La Stampa, 28 maggio 2017
L’ex pilota Enrico Bertone: «Il pubblico non immagina il pericolo che può correre»
«Se ti viene un malore mentre guidi non puoi farci nulla. Chi ti è accanto può cercare di staccare la corrente. O tirare il freno a mano. Ma è un attimo. È un maledetto incidente stradale. In gara».
Parla Enrico Bertone, uno che ha corso più di 600 rally, che ha vinto due volte il Città di Torino, e nel ’95 e nel ’99 ha trionfato nel campionato europeo piloti.
Incidenti ne ha avuti?
«Ovviamente. E se ci sono sei sempre tu che hai il volante in mano a fare l’errore. A meno che non ci siano cause esterne: ghiaccio, olio, un ostacolo. Sì, va detto, i rally sono abbastanza pericolosi».
Più di una corsa in pista?
«Molto di più. Perchè rischi di trovarti gli spettatori dove non dovrebbero essere. Corri sempre al limite, perchè è una gara di velocità, e non sei protetto dalle barriere. Basta un nulla fai un disastro».
Il «Città di Torino» è molto pericoloso?
«Non tanto. perchè non è un rally veloce. Ci sono tante curve, e l’auto non la mandi mai a tutta velocità. Che vuol dire magari ai 200 all’ora, su una strada che è un nastro dove passi giusto-giusto».
A lei è mai capitato di trovarsi delle persone davanti al muso delle sue auto?
«Al rally di Catalunya c’era la gente che faceva a gara a togliersi all’ultimo da davanti al muso della nostra auto. Sì, lì abbiamo rischiato. Come del resto rischi sempre durante una corsa».
Insomma, l’imprevedibilità è il pubblico?
«Certo: te lo puoi trovare ovunque. La gente neanche immagina a che velocità arriva un’auto in corsa, e a volte non la sentono neanche arrivare».
E gli incidenti?
«Succedono, come ho detto, se sbagli. O non tieni conto di tutto. Io una volta sono finito ai 100 all’ora contro un muro. E quindici giorni dopo ho vinto il rally di Bulgaria. Ma se perdi il controllo dell’auto, tutto può accadere. E il pubblico non deve mai essere nelle vicinanze».
Secondo lei che cosa è accaduto a Coassolo?
«Dicono un malore del pilota. E forse che la famiglia era troppo vicino. Bisogna aspettare, capire. Giudicare così non si può».