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 2017  maggio 29 Lunedì calendario

La febbre da bitcoin in cassaforte o in bolletta?

Prometeo è considerato il dio della tecnologia: rubò il fuoco alle altre divinità per darlo agli uomini. Ma ne subì l’ira. E il fuoco, oltre ad illuminare e a tenere lontane le belve, brucia. Il bitcoin sembra il perfetto figlio di Prometeo. Promette molto. Ma brucia anche: miliardi. 
Le quotazioni sono passate da poche centinaia di dollari al record di questi giorni: 2.400 mercoledì scorso; quasi vicino alla soglia psicologica dei 2.800 giovedì; di nuovo 2.387 dollari e rotti in chiusura di mercato, sempre giovedì; 2.591 venerdì. Di certo c’è chi ci sta guadagnando molto (il 2017 è iniziato a 998 dollari...). E chi sta piangendo. La bolla trema? A salire su quella curva esponenziale la sensazione è di viaggiare sulle montagne russe: c’è un punto in cui si raggiunge la tangente e si vede il baratro. 
Rischio o rivoluzione 
Dal punto di vista tecnologico il bitcoin divide gli animi. Pericolo finanziario per alcuni. Rivoluzione per i suoi apologeti che vi intravedono una sorta di indipendenza dalle banche centrali. In effetti, la produzione è regolata da un complesso algoritmo che affascina i cosiddetti «minatori», coloro che scendono con i computer nelle blockchain (la tecnologia alla base della moneta virtuale) per partecipare al conio e strappare un pezzetto del valore di ciò che producono. L’algoritmo funziona come un rebus che diventa sempre più complicato, proprio come i livelli di un gioco. Così, dal punto di vista economico, l’offerta si autoregola, restringendosi, man mano che la domanda sale. Ma proprio questo aspetto ha anche fatto emergere il sospetto che si tratti di una specie di surrettizio schema Ponzi: i primi minatori nel 2009 hanno guadagnato facilmente perché bastava una ridotta potenza di calcolo dei computer per riuscire a coniarli. E questi facili guadagni avevano buon gioco ad attirare altri potenziali minatori. Oggi è diventato un affare da professionisti con dei server in rete a disposizione. Inoltre la preferenza accordata dalla criminalità a questa valuta difficilmente tracciabile non la mette certo in buona luce: i ricattatori di WannaCry, il ransomware che poche settimane fa ha trasformato in zombie centinaia di migliaia di computer di centri sanitari ed ospedali, hanno chiesto il riscatto in bitcoin. 
Ma questa è ormai letteratura. Il problema non è più tecnologico, ma finanziario. Chi compra e chi vende lo fa attraverso le principali piattaforme o «borse»: non sa nulla di informatica. Né di algoritmi. 
Non è interessato alla blockchain, ormai studiata dalla banche di tutto il mondo per la sua capacità di decentralizzare la gestione delle informazioni e dunque di ridurre i costi dei bunker dove oggi anche colossi come Paypal devono tentare di proteggere i propri utenti. 
Ed è questo il vero rischio che porta a sospettare una possibile (probabile) bolla in corso. Sembra di assistere al discorso di Gordon Gekko nell’intramontabile Wall Street di Oliver Stone: «Il denaro c’è ma non si vede: qualcuno vince, qualcuno perde. Il denaro di per sé non si crea né si distrugge. Semplicemente si trasferisce da una intuizione ad un’altra, magicamente». 
Appunto. 
La frase andrebbe cambiata in: pochissimi vincono, quasi tutti gli altri perdono. La volatilità è la vera cifra finanziaria del bitcoin che sembra comportarsi come un «bene-rifugio». Pensiamoci bene: Brexit, sfiducia nei sistemi finanziari. Uscita dall’euro che ogni tre per due torna in auge (anche per l’Italia). Derive populiste. Paura. Il 7 gennaio del 2016 la Borsa (quella vera) di Shanghai crollò. Lo stesso giorno la principale piattaforma al mondo di compravendita dei bitcoin, Btc China, schizzò verso l’alto. I «difetti» finanziari del sistema sono molti: innanzitutto esistono delle vischiosità rilevanti. 
In Giappone e Corea del Sud è diffuso un innaturale entusiasmo per la criptovaluta. Basterebbe ricordare questo: «Solo un miracolo potrà ridarmi i miei Bitcoin ma io credo ancora in questa moneta» riuscì a dire all’Afp Aaron Gotman a Tokyo nel 2013, pur avendo, al valore di cambio di allora, perso circa 200 mila dollari. Gotman era uno dei risparmiatori-investitori che si erano riuniti in un ristorante di Tokyo per decidere come procedere legalmente contro la società Mt. Gox, il primo grande crac di una «borsa» dei bitcoin di cui c’è traccia nei grafici. Risultò una truffa di cui fu considerato responsabile il fondatore, il geek francese Mark Karpeles, finito in prigione. 
Il fattore tasse 
Luigi Einaudi diceva che il risparmiatore italiano ha «cuore di coniglio, gambe di lepre e memoria di elefante». Ma in Giappone almeno l’ultima sintesi è sbagliata: ancora oggi a Tokyo le quotazioni arrivano a superare di 300 dollari quella media rilevata dalle piattaforme, il che vuole dire che qualche professionista riesce a fare arbitraggio guadagnando sulle differenze temporali. Per i piccoli risparmiatori invece le piattaforme funzionano come delle trappole: visto che le commissioni di cambio tra bitcoin e euro o dollari sono molto alte si tende a lasciare il denaro investito. Fino al crollo. È la vischiosità verso l’uscita. Inoltre gli investimenti tecnologici nelle piattaforme non sono ancora sufficienti per permettere al sistema di reggere l’onda d’urto dei grandi acquisti: in questi giorni Coinbase, negli Usa, è andato in crash. 
Arriviamo così all’ultimo dilemma: come mai con così tanti difetti gli acquisti continuano? Risposta: le tasse. In Italia l’Agenzia delle Entrate, per esempio, ha già chiarito che «ai fini delle imposte sul reddito dei clienti, persone fisiche che detengono i bitcoin al di fuori dell’attività d’impresa, si ricorda che le operazioni a pronti (acquisti e vendite) di valuta non generano redditi imponibili mancando la finalità speculativa». Dunque: niente tasse. Niente capital gain. Zero. Ma un elefante ricorderebbe che se un algoritmo può creare ricchezza un algoritmo può anche distruggerla.