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 2017  maggio 28 Domenica calendario

La magia del cavallo

Estate 1998. Io e la mia famiglia ci trovavamo negli Stati Uniti, per l’esattezza nello Utah, direzione Zion National Park. La giornata volgeva al tramonto, mio padre aveva guidato per diverse ore. Così decidemmo di fermarci per la notte, certamente lungo la strada avremmo trovato uno di quei tipici motel americani dall’insegna al neon luminosa. Meglio ancora: un ranch, proprio come quelli che si vedono nei film. Il giorno seguente non ripartimmo subito, era necessaria una bella passeggiata a cavallo. Nessuno di noi aveva mai cavalcato, ma gli equini a disposizione erano ben abituati a queste scampagnate e, soprattutto, sapevano che i cavalieri erano quasi sempre degli inesperti. L’abbigliamento non era il più adeguato, pantaloncini e scarpe da ginnastica. Tuttavia papà e mamma indossavano dei cappelli stile Indiana Jones (ancora oggi conservati nell’armadio) che li rendevano quantomai perfetti per la situazione equestre.
POSSENTI ESEMPLARI 
Io montavo un simil Haflinger, mantello sauro con criniera e coda biondo oro; mio fratello, all’epoca un minuto bambino di sette anni, un bellissimo Paint Horse. Non ricordo i cavalli assegnati ai miei genitori, ma rientravano nella famosa categoria dei “ronzini”. Finalmente si prese il passo, gli animali in perfetta fila indiana scorrevano lungo un arido sentiero nella campagna americana. Tutti tranne uno: il binomio papà cavallo si era dileguato. Uno dei ragazzi del ranch fermò la carovana per tornare indietro a cercare i fuggitivi. Il cavallo di mio padre, annoiato dalla banale passeggiata, giudicò più interessante immergersi in fitti cespugli di rovi. Ovviamente, papà non era stato in grado di opporsi alla decisione, temendo l’ira imprevedibile dell’equino. L’avventura si concluse pacificamente per tutti, tra polvere e qualche spina di rovo. Una leggenda araba narra che Dio creò il cavallo da una manciata di vento. Pensiamo ai cavalli selvaggi, i mustang, che corrono liberi nelle praterie americane. Si intuisce il motivo per cui questo animale è simbolo di forza e libertà, come il vento indomabile. Eppure esso è stato addomesticato dall’uomo, ne è divenuto un compagno di vita. I possenti cavalli da tiro aiutavano nei lavori agricoli, altri esemplari hanno accompagnato con coraggio i propri cavalieri in battaglia. Oggi la pratica equestre è fondamentalmente di tipo sportivo, ludico o terapeutico. I piccoli ponies molto spesso sono animali domestici al pari di un cane, viste le ridotte dimensioni e il carattere docile. Eppure la relazione uomo-cavallo è ancora oggetto di studio da parte della comunità scientifica, vi sono ancora molti aspetti da chiarire affinché il rapporto con questo animale sia il più possibile alla pari. Fortunatamente, l’etologia è in grado di spiegarne almeno le abitudini e i comportamenti basilari. I cavalli allo stato brado vivono in gruppi di sei-dieci individui, le femmine con i loro puledri seguite da uno stallone che le tiene in riga, ma non sempre. Solitamente accanto allo stallone vi è una femmina dominante. Negli esemplari domestici questa gerarchia può variare, come si è osservato in gruppi di ponies dove femmine e castroni erano dominanti sugli stalloni. Come ogni animale che si rispetti, i cavalli amano dedicarsi alla pulizia personale, ossia al grooming. Coppie di amici si mordicchiano reciprocamente oppure si posizionano “testa-coda” in modo da scacciare le fastidiose mosche dal muso con la coda del compagno. Sono inoltre dei buongustai: prediligono i sapori dolci e disdegnano le erbe amare, che possono essere velenose. A differenza del bovino, che usa la robusta lingua per mangiare indiscriminatamente qualsiasi tipo di vegetale, il più fine equino seleziona con le labbra ogni erbetta. Ricordo, a tal proposito, i due cavalli argentini di un caro amico e collega: in autunno, uno dei due impazziva per i cachi maturi, l’altro al contrario li snobbava. Come si dice, de gustibus non disputandum est
LA PERSONALITÀ 
Ogni cavallo ha una personalità propria, che rientra nel carattere generale di una razza. Vi sono diversi studi etologici nei quali si osservano parametri come socievolezza, ansietà ed eccitabilità, tra esemplari di razze differenti. Si denota come il cavallo arabo sia un tipo nevrile e ipereccitabile, “a sangue caldo”, mentre l’Appaloosa si dimostra più paziente e accomodante. Il pony è un cavallino in miniatura, piuttosto rustico e molto resistente, tendenzialmente tranquillo. 
Tuttavia, alcune razze sono più energiche o indipendenti di altre. L’uomo ha spinto la selezione verso caratteristiche fisiche e comportamentali desiderabili, dimenticando – ahimè – che il cavallo non è una macchina sportiva o un giocattolo. Il rapporto uomo-equino non può più essere di tipo antropocentrico; spesso ci riteniamo più intelligenti di un semplice animale, lasciando che la nostra presunzione schiacci il volere o i bisogni di un altro essere vivente. I cavalli, come essere senzienti, percepiscono chiaramente le nostre sensazioni ed i nostri stati d’animo, e modificano, conseguentemente, il proprio atteggiamento. Pensiamo, invece, a relazionarci con loro in modo zoo-antropocentrico: non servono aspettative, possiamo imparare a conoscere l’animale osservandolo nel suo ambiente naturale, possiamo interagire con lui sapendo che entrambi abbiamo l’opportunità di imparare qualcosa l’uno dall’altro. Si tratta di un percorso ovviamente più lungo da percorrere rispetto al più semplice: «Monto in sella e speriamo vada bene». Occorrono conoscenze etologiche di base, oltre che sensibilità e umiltà. Come scrisse Pirandello nella novella “Fortuna d’esser cavallo”: «Gli occhi d’un cavallo, ci vedi tutto, ma non ci puoi leggere nulla».