La Stampa, 29 maggio 2017
Ma i tempi non saranno brevi. Gli Usa dovranno aspettare il 2020
L’aveva detto in campagna elettorale, e lo ha ribadito ora dopo il confronto con i colleghi del G7: Trump vuole uscire dall’Accordo di Parigi sul clima. L’annuncio è di quelli che, in un’epoca che si sperava governata dalla razionalità, non si vorrebbero mai sentire, per le sue conseguenze potenzialmente devastanti sull’assetto ambientale e geopolitico globale. È tuttavia difficile prevedere come si svilupperà la situazione. Il percorso per l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo faticosamente raggiunto nel dicembre 2015 potrebbe non essere così immediato, in quanto, stando all’articolo 3, la richiesta formale di abbandono sarà possibile solo a partire da tre anni dalla sua entrata in vigore, ovvero dal novembre 2019, e diverrà operativa dopo un anno, quindi nel novembre 2020, quando il primo mandato di Trump sarà pressoché terminato. A meno che il governo statunitense intenda forzare la mano lasciando la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (Unfccc) siglata a Rio nel 1992, da cui tutti i successivi negoziati sul clima derivano, il che farebbe decadere in tempi più rapidi l’adesione americana all’Accordo. Non dimentichiamo però che dal punto di vista pratico l’Accordo di Parigi punta a riduzioni volontarie e non vincolanti delle emissioni, senza sanzioni in caso di mancato rispetto, per cui Trump avrebbe comunque modo di boicottare il trattato anche senza abbandonarlo ufficialmente. Ma intanto, nell’immediato l’uscita degli Usa da Parigi avrebbe effetti nefasti sulla politica mondiale, dando luogo a uno scomodo precedente nelle procedure negoziali internazionali. Inoltre è pur vero che il resto del mondo sembra voler tirare dritto verso la transizione energetica a basse emissioni, ma non avere dalla nostra uno tra i maggiori inquinatori del pianeta, fa la differenza. Sarà forse la Cina a colmare questo vuoto mettendosi alla guida della green-economy? Già così le promesse di riduzione dei gas serra presentate due anni fa da tutti i Paesi del mondo (Stati Uniti inclusi) ancora non bastano a contenere il riscaldamento globale entro 2°C al 2100, attestandosi piuttosto intorno a 3°C, e bisognerebbe fare di meglio. A maggior ragione con queste prospettive sarà difficile avere successo di fronte a un fenomeno in esponenziale accelerazione. Secondo diversi ricercatori, come quelli che hanno pubblicato su «Science Advances» l’articolo «Nonlinear climate sensitivity and its implications for future greenhouse warming», la reattività del clima alle attività umane potrebbe essere maggiore di quanto noto finora, portandoci (soprattutto con l’aiuto di Trump) a un catastrofico riscaldamento di sette gradi in un secolo. Winston Churchill nel 1934 avvertì il parlamento inglese del pericolo di una Germania che si stava riarmando, e lo ribadì nel 1936, annunciando che – a causa degli indugi – ormai si era entrati «in un’epoca di conseguenze». Ora le conseguenze climatiche sono già tra noi con effetti che non saranno diversi da quelli di una guerra mondiale, solo che non dureranno sei anni, ma potenzialmente secoli.