La Lettura, 29 maggio 2017
L’uomo batte il computer (ve lo spiego con una mela)
«Ho passato tutta la vita fuori dalle tendenze mainstream del mondo scientifico. Un bastian contrario, se vuole. Al quale, però, i fatti hanno dato spesso ragione. Spero di spuntarla di nuovo, anche se stavolta mi sono dato un obiettivo imponente: non credo che riuscirò ad arrivare a destinazione da solo, non negli anni che mi rimangono da vivere. Ma spero di costruire solide basi per contrastare certe derive folli del pensiero scientifico: l’idea che il computer possa prendere il sopravvento sull’uomo, la concezione dell’essere umano come macchina. Una visione materialista per me inaccettabile che sfocia nel transumanesimo: uomo e macchina che si fondono. Noi che depositeremo in un computer non solo le nostre conoscenze, ma anche memorie, ricordi, emozioni. Addirittura la nostra consapevolezza. E così potremo vivere in eterno. Un’idea non solo assurda, sbagliata, ma che può portare a sviluppi pericolosi: se pensiamo di essere macchine, ci comporteremo come macchine».
A 75 anni Federico Faggin potrebbe anche godersi una pensione dorata nella bella villa nella quale riceve «la Lettura» sulle colline che dominano la Silicon Valley. All’Intel, nei primi anni Settanta, ha realizzato il 4004, il primo microprocessore commerciale della storia. Prima ancora – fine anni Sessanta alla Fairchild Semiconductors – aveva messo a punto la MOS silicon gate technology, la tecnologia che per 40 anni è stata alla base della produzione di quasi tutti i circuiti integrati. In anni più recenti è stato uno dei padri di altre tecnologie che usiamo quotidianamente come quella del touch screen e nel 2010 ha ricevuto da Barack Obama la National Medal for Technology and Innovation, la massima onoreficenza americana per il progresso tecnologico.
Ma Faggin, scienziato figlio di un filosofo, un vicentino che ha fatto gli studi universitari a Padova e ha lavorato brevemente all’Olivetti prima di trasferirsi negli Stati Uniti, ha ancora lo spirito, come dice lui, del bastian contrario: lo stesso che nel 1974, all’apice del successo, lo spinse ad andarsene dall’Intel, società che aveva arricchito con la sua tecnologia, sbattendo la porta. Una rottura dovuta ai contrasti personali con Andy Grove, il manager che ha trasformato l’Intel nel gigante mondiale dei semiconduttori, un personaggio capace e carismatico, ma da prendere con le molle: basti pensare al titolo del libro che lo ha reso celebre, Only the Paranoid Survive (Doubleday, 1996, «Solo i paranoici sopravvivono»).
«Io vedevo le cose diversamente e non accettavo i suoi modi prepotenti: la rottura divenne inevitabile. Me ne andai e creai una mia azienda di microchip, la Zilog», racconta Faggin che oggi dedica tutte le sue energie intellettuali e finanziarie a una battaglia solo in apparenza filosofica: «Sei anni fa ho creato una fondazione e ora sto scrivendo due libri con l’obiettivo di arrestare la deriva in atto: quella del cambiamento della concezione che l’uomo ha di se stesso a causa dell’impatto di una concezione scientifica materialista, fisicalista. L’idea che noi siamo macchine e anche macchine da poco, che presto verranno superate dai computer. È una deriva pericolosa basata su premesse false».
Il puntiglio ideologico di un uomo che vuole vincere un’ultima battaglia entrando nel campo della filosofia? «Macché», nega Faggin. «Io non faccio filosofia, punto a dimostrare le mie tesi con modelli matematici. È per questo che ho creato la fondazione: aiuto centri, dalla University of California di Irvine alla Chapman University di Los Angeles, che svolgono ricerche in questo campo: nessuno li sostiene perché le loro tesi non sono sexy, e allora ci penso io. Poi, certo, anche lo scienziato deve innovare partendo da una struttura concettuale nuova che chiamiamo filosofica. Ma il punto d’arrivo deve essere una nuova teoria matematica capace di spiegare la realtà: un modello più vasto che contiene la teoria della relatività generale e la meccanica quantistica che sono alla base della fisica».
