Libero, 29 maggio 2017
«Sono un’opera d’arte vivente. Mi candido ma corro da solo». Intervista a Vittorio Sgarbi
All’inizio ho pensato all’ipotesi letteraria. Seriamente.
Mi dicevo: esistono due Vittorio Sgarbi, come i Gemelli veneziani, i fratelli corsi di Dumas, i Doppelgänger di Hoffmann. Uno, sciabolatore, egoriferito, animale da telecamera, onnivoro di vita e provocazione, rompicoglioni; l’altro gentile, ironico, di educazione borghese, sensibile al dialogo. Così mi spiegavo la differenza tra lo Sgarbi televisivo, e quello reale. Doveva essere così: due Sgarbi, che si palesavano in spiazzante alternanza. Il primo ti fotte la fidanzata, il secondo ti introduce a un polittico di Giotto. O è così o è bipolarismo bello tosto. Poi Vittorio, il fiume carsico della nazione, ti compie 65 anni che festeggia in una mostra e in un servizio surreale delle Iene e, lì, realizzo, dopo anni, che esiste un solo Sgarbi che reagisce a seconda degli stimoli esterni. Qui, per dire, è in versione confidential...
Caro Sgarbi, lei ha festeggiato il genetliaco davanti alle telecamere delle Iene, nudo, assiso su un water in atto di evacuazione, parlando allegramente al telefono col portiere Buffon...
«Indubitabilmente».
Ora, io ritengo che il suo sia stato un atto artistico tra il pensatore di Rodin e l’orinatoio di Duchamp. Secondo lei, il collega intervistatore ha colto la citazione?
«Ho accolto il giornalista delle Iene sulla tazza del cesso perché ero infastidito dal fatto che non fosse autonomo, che non riuscisse a fare una candid camera come Dio comanda. A parte ciò, quelle immagini sono una specie di opera d’arte vivente. È la prova che Sgarbi caga come tutti gli altri. E si potrebbe fare uno Sgarbi itinerante che caga nelle case degli italiani».
Può essere un’idea. Ma, a quest’età, scusi, non si è un po’ stufato di dover provocare?
«Ma io non mi sento vecchio, mi sento e mi comporto come se avessi diciotto anni. E le ricordo che non è la prima volta che appaio nudo».
Ricordo. Era una copertina dell’Espresso del ’92, se non sbaglio. «Esatto. Lì ero nudo sulla copertina di un giornale nemico che mi pagava per dimostrare che non avevo nulla da nascondere. E, in effetti allora ero abbastanza in polemica con Benetton, miliardario, che denunciava solo 600 milioni al fisco, mentre io più di un miliardo. Mi faceva imbestialire il fatto di pagare in tasse quanto, ufficialmente, denunciava di reddito Benetton. L’idea fu del giornalista Guido Quaranta, ma data la sua vecchiaia non so se è in grado di confermare».
Torniamo al compleanno. L’ha festeggiato al Labirinto della Masone di Franco Maria Ricci a Fontanellato. Location pregiata. Con una mostra “Diversi Sgarbi”, in cui lei è riprodotto da decine di artisti, praticamente uno strepitoso inno al narcisismo in uno scenario alla Borges.
«Verissimo, è quasi un tributo all’immortalità. Carlo Vulpio l’ha chiamato “un funerale in vita”. Però, mi spiace deluderla, ma io con quest’inno non c’entro nulla».
Come sarebbe?
«Giuro. Di solito, tra amici, facciamo ogni anno una manifestazione per il nucleo tutela del patrimonio artistico dei carabinieri, di cui è collaboratore Camillo Langone. Il quale ha notato che io ero il più rappresentato in Italia dopo Mussolini. Da lì l’idea della celebrazione della mia persona inizialmente a Castellabate organizzata da Sabrina Colle, da lì è stata spostata nel Labirinto».
Ciò non toglie che l’atmosfera era stranissima, pirandelliana: come osservare chi c’è al tuo funerale. Non lo ritiene un picco di estetismo un tantino eccessivo?
«Tutt’altro. Ho pensato, per commemorarmi da vivo anche ad una Fondazione che allestisce la mostra Le stanze segrete, una sorta di chiesa dell’arte al Salone degli Incanti a Trieste. Presto capolavori a Brescia, Napoli, esalto la bellezza».
La bellezza o se stesso?
«Vede che non ha capito? Lascio, lì, ai miei posteri, la mia vera natura: per fortuna non avete compreso chi ero, io che sembravo ricco senza essere miliardario, l’uomo diverso rispetto al personaggio tv».
Sgarbi, ma chi si crede di essere, Gabriele D’Annunzio?
«Di più di D’Annunzio. Lui, al Vittoriale aveva falsi o calchi, roba tarocca. Io ho capolavori veri. E, nel complesso ho fatto più di D’annunzio. Altro che beffa di Bucari: io ho volato con Nichi Grauso violando gli spazi aerei di Libia e Iraq violando la no fly zone, sono stato nel deserto per vedere i graffiti. Grauso, invece, voleva liberare un ostaggio. Gli è andato bene che non l’hanno arrestato».
