La Lettura, 28 maggio 2017
Com’è umana la società degli insetti
Nutrici, costruttrici, portiere, raccoglitrici, guardiane, ricognitrici. E regine. Nella società totalitaria delle api, obbedienza e divisione del lavoro sono tutto. Un grande collettivo dispotico governa sui comportamenti di migliaia di robot geneticamente pre-programmati asserviti alla regina del momento, automi di puro istinto e niente pensiero, costretti a consumare i loro pochi mesi di vita in funzione della casta di appartenenza. Questa opprimente socialità senza individui, il «superorganismo», è così inquietante per noi che l’alveare è stato spesso usato come metafora delle peggiori distopie. Ma il mondo delle api si esaurisce qui?
Randolf Menzel è il Konrad Lorenz delle api. Nella sua biografia scientifica, L’intelligenza delle api (Raffaello Cortina), scritta con il saggista Matthias Eckoldt, racconta la sua semplice idea: spostare lo sguardo dall’alveare, inteso come un tutto autorganizzato, al cervello e al comportamento delle singole api, marcandole una ad una, misurando la loro attività neurale e inseguendole con il radar. Le ha caratterizzate individualmente con targhette e chip, dischiudendo un universo sconosciuto. Menzel, attraverso ingegnosi esperimenti che hanno fatto scuola, ha saputo porre le domande giuste alle api, ricevendo risposte inedite e spesso sorprendenti.
Una moltitudine di sensi si sprigiona dentro il cervello di questi animali quando imparano. I settemila occhi puntiformi dell’ape discriminano i colori e il loro mondo cromatico è più ricco del nostro perché sanno percepire la luce polarizzata (una sorta di bussola solare) e vedono nello spettro del blu, del verde e dell’ultravioletto. Anche nell’olfatto ci sopravanzano: si riconoscono l’un l’altra annusandosi con le antenne, hanno una mappa cerebrale degli odori, che percepiscono spazialmente tutto attorno. Opportunamente addestrate, imparano ad associare un particolare odore a una ricompensa o a una punizione, anche se la sostanza profumata differisce di pochi atomi da un’altra. Hanno recettori dei gusti dolce e amaro sulla lingua e sui peli, nonché due sensi aggiuntivi rispetto ai nostri. Si muovono tranquillamente nell’oscurità, perché percepiscono e comunicano anche attraverso i campi elettrici e in qualche modo (ancora ignoto) avvertono il campo magnetico terrestre. Esplorano l’ambiente grazie a una mappa cognitiva interna, formata misurando le distanze con gli occhi e memorizzando punti di riferimento nel paesaggio.
Tutte queste informazioni vengono processate da un cervello plastico che si trasforma in virtù delle esperienze acquisite nel corso dello sviluppo. I ricercatori al fianco di questo zoologo e neurobiologo tedesco che sussurra alle api sono riusciti a identificare persino i singoli neuroni decisivi per l’apprendimento, cioè quelli che danno un senso di ricompensa quando un’esperienza viene assimilata e ricordata. Le api hanno un’efficiente memoria sensoriale a breve termine, ma anche una memoria a medio e lungo termine: ricordano lo stesso fiore nello stesso luogo anche dopo settimane. Anche la loro perenne operosità è un mito: le api dormono e, proprio come noi, fissano i ricordi durante i loro frequenti sonnellini diurni e notturni. Durante il sonno si coricano su un fianco con le antenne abbassate, ma talvolta le muovono di scatto senza svegliarsi. Menzel è pronto a scommettere che stanno sognando.
Grazie a queste capacità cognitive, le api sanno risolvere i problemi di contesto che gli sperimentatori propongono loro, per esempio imparando complesse regole di comportamento per ottenere cibo. Sanno distinguere figure composte come un volto umano stilizzato. Il cervello delle api è dunque capace di «pensare», nel senso che forma categorie astratte: uguale e diverso, sopra e sotto, simmetrico e non. Lo fa in modo rapido ed economico, stabilendo classi di equivalenza generali anziché perdersi in dettagli singolari.
Il loro millimetro cubo di cervello, la capocchia di uno spillo, contiene un milione di cellule nervose fittamente interconnesse, contro i nostri 86 miliardi. Eppure, grazie all’efficienza energetica di quel denso e compatto granello di materia cerebrale, l’ape riesce a elaborare tutte le decisioni necessarie alle competenze appena descritte. Menzel ha costruito un fantastico atlante digitale tridimensionale del cervello delle api e letteralmente naviga nelle loro reti neurali.
