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 2017  maggio 29 Lunedì calendario

Vivremo sulla Luna. Intervista a Buzz Aldrin

I capelli bianchi e vaporosi, i grossi anelli alle mani, i calzini con i colori degli Stati Uniti ai piedi. A 87 anni, potrebbe starsene nella sua villa vicino Orlando, a godersi il sole della Florida. Invece, Buzz Aldrin pensa solo a Marte.
Quando oltre 600 milioni di persone ascoltarono la sua voce, mentre con Neil Armstrong poggiava i piedi sulla Luna, era il 21 luglio 1969. Le 4.57. Lui scese per secondo. Un primato – mancato – che lo tormenta da una vita. Ancora oggi. Quando gli parli di quel momento gli vengono le lacrime agli occhi.
«Neil era un uomo straordinario. Sapeva quanto lo stimavo. Ma forse avremmo potuto fare le cose in maniera leggermente diversa», dice al Corriere subito dopo un incontro al Wired Next Festival, a Milano. «Se fossi stato io il primo a scendere, la mia vita sarebbe stata completamente diversa».
Qual è stato il momento più emozionante?
«L’allunaggio, indubbiamente. Ma eravamo parte di un team, avevamo accettato i rischi. Il nostro obiettivo valeva più delle nostre vite».
Prima di imbarcarsi sull’Apollo 11 aveva combattuto in Corea. Dove ha avuto più paura?
«In guerra. Quando, dopo avere abbattuto un aereo nemico, mi sono ritrovato da solo nei cieli della Manciuria. Un’area off limits. Avrebbero potuto farmi fuori. Se ci ripenso tremo ancora».
Subito dopo l’allunaggio, prima di scendere, fece la comunione. Furono un’ostia e un po’ di vino le prime cose che l’uomo mangiò sulla Luna. Va ancora a Messa?
«No, ho smesso».
E che fa ora lo domenica?
«Sto nel mio posto preferito sulla Terra: il mio letto. Guardo qualche film. L’ultimo è Il diritto di contare. La storia della fisica afroamericana Katherine Johnson. Collaborò con la Nasa e con l’Apollo 11, sfidando razzismo e sessismo. Una donna straordinaria».
E nel tempo libero?
«Lavoro per rendere una missione su Marte possibile. Grazie ai miei studi e alla mia carriera di astronauta penso di essere in grado di potere dare una mano. Spero ci arriveremo prima del 2040».
Qual è il suo piano?
«Marte andrebbe occupato con missioni continue. Dovremmo andare e restare, non solo lasciare impronte e bandiere. L’America deve guidare una coalizione di nazioni. In 8 anni potremmo tornare sulla Luna per assemblare gli habitat e i lander riutilizzabili e da lì andare su Marte».
Una missione pagata dai contribuenti?
«Gli americani non sosterrebbero mai un ritorno sulla Luna, ma solo come parte di un piano verso Marte. Ma per questo servono voli commerciali tra la Terra e la Luna e un propulsore che sia efficiente ed economico, non il nostro vecchio Saturn».
In questo il ruolo dei privati, penso a Jeff Bezos o a Eloin Musk, è fondamentale.
«Il governo Usa dovrebbe lasciare che le aziende aerospaziali private competano tra loro e poi scegliere il propulsore migliore. È evidente, non è una cosa facile. Ma o esploriamo o ci estinguiamo».
La Disney le ha dedicato uno dei protagonisti di Toy Story, l’astronauta Buzz Lightyear.
«Pare sia così. Il mio conto in banca dice diversamente».
Sua madre si chiamava Moon, quasi una premonizione. Morì l’anno prima dello sbarco.
«Quando si suicidò non sapeva che sarei andato sulla Luna. Non so se sarebbe stata fiera. Ma so per certo che non avrebbe retto lo stress. Durante le mie prime missioni nello spazio era stata malissimo».
Qualche anno fa ha dato un pugno a un tizio che le chiedeva di giurare sulla Bibbia di essere stato veramente sulla Luna. Perché c’è gente che non crede che la vostra missione sia avvenuta?
«Cercano tutti un po’ di notorietà».
Indossa tantissimi anelli, moltissimi bracciali.
«I want to be cool (voglio essere figo, ndr)».
Non vedo la fede.
«Sono stato sposato tre volte. Oggi voglio solo essere libero».