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 2017  maggio 28 Domenica calendario

Addio a “Zbig” Brzezinski grande vecchio della Realpolitik

L’ex consigliere per la Sicurezza nazionale del presidente Carter, Zbigniew Brzezinski, scrolla la testa: «Quello che è successo è veramente il primo caso di un nuovo tipo di guerra. È un terrorismo moderno». L’ex consigliere della Casa Bianca appare come ce lo si potrebbe aspettare: capelli a spazzola bianchi, blazer blu, cravatta regimental. È invecchiato, ma è ancora un falco, anche se ammette: «Il problema è che dobbiamo rispondere ai terroristi, ma non è facile capire come». Così il polacco dal nome impronunciabile che tutti chiamavano solo «Zbig», commentava al reporter de La Stampa Mario Calabresi, oggi direttore di Repubblica, a poche ore dall’attentato al World Trade Center, settembre 2001.
Brzezinski, scomparso ieri a 89 anni, mi confessò una volta «Quando scriveranno i miei coccodrilli, i necrologi, la parola “hawk”, falco, sarà nei titoli. Io mi ritengo un realista, quando ho avuto l’onore di servire il presidente Jimmy Carter, 1976-1980, ho preso posizioni dure sì, ma per permettergli di mediare con serenità». Nato in Polonia, Brzezinski aveva seguito da bambino suo padre, aristocratico diplomatico cattolico, in Canada alla vigilia della guerra. Rifugiati a Montreal, s’erano trasferiti negli Usa, dove «Zbig» era diventato professore di affari internazionali ad Harvard, cozzando con un docente di soli sei anni più vecchio, l’ebreo tedesco Henry Kissinger, anche lui ex rifugiato, con cui condivideva accento mitteleuropeo e ambizione di svezzare l’ingenua superpotenza americana alla realpolitik. Brzezinski fu il mentore del presidente Carter, che aveva conosciuto da governatore della provinciale Georgia e aveva lanciato, dandogli un posto alla Commissione Trilaterale, think tank internazionale.
Arrivato a sorpresa a Washington con Carter presidente, Brzezinski affronta la convulsa fase finale della Guerra Fredda, che apre le contraddizioni ancora brucianti del XXI secolo. Intima allo Shah di Persia a reprimere la rivolta sciita dell’ayatollah Khomeini, e si ritrova presto gli imam al potere. Quando gli studenti rivoluzionari sequestrano gli ostaggi all’ambasciata Usa è lui a organizzare il blitz per liberarli, finito con un’umiliante débâcle nel deserto. Khomeini, per sfregio, rilascia i prigionieri alla vigilia dell’insediamento di Reagan.
In Afghanistan, Brzezinski usa il pugno duro contro l’Urss che invade Kabul, nell’ultima, disastrosa, sortita dell’Armata Rossa. Arma i ribelli mujaheddin, contribuisce alla ritirata delle truppe russe, ma dovrà a lungo contrastare le critiche, perché tra i ribelli che fa addestrare dalla Cia ci sono Osama bin Laden e i futuri leader del terrorismo islamista di Al Qaeda. Meglio va nella sua natia Polonia. In stretto contatto con il papa Giovanni Paolo II, già da quando era vescovo di Cracovia, Brzezinski dialoga con i sindacalisti di Solidarnosc guidati da Lech Walesa, tiene duro contro il Cremlino, ma non forza la mano contro il generale Jaruzelski, cui tocca il compito di evitare che la rivolta degeneri in bagno di sangue, come i duri del Cremlino pretendono. La strada per la democrazia a Varsavia sarà lunga, e controversa anche adesso, ma si schiude.
Non ha vita facile «Zbig» nella capitale. Carter inaugura una politica dell’America come patrona dei diritti umani, che invano Barack Obama proverà a rilanciare, ma le sue incertezze, e i contrasti con il Segretario di stato Cyrus Vance, «colomba» per i giornalisti, paralizzano l’amministrazione, fino alla sconfitta nel 1980 davanti al carismatico repubblicano Reagan.
Sarà Zbigniew Brzezinski a normalizzare del tutto le relazioni diplomatiche con la Cina, dopo l’apertura 1972 di Nixon e Kissinger, e, sia pur da comprimario, a negoziare lo storico trattato di pace del 1978 a Camp David tra Israele e l’Egitto, presenti i leader Begin e Sadat. Non basterà a cancellare le accuse di essere «anti-israeliano», o addirittura per i rivali più acerbi, «antisemita», cui Brzezinski ribatteva sprezzante, ricordando come suo padre avesse lavorato per salvare ebrei polacchi perseguitati.
In cattedra alla Columbia University, fu aspro critico dell’invasione in Iraq di Bush figlio e, dopo una prima fase benevola, diede giudizi negativi sull’amletica politica estera di Obama. Quando mi capitò di sedere sui banchi delle sue classi a New York, ne riconobbi intatto lo stile, intimidiva con il rigore, ogni intervento succinto e competente, gli ideali nitidi: «Il mondo non è un asilo infantile, diritti e doveri non si barattano, i nostri valori vanno difesi con sacrificio», un professore «falco», temuto. Uno studente lo provocò «Come mai non ha previsto la caduta del leader russo Kruscev nel 1964?» per venire fulminato «Se non l’ha prevista Kruscev come mai avrei potuto io, eh?». Con le sue vittorie e i suoi scacchi, appare ora un gigante, nell’ambaradan quotidiano che offusca la politica estera Usa.
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