L’idea di cieca sottomissione è un po’ da rivedere. Le api si dividono il lavoro dandosi compiti non rigidamente standardizzati: ciascuna, nel corso della vita, assolve a tutte le funzioni nell’alveare e in caso di necessità viene reclutata per mestieri svolti in precedenza. Come nelle formiche, la regina manipola per i suoi fini riproduttivi il cervello delle caste sterili, ma quando si indebolisce o viene rimossa, alcune api operaie ricominciano a fare uova. L’intelligenza collettiva delle api è insomma il frutto di una trama di relazioni tra decine di migliaia di individui dotati di una propria identità, di interessi conflittuali, persino di un’indole (Menzel conosce a tal punto le sue api da distinguere tra le più zelanti e le più pigre).
A questo punto la realtà del superorganismo delle api diventa ancora più stupefacente, perché non è la somma di comportamenti obbligati come si pensava prima, e questo ce la rende stranamente familiare. La scrittrice norvegese Maja Lunde gioca proprio sulle relazioni tra noi e loro nel romanzo La storia delle api (Marsilio), intrecciando tre bellissime storie familiari aventi sempre le api come coprotagoniste (una ottocentesca, una ambientata nel 2007 e la terza nel futuro) sullo sfondo di una catastrofe ecologica che nel 2045 estingue le preziose impollinatrici.
Menzel contesta la contrapposizione classica – proposta dal mirmecologo di Harvard Edward O. Wilson – tra la socialità umana fatta di memoria e intenzioni, e la socialità frutto di istinti ciechi che troviamo nei super-organismi di api, vespe, termiti e formiche. Quando scopriamo che cinquanta specie di formiche hanno inventato persino l’istituzione della schiavitù, la tentazione di umanizzare questi insetti è forte. Menzel invita a non usare metafore antropomorfe, ma ammette che nel corso della sua carriera ha finito per esaltare sempre più le somiglianze tra noi e loro. Nelle api, una colonia di 50 mila individui intelligenti e capaci di apprendere riesce a coordinarsi, a prendere decisioni collettive basate sul consenso, a competere con altre colonie. Al cospetto della rete di comunicazioni di un alveare, internet è ancora poca cosa.
Le api sfruttano un sistema di comunicazione basato sulla danza dell’addome, uno spettacolo naturale descritto dal premio Nobel austriaco Karl von Frisch, ma al quale già Aristotele accennava con ammirazione nelle sue storie di animali. Il filosofo non poteva sapere però che le api usano un «proto-linguaggio» composto da danze diverse, grazie alle quali si scambiano informazioni sulla direzione e sulla distanza delle fonti di cibo, sulle sorgenti d’acqua e persino su dove spostare l’alveare quando una vecchia regina se ne va con il suo sciame. Le spettatrici della danza recepiscono le informazioni tramite i campi elettrostatici generati dalla danzatrice, che a volte riesce a condividere addirittura un messaggio dissuasivo: «Non andate in quel luogo, è pericoloso!». A volte le api danzano da sole, di notte, non si sa perché. I grugniti delle nostre cugine scimmie sembrano, al confronto, un balbettio primordiale.
Trattandosi con ogni probabilità di un codice, alcuni ricercatori tedeschi hanno avuto l’idea di costruire un robot che esegue la danza dell’addome cercando di mettersi in contatto con le api. Se l’insetto artificiale fosse in grado di far pervenire alle api un nostro messaggio (suggerendo per esempio un luogo dove trovare cibo) e queste rispondessero (andandoci), si tratterebbe del primo caso di comunicazione segnica diretta tra la specie umana e un altro animale, una comunicazione danzata. Finora, però, le api interpellate hanno ignorato la loro collega robotizzata. Non ci considerano interlocutori attendibili: una più che giustificata diffidenza che possiamo aggiungere alle prove della loro intelligenza.
Già, perché oggi quasi tutte le 20 mila specie di api soffrono pesantemente gli effetti dell’agricoltura industriale umana. Dopo 50 milioni di anni di evoluzione indisturbata, le neurotossine contenute in molti insetticidi le stanno uccidendo. Anche esposte a piccole dosi, le api perdono la capacità di navigazione e non danzano più. Considerando che adesso in Cina devono ricorrere alla costosissima impollinazione manuale degli alberi da frutto (Maja Lunde parte proprio da qui nella sua prima storia ambientata nel Sichuan del 2098), si tratta di un autolesionismo economico assai poco sapiens. E allora Menzel ha avuto un’altra delle sue idee geniali: usare le api come sentinelle, imparando a leggere l’ultima, triste danza dell’ape morente, per capire esattamente dove ha ingerito il veleno e denunciare il proprietario del campo. Anche questo si può imparare dalle api.