Lei ha dedicato il suo personale tributo all’immortalità a sua madre Rina Cavallini, che lei chiamava “il mio attendente”, la sola che riusciva ad organizzarle la vita, diciamolo.
«Mia madre aveva un’intelligenza velocissima, che la connotava, era la sua miglior virtù. Io ho preso da lei, su di me ha ispirato un’operazione alchemica. Io, come il Parmigianino col mercurio, ho travasato le mie comparsate televisive – tutte, quelle belle e quelle brutte in opera d’arte. Questo è il motivo per cui la mia popolarità è sempre alta. Solo su facebook ho un milione ottocentomila followers».
In quanto a popolarità, da qualche tempo è spuntato suo padre Giuseppe. Ha fatto due romanzi, a 90 anni, e vi ha stracciati tutti. È un po’ invidioso?
«Novantasei. Ne ha novantasei. Mio padre ci ha stracciati, ha scoperto questa sua profonda vena narrativa, specie nell’ultimo romanzo, quello dedicato a mia madre. I nostri rapporti sono ottimi. Preferisco i suoi libri ai miei, anzi lo esorto a continuare».
Con le donne come va?
«Non c’è male, grazie. Con gli anni sono diventato più sentimentale».
Era una domanda retorica. Soltanto l’altra sera Jas Gawronski le ha presentato la credo giovane fidanzata; e lei ci si è fiondato su, confidando che Jas si distraesse con la sua amica pornostar Vittoria Risi. Tattica straordinaria...
«Ma è normale, faccio sempre così. Lo sa anche la mia fidanzata Sabrina Colle. Sabrina è come Estia, la divinità greca della casa. Hermes è il dio dei viaggi, dei mercanti, si muove veloce. Estia sta a casa, c’è una profonda complementarietà».
Ma Sabrina non era quella che diceva «ti ho conosciuto che eri bello, giovane e ricco. Ora sei vecchio, noioso, pieno di debiti?»
«Ehm... Quello fa parte di una polemica che Sabrina ha con Francesca: pensa di aver perso, sbagliando il suo ruolo di fidanzata centrale rispetto al passato».
Francesca è quella che le era incollata come una cozza alla mostra?
«No, quella è Paola. Vede, il sesso è come l’inizio di una notte d’estate: hai mangiato e stai per andare a riposare quando trovi un banchetto di cocomeri. Non hai fame, e fino a quel momento non hai pensato che volevi un cocomero, ma ti fermi e lo mangi. Consumi e te ne vai».
Vabbé, sorvoliamo. Ma quest’idea della morte non la angoscia, specie dopo l’attacco di cuore?
«Sabrina un po’ ha ragione, il tempo logora. Quel problema di cuore mi dato l’immamenza della morte. Ero in auto e mi ha preso l’infarto. Se per scrupolo non mi fossi fermato a Modena l’infarto mi avrebbe fatto morire tra Rioveggio e Roncobilaccio».
Un destino inelegante...
«Già. Però il cuore è quel genere di cose che se le prendi in tempo è come se non le avessi avute. Io faccio lo stesso genere di vita, dormo tre o quattro ore al giorno, ricevo spacciatori di opere d’arte nel cuore della notte, accarezzo l’opera di San Domenico di Niccolò Dell’Arca...».
Mi dicono che stia usando l’arte per rientrare in politica.
«Certo, il mio Movimento del Rinascimento ha come obiettivo catalizzare la dinamica della bellezza trasformandola in una missione politica. Aspetto le elezioni per candidarmi. Mica posso allearmi con cani e porci, questa cosa serve farla da soli e occorre il sistema elettorale proporzionale. La gente ora punta a Grillo perché s’è rotta i coglioni del resto».
Dicono che lei sarebbe un ottimo ministro della Cultura. Ma che le sue esperienze amministrative siano fallimentari. Che risponde?
«Mica dovevo fare le delibere o i consigli comunali. Con me sindaco Salemi ha avuto una risonanza mondiale. La sua popolarità s’è dovuta scontrare con le meschineria di un Comune sciolto per mafia. Ma ho portato la stampa internazionale, le tv, come potenza comunicativa è andata meglio del volo di D’Annunzio a Fiume. A San Severino Marche, uguale. Ho trasformato un buco agricolo in una consolidata città d’arte. Dove sono andato ho inevitabilmente lasciato traccia».
A proposito di politica. Il Tar ha appena bocciato cinque nomine di direttori di musei.
«Dal punto di vista formale sono sconcertato, ma dal punto di visto contenutistico sono assolutamente convinto che le ragioni del Tar siano giuste; c’erano incongruenze, regolette interne, stabilite da funzionari dementi che hanno cercato di introdurre un criterio di democratizzazione delle nomine. Franceschini è vittima di un meccanismo perverso. Io avrei fatto solo nomine sulla base della “chiara fama”. C’è molto da fare. Ci sto lavorando...».