Consapevolezza di sé, ruolo dell’uomo nell’universo: sembrano temi religiosi. Ma anche qui Faggin taglia corto: «Le religioni non c’entrano: le rispetto tutte, ma questo è un discorso scientifico». Crede in Dio? «Credo che ci sia un creatore, ma non quello descritto dalle religioni. Non abbiamo la più pallida idea di cosa sia davvero il creatore: capire i meccanismi della creazione, per me, è fuori dalle capacità umane. Meglio concentrarsi sul creato. Che ha due facce: mondo interno ed esterno. Noi trattiamo la realtà come se quella del mondo esterno fosse l’unica esistente. Quella del mondo interno per la scienza è epifenomenale: una fantasia. Invece – continua Faggin – la consapevolezza di sé ha una natura diversa. In sé non è una grande scoperta: è già scritto nei Veda, testi di quattromila anni fa. E molti filosofi, da Plotino a Kant, hanno definito la consapevolezza come la sostanza primaria della realtà sia mentale che materiale. Poi è arrivato Cartesio che ha postulato l’esistenza di due sostanze: una per la mente e una per il corpo, la res cogitans e la res extensa. Si è, così, consolidato quel dualismo usato per secoli dagli scienziati per interpretare la realtà. Poi, quando la scienza ha capito che la materia, gli atomi organici del corpo, hanno le stesse caratteristiche di quelli creati in laboratorio, il materialismo ha preso il sopravvento».
Faggin cita schiere di filosofi ma continua a sostenere che la sua è una battaglia scientifica: «Se discutiamo di principi facciamo filosofia. Se, invece, si cerca di disegnare un percorso nuovo basato su un modello matematico e su principi cognitivi anziché materialistici, si fa scienza».
La chiave di volta, per Faggin, è il valore della consapevolezza di sé che la macchina non ha: una certezza alla quale lo stesso scienziato è arrivato dopo un percorso lungo e faticoso. «Un tempo – confessa – anch’io, come gli scienziati di oggi, pensavo che noi uomini siamo macchine. Prima di dedicarmi alla tecnologia touch screen volevo provare a costruire una macchina consapevole, pensante, basata sulle reti neurali. Per questo fondai la Synaptics: è storia di 31 anni fa. Anche allora mi davano del pazzo: dicevano che con le reti neurali non sarei andato da nessuna parte. In realtà è da qui che si è partiti per lo sviluppo, nell’ultimo decennio, dell’intelligenza artificiale e della robotica avanzata. Volevo realizzare un microprocessore capace di imparare da solo invece di essere programmato. Ma, dopo pochi anni, mi resi conto che è impossibile perché la consapevolezza ha una natura completamente diversa dall’informazione che usiamo nei computer. Da allora ho questo baco dentro di me che mi spinge a cercare di capire a fondo la natura della consapevolezza. Ho seguito corsi, ho parlato con gli esperti. Ho capito che è impossibile produrre consapevolezza con gli atomi e le molecole della fisica che conosciamo. Non resta, quindi, che sviluppare un modello concettuale che parte dalla consapevolezza come realtà fondamentale sia del mondo interno che esterno».
È il tema dei suoi due libri: il primo, divulgativo, dovrebbe uscire entro un anno. Per l’altro, un trattato scientifico, ci vorrà più tempo. La visione che Faggin combatte è quella del transumanesimo incarnato da una delle istituzione culturali più celebri della Valley: quella «Singularity University» che non è un’accademia in senso classico ma il luogo di elaborazione e diffusione delle teorie sulla futura fusione tra uomo e macchina. Ray Kurzweil, il futurologo fondatore della «Singularity» dovrebbe essere la bestia nera dello scienziato italiano. Ma Faggin, pur durissimo nella condanna del suo transumanesimo, evita di personalizzare: «Lasciamo stare Kurzweil, non ce l’ho con lui personalmente. Ce l’ho con un modo di pensare che poi, amplificato dalla stampa, rischia di avere conseguenze gravi sulle quali si riflette poco». Stiamo sopravvalutando l’intelligenza artificiale? Ci siamo fatti condizionare da previsioni apocalittiche sul sopravvento delle macchine sull’uomo? «L’intelligenza artificiale è una realtà magnifica che può fare cose specializzate molto meglio di noi umani. Io per una moltiplicazione con 32 numeri ho bisogno di dieci minuti, un computer ne fa miliardi al secondo. Ma questo non ha nulla a che vedere con la consapevolezza di sé. Non per questo mi sento inferiore, come non sono inferiore a una gru da 100 tonnellate, io che sollevo 20 o 30 chili alla volta. In medicina l’intelligenza artificiale farà cose splendide, ad esempio nella lotta contro il cancro: diagnosi più accurate di quelle dei migliori medici. Sistemi straordinari, ma che non hanno consapevolezza di sé: quella solo l’uomo può darla. È un problema di distinzione tra simboli e significato dei simboli. Vedo una mela su un albero: diventa un’esperienza. Non è solo un simbolo: ne pregusto il sapore, penso alla mela di Adamo, provo gioia perché la mela mi piace. Il cervello riconosce il simbolo-mela come un computer, ma il significato soggettivo della mela viene dalla consapevolezza. Se invece pensi che è tutto simbolico, come fa sempre più la scienza, distruggi la dimensione del significato».
E così, partendo da una mela come Newton, Faggin cerca di costruire una nuova teoria della consapevolezza. Usando il carburante della meccanica quantistica e cercando di aggirare le trappole concettuali dell’ information technology.