nomina (che in questi anni hanno versato i contributi) si vedranno riconosciuta una pensione di circa 800 euro. Che prenderanno solo al compimento del 60° anno di età.

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UGO MAGRI

Altro che «Renzusconi», altro che trattative sottobanco tra Forza Italia e Pd: la grande accelerazione di queste ore la imprime proprio chi veniva considerato un alieno, estraneo a tutti i giochi, cioè Beppe Grillo. Il suo via libera al modello elettorale tedesco ottiene il plebiscito degli iscritti che nella consultazione online si sono detti a favore in 27.473 (soltanto 1532 i contrari). M5S non si schioderà da quella posizione. Adesso basta pochissimo per dichiarare «game over»: è sufficiente che domani sera, nella direzione del suo partito, Renzi scelga pure lui il «tedesco». La maggioranza per un sistema di voto proporzionale, con sbarramento al 5 per cento, sarebbe a quel punto vastissima, nel Parlamento e nel Paese, tale da rimpicciolire l’apporto di Berlusconi. Sotto tale aspetto, l’iniziativa grillina ridimensiona non poco il Cav, che già si godeva il centro della scena, e lo ferisce nell’autostima.  

 

L’assist a Renzi  

Il protagonismo a Cinquestelle non si spegne qui. Grillo preme sul pedale del gas pure per quanto riguarda la data delle urne. Indica il 10 settembre come ideale «election day» in quanto, argomenta sul suo blog, sarebbe «un atto di delicatezza istituzionale»: i nostri «onorevoli» non farebbero più in tempo a maturare «la vergogna del vitalizio» che scatta dal 15 settembre in poi. L’affermazione fa rizzare i capelli in testa a chiunque capisca di diritto parlamentare, perché notoriamente la legislatura non termina il giorno delle elezioni (come crede il blog), ma quando si riuniscono per la prima volta le nuove Camere. Dunque votare il 10 settembre non basterebbe comunque, bisognerebbe anticipare addirittura a Ferragosto. Però la sostanza è che, pure qui, Grillo lancia un assist a Renzi. Il quale pare abbia già segnato una data sul calendario: il 24 settembre, quando pure i tedeschi andranno alle urne. 

 

I rischi del voto subito  

La convergenza sembra pressoché totale. Conferma Brunetta, per conto di Forza Italia, che «un vantaggio di votare in autunno sarebbe proprio quello di sincronizzarsi con il ciclo elettorale degli altri Paesi europei». Salvini e Meloni, almeno nei proclami, non vedono l’ora di menar le mani. Del Pd e dei Cinquestelle si è detto. A remare contro le urne rimane soltanto Alfano, cui Renzi ha inflitto l’ennesimo sgarbo: avevano concordato di vedersi stamane per parlarne con calma, però Matteo ha disdetto l’appuntamento senza un apparente perché. È la prova di quanto sia duro il braccio di ferro con i centristi. Unico incontro della giornata si annuncia tra il capogruppo Pd alla Camera, Rosato, e la delegazione Cinquestelle per bruciare le tappe sulla legge elettorale, senza la quale il Presidente non scioglierebbe le Camere. In realtà Mattarella pone (fin qui senza alzare pubblicamente la voce) un’ulteriore condizione: che votando prima della naturale scadenza non ci facciamo troppo male. L’Europa e i mercati si aspettano dall’Italia una manovra seria per il 2018, che andrà presentata entro il 15 ottobre per non incorrere nelle ire di Bruxelles e, soprattutto, per non trovarci in balia della speculazione. Votando a fine settembre o, peggio ancora, un paio di settimane dopo come suggerisce Franceschini, la scadenza di metà ottobre non sarebbe onorata. A presentare la legge finanziaria provvederebbe il governo dimissionario, in carica solo per gli affari correnti, dunque un atto di puro «pro forma». Dopodiché toccherebbe al successivo governo rimetterci le mani e far votare dal nuovo Parlamento la manovra. Sempre che venga fuori una maggioranza e l’Italia non si avviti nel gorgo dell’ingovernabilità. Ma ai nostri eroi, questi sembrano dettagli: al massimo poi si vedrà.

