La Stampa, 29 maggio 2017
Cannes, la Palma dei 70 anni alla satira amara di Östlund
La Palma dei 70 anni ha il sapore amaro della satira di The Square, il film del regista svedese 43enne Ruben Ostlund che mette alla berlina i nostri vizi e le nostre dipendenze. Chi perde il cellulare è spacciato. Per non parlare di chi finisce in un video dove dà il peggio di sè. Insomma, c’è poco da ridere, anche perchè lo spunto di The Square, nonostante i toni comico-grotteschi, è molto serio e molto attuale: «Ho cominciato a pensare alla storia nel 2008, quando in Svezia è stato realizzato per la prima volta il progetto di un quartiere residenziale chiuso, accessibile ai soli abitanti della zona. Un segno di come le società europee stiano diventando sempre più classiste e individualiste».
Sul palcoscenico del galà di chiusura Östlund saltella euforico, invita il pubblico a gridare all’unisono e i fotografi a rivolgere i loro obiettivi in platea. Un happening che arriva alla fine di un verdetto sofferto, come se i giurati fossero stati ben attenti a non trascurare nessun tipo di cinema, di problematica, di performance.
Lo dimostra il «Premio del settantesimo anniversario», attribuito a Nicole Kidman, non per una specifica prova, ma per il contributo offerto alla kermesse con ben quattro apparizioni. La diva ringrazia in video dalla sua casa di Nashville e il giurato Will Smith le fa il verso, posa al suo posto davanti ai flash, immagina il discorsetto condito di lacrime. È assente anche Sofia Coppola, premiata per la regia dell’Inganno, esangue remake della Notte brava del soldato Jonathan. Al suo posto c’è Marin Ade che legge il messaggio di Coppola infilando papere a tutta forza.
La vincitrice del premio per la migliore interpretazione è giustamente Diane Kruger, la donna spezzata del film di Fatih Akin In the Fade: «Dedico questo riconoscimento a tutti quelli che, come il mio personaggio, hanno subito un atto di terrorismo e sono stati costretti a rimettere insieme i pezzi delle loro esistenze andate in frantumi».
Il migliore interprete è lo stralunato Joaquin Phoenix di You Were Never Really Here di Lynne Ramsay (premiato anche per la sceneggiatura insieme a The Killing of a Sacred Deer di Yorgos Lanthimos). Prova inattaccabile, in un film pieno di sangue e di dolore: «Davvero non me l’aspettavo – confessa l’attore sbalordito – lo potete vedere dalle mie scarpe». Che in effetti sono da ginnastica e, con lo smoking, non c’entrano davvero nulla.
L’emozione più forte, con tutto il cast in piedi a battere le mani, arriva per il Gran Premio a 120 Battements par minute di Robin Campillo sulla mobilitazione anti-Aids del gruppo Act-Up Paris: «Tengo a dire che questo film è il frutto di un’avventura collettiva e che, con questo premio, voglio rendere omaggio a quelli che sono sopravvissuti alla malattia, in situazioni difficili, con grande coraggio».
Al favoritissimo Loveless del siberiano Andrey Zyvagintsev va il Premio della giuria, molto meno di quello che ci si aspettava e molto meno di quello che meritava: «Ringrazio tutta la giuria – dice il regista -, soprattutto Will Smith, che è qui, e quindi vuol dire che esiste davvero». La serata fila via liscia, con il presidente Almodóvar che annuncia l’intero palmares e non si alza mai al momento giusto, con la madrina Bellucci in pizzo nero che si augura per il futuro un maggior numero di registe e in apertura dichiara: «Il cinema si ispira al reale e, pensando a quello che sta succedendo nel mondo, possiamo dire che, oggi, niente è più violento della realtà».
In questi tempi bui il Festival super-blindato mostra l’orgoglio di un sopravvissuto.