Libero, 29 maggio 2017
Italiani sempre più obesi. In 57mila uccisi dal cibo
Il calcolo é piuttosto semplice: 6 su 60 significa uno su dieci, dove 60 sono i milioni di cittadini italiani e 6 i milioni di obesi nel nostro Paese. Uno su dieci appunto. Una percentuale in linea con quella mondiale, che vede 600 milioni di persone affette da obesità. Un dato in costante crescita che ha dato anche vita al neologismo globesity, che dimostra come l’obesità sia ormai diventata una patologia diffusa su scala globale. O, per usare le parole di chi se ne occupa, «un fatto epidemiologico che interessa tutto il pianeta».
LA DIETA
A spiegarlo è il dottor Luigi Piazza, presidente della Società italiana di chirurgia dell’obesità (Sicob). «Esistono naturalmente dei distinguo per così dire “a macchia di leopardo”, ma le società che hanno un grado di benessere medio-alto presentano questi numeri», conferma Piazza. «In Italia quello che deve preoccupare, oltre al livello alto, pur se nella media mondiale, di persone obese è la crescente propensione all’obesità infantile, soprattutto al Sud, con cause legate al tipo di alimentazione e al livello di scolarità». Perché un aspetto non va sottovalutato: sedaunlatoèverocheun maggiore benessere aumenta il rischio di obesità, è anche vero che a essere colpite, all’interno della società, sono soprattutto le fasce di popolazione con un livello socio-culturale più basso, perché magari non informate sull’importanza di una corretta alimentazione o perché impossibilitate a comprare il cibo necessario per una dieta variegata.
«I cibi considerati nobili, cioè le proteine come la carne e il pesce, hanno costi ben maggiori rispetto alla pasta, che invece aiuta il portafogli», spiega Piazza. «Una famiglia con una migliore capacità di acquisto si espone quindi meno al rischio di obesità. Inoltre anche se è vero che nelle nostre società i lavori meglio retribuiti sono quelli da scrivania, che non comportano fatica fisica e di conseguenza il consumo di calorie, ma consentono per esempio di permettersi un abbonamento in palestra per fare sport».
E la dieta mediterranea, tanto celebrata per bontà e benessere, rischia di essere tutt’altro che utile in questo caso. «L’alimentazione mediterranea non è di per sé pericolosa per l’obesità, anzi numerosi studi ne hanno dimostrato le grandi qualità nella prevenzione di alcune malattie», prosegue Piazza. «Ma è pur vero che contano anche le porzioni, perché essendo ricca di carboidrati è facile superare il fabbisogno calorico quotidiano».
Fin qui, si potrà dire, informazioni preoccupanti per la linea, e dunque per l’estetica. Ma naturalmente non è così. L’obesità non è solo una questione di come ci si vede allo specchio, perché influisce anzi in maniera molto incisiva sulla qualità della vita di una persona. E anche sulla sua durata.
«Ogni anno in Italia si registrano 57mila morti per cause legate all’eccesso di peso», sottolinea Paolo Sbraccia, rappresentante italiano della European Association for the Study of Obesity e già presidente della Società italiana obesità (Sio). «Sovrappeso e obesità sono responsabili di circa l’80 per cento dei casi di diabete, del 55 per cento dei casi di ipertensione e del 35 per cento dei casi di cardiopatia ischemica e di tumori».
E di contro alla riduzione dell’aspettativa di vita si ha una crescita dei costi sociali per affrontare le problematiche e le malattie legate all’obesità, con un peso sul bilancio dello Stato stimato in 4,5 miliardi di euro. Per capirlo è sufficiente cercare su Internet la formula per il calcolo dell’indice di massa corporea che, pur non essendo un dato scientificamente preciso, aiuta nella definizione della propria situazione: tra 21 e 25 si è in una condizione normale, tra 25 e 30 in sovrappeso, tra 30 e 35 si è colpiti da obesità di primo grado e così a crescere.
LA CHIRURGIA
Oggi esistono anche interventi chirurgici sempre meno invasivi per affrontare il problema, ma «vanno presi in considerazione solo in casi di obesità grave o correlata a malattie e dopo il fallimento di tutte le altre terapie mediche previste». Sempre più persone si rivolgono alla chirurgia bariatrica: come Roberta Pastore, 50enne piemontese che nel 2013 ha deciso di sottoporsi all’operazione di mini bypass gastrico a Ferrara dopo aver raggiunto i 105 chili. «L’intervento aiuta molto soprattutto nel primo anno, ma uno poi deve approfittare degli effetti per adeguare il proprio stile di vita e cambiare l’approccio all’attività fisica e al cibo», racconta Roberta, che oggi pesa 68 chili e si diletta anche a fare la modella curvy non professionista. «Molto dipende dalla testa e per questo è importante fare anche un percorso psicologico. Io non sono stata un’obesa gravissima, ma iniziavo ad avere la glicemia alta, l’ipertensione e problemi articolatori, patologie che ora ho risolto. E poi ho riscoperto la mia femminilità».
Gli esiti di questi interventi sono eccellenti, con l’80 per cento di pazienti che riesce a guarire e a mantenere il nuovo peso. E anche qui il calcolo è piuttosto semplice: quattro su cinque.