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Si è concluso dopo circa mezzora l’incontro tra le delegazioni Pd e M5S sulla legge elettorale. Al tavolo hanno partecipato per i dem i capigruppo di Camera e Senato Ettore Rosato e Luigi Zanda, il relatore Emanuele Fiano. Per i pentastellati presenti Danilo Toninelli, Vito Crimi e Roberto Fico. I cinquestelle, secondo quanto viene riferito, hanno confermato l’ok al sistema tedesco. Come è andato l’incontro? «Molto bene» si è limitato a rispondere Rosato. 

 

Il parere del M5S  

«Abbiamo consegnato la nostra proposta di legge elettorale, così come votata dagli iscritti del MoVimento 5 Stelle. Il nostro obiettivo è quello di evitare che i partiti partoriscano l’ennesima legge incostituzionale, dopo il Porcellum e l’Italicum. Adesso chiediamo a tutte le altre forze di assumersi le loro responsabilità davanti ai cittadini» spiegano i portavoce del M5S, Vito Crimi, Roberto Fico e Danilo Toninelli, componenti della delegazione che oggi ha incontrato i rappresentanti del Pd sulla legge elettorale. «Se lo faranno seriamente, in breve tempo, potremo finalmente dare al Paese, dopo quasi dodici anni, una legge elettorale rispettosa della Costituzione», concludono gli esponenti del M5S.  

 

La soglia del 5%  

Nel pomeriggio, secondo quanto si è appreso, il segretario del Pd Matteo Renzi ha incontrato al Nazareno Angelino Alfano, sempre per discutere di legge elettorale. Mentre fonti vicine al Pd fanno sapere che al momento non è previsto «alcun incontro tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi». A dividere Pd e Alternativa popolare il cosiddetto sbarramento anti-cespugli al 5%. Una soglia considerata troppo alta dagli alfaniani, perchè li condannerebbe all’esclusione dal nuovo Parlamento. Le posizioni, dunque, restano distanti. Ap insiste per una soglia al 4%, ma i Dem non si smuovono. Da “Porta a Porta” Maurizio Lupi spiega: «Renzi ci ha detto che c’è una convergenza con M5S e Forza Italia sul tedesco con la soglia al 5%», conclude il capogruppo di Ap alla Camera.  

 

Giù la Borsa  

Il rischio di una fine anticipata della legislatura ha pesato oggi solo su Piazza Affari, in calo del 2%, mentre le altre borse europee, hanno chiuso chi poco sopra e chi poco sotto la parità, nel giorno in cui Londra e New York sono rimaste chiuse per festività. Una disfatta, quella del listino milanese, dovuta alle banche, legate a doppio filo ai problematici salvataggi di Veneto Banca, Popolare Verona e Montepaschi. Il Governo è al lavoro, impegnato ad evitare con l’Ue il cosiddetto “salvataggio interno” o “bail in” a carico degli obbligazionisti e dei grandi correntisti ed un vuoto di potere potrebbe vanificarne lo sforzo, è il ragionamento che viene fatto nelle sale operative. Le Banche, in primis Intesa e Unicredit (845 milioni ciascuna), ma anche Ubi Banca (200 milioni) e Banco Bpm (150 milioni), hanno versato complessivamente in Atlante, azionista delle Venete e pronto a rilevare sofferenze di Mps, 3 miliardi di euro, a fronte dei 500 milioni versati dalle Fondazioni, dei 500 milioni messi dalla Cdp e dei 250 milioni anticipati dalle assicurazioni. Partecipazioni che si sono tradotte, per ora, in svalutazioni per oltre 1 miliardo di euro, dei quali 547 accantonati da Unicredit per il 2016, mentre per il 2017 bisogna vedere come finisce la partita. Proprio l’Istituto di Piazza Gae Aulenti ha lasciato sul campo oggi il 4,34%, un altro 3,89% l’ha ceduto Banco Bpm e Intesa il 2,06%. È di questi giorni la polemica su ulteriori iniezioni di capitale per le Venete, con un miliardo chiesto espressamente dall’Ue, a cui sta lavorando il ministro dell’Economia Per Carlo Padoan. Lo ha confermato di recente il presidente della Popolare Vicenza Gianni Mion, secondo il quale gli Istituti sono «nelle mani del Governo», mentre il presidente della Fondazione Cariplo Giuseppe Guzzetti, forte dei 100 milioni versati ha detto che non metterà «neanche più un euro». A suo dire spetta a Padoan trovare il famoso miliardo, sempre che il Governo non cada in